Buffalo Bill e gli indiani

L’idea di Altman è che Buffalo Bill fosse un imbroglione con manie di grandezza, e insiste su questo punto per due ore. Non privo di interesse, il film affronta il tema del rapporto tra realtà e leggenda in un prodotto ibrido falsato dai tagli del produttore Dino De Laurentiis che modificarono sotanzialmente il montaggio, ma si tratta diuno dei film più noiosi del regista. Orso d’oro a Berlino.

Jane Eyre

Remake poco notevole del romanzo classico della Bronte presenta la Gainsbourg come una Jane davvero credibile. Sfortunatamente non c’è chimica tra i due protagonisti e un finale precipitoso è completamente fuori sincrono con il resto del film. La versione del 1944 rimane il tentativo migliore.

Charlot (Chaplin)

Riverente e amorevole biografia di Charlie Chaplin: dalla squallida infanzia a Londra ai primi passi da regista con Mack Sennett, alla fama e al successo internazionale e agli scandali. Downey è incredibilmente bravo nei panni del protagonista; il film inizia alla grande, ma scende di livello verso la metà e cerca di mettere troppa carne al fuoco. Geraldine Chaplin interpreta la propria nonna, la nevrotica e dispotica madre di Charlie.

Parla con lei

Allo stesso spettacolo della coreografa e ballerina Pina Bausch, Cafe Müller, sono presenti due uomini: Benigno e Marco. I due sono seduti l’uno accanto all’altro, ma non si conoscono. Almeno per ora. Da ormai quattro anni, Benigno, diventato infermiere di professione, si prende cura di una ragazza in coma, Alicia, della quale da tempo – ovvero prima dell’incidente che la rendesse praticamente un vegetale – è innamorato. Qualche giorno dopo lo spettacolo, Marco conosce invece Lydia, un torero donna reduce da una tempestosa relazione con un collega. I due s’innamorano e trascorrono mesi felici, fino a quando la ragazza non si ritrova in coma in seguito a un incidente nell’arena. Lydia viene ricoverata nella Clinica El Bosque, la stessa in cui si trova anche Alicia. Benigno e Marco finalmente si conoscono e diventano amici. Dopo le fortune internazionali (Oscar e Golden Globe compresi) di Tutto su mia madre, il ritorno di Pedro Almodóvar sul set si prospettava quantomeno complicato, vista l’attesa che si era inevitabilmente creata attorno alla nuova opera del regista spagnolo e l’attenzione con la quale questa sarebbe stata giudicata da quanti avevano unanimemente decretato il successo del film precedente. Sarebbe stato lecito anche aspettarsi una sorta di blocco, di stasi creativa, così come è accaduto a James Cameron, travolto dal megasuccesso di Titanic e incapace fino ad ora (a quasi 5 anni di distanza) di scegliere un progetto sui cui puntare, un film degno almeno in parte di reggere il confronto con il predecessore. Ma Almodóvar sembra invece essere stato impermeabile a questo tipo di preoccupazioni. L’apparentemente semplicità con la quale Parla con lei si propone allo spettatore – senza trucco e senza inganno, senza alcuna voglia di strafare o stupire a tutti costi – testimonia una maturità pienamente raggiunta da parte del regista, abile come al solito nel fondere melodramma e commedia, cucire digressioni all’interno del racconto (come lo straordinario segmento intitolato Amante menguante, allo stesso tempo omaggio e parodia del cinema muto) senza mostrare alcun punto di sutura. Parla con lei è uno struggente film sull’amore (in tutte le sue forme, anche le più bizzarre) e sull’amicizia (ma in realtà non è anche questa una diversa forma d’amore?), in cui l’apporto degli attori – straordinari Javier Cámara e Dario Grandinetti – e delle musiche (firmate da Alberto Iglesias) non è affatto secondario. E a proposito di musica, da segnalare un intenso cammeo canoro del grande Caetano Veloso, che si esibisce in una personale versione di Cuccurrucucù Paloma (già presente nella colonna sonora di Happy Together di Wong Kar-wai). (andrea tagliacozzo)

Melissa P.

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di Melissa P.

Sicilia. Estate. Melissa (Maria Valvedere) non sa nuotare. Ha 15 anni, è un’adolescente come tante: la scuola, i litigi con i genitori, l’amichetta del cuore, il diario segreto, le cotte per i più grandi. Daniele (Primo Reggiani) è il bello della scuola, ricco, arrogante e un po’ bastardo. Melissa vivrà con lui la sua prima esperienza amorosa, destinata però a costituire una profonda delusione e a farla cadere in una spirale di depravazione. Infatti, memore dell’umiliazione subita, la ragazza si trasformerà da preda in predatrice, passerà da un letto all’altro, sfruttando i diversi partner come oggetti erotici ma senza mai farsi coinvolgere. Melissa vive il sesso in modo sempre più crudo, senza alcun ombra di sentimento, con esperienze varie e molteplici. Intorno a lei, la situazione è precaria: il padre non vive in casa, la madre è troppo indaffarata, l’unica persona con cui riesce a mantenere un rapporto autentico e sincero è la nonna Elvira (Geraldine Chaplin): un po’ pazza, fuma una sigaretta dopo l’altra ascoltando vecchi pezzi rock, e tutte le sere, prima di andare a letto, passa cento volte la spazzola tra i capelli della nipotina. Un momento magico, quasi un rito purificatorio, una dolce pausa nell’amara frenesia della neo-adolescente. Ma Melissa resterà una vittima alla mercé dei sadici e malsani giochi degli uomini che incontrerà, dovrà soffrire e cambiare, per scoprire che cosa vuol dire essere una donna. E, finalmente, imparare a nuotare.

Tratto dal primo romanzo della baby-scrittrice Melissa Panariello,
Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire.
Un bestseller contenente elementi di erotismo al limite della pornografia, scritto sotto forma di diario, con uno stile furbo e accattivante che ne ha fatto subito un fenomeno mediatico. Il film, come il libro, rappresenta il sesso vissuto in modo perverso e ossessivo, e se ne differenzia invece per il fatto che la protagonista è inserita in una rete di rapporti personali (vissuti a scuola e in famiglia) inesistenti nel romanzo.

Quella di Guadagnino non è una pellicola molto riuscita, a tratti sembra la versione all’italiana di

Thirteen.
Qua e la tenta di citare Pasolini e il Kubrick di

Eyes Wide Shut,
perdendo ovviamente il confronto con gli originali. Banale anche il finale, in cui Melissa si accorge finalmente del compagno di classe, strano ed eccentrico, che l’ama segretamente da tanto tempo. Il film affronta il tema dell’adolescenza attraverso facili stereotipi e da una posizione maschilista secondo cui gli uomini possono avere un rapporto libero con il sesso, mentre le donne, se ci provano, devono poi cambiare e rimettersi al loro posto: il finto anticonformismo di Melissa diventa quindi presto rassicurante conformismo.

Fra le poche note positive, la fotografia e la scenografia oltre alla prova piuttosto convincente della protagonista, la spagnola Maria Valvedere. Consigliato, comunque, solo ai fan di Melissa.
(aurelie callegari)

L’età dell’innocenza

Da un piccolo classico della letteratura americana, un’opera che poteva sembrare una deviazione dai temi canonici dell’autore; ci si accorge però subito che è un film tutto di Scorsese, una eziologia del suo mondo, un film «antropologico» quanto
Toro scatenato
o
Quei bravi ragazzi
. La dinamica del clan è sempre la stessa, e il confronto con i modelli alti del cinema americano pure. Il sabotaggio del romanzo storico è sottilissimo, a partire dagli straordinari titoli di testa (dei grandi Saul e Elaine Bass) per arrivare alle improvvise increspature dello stile, che hanno insegnato molto alla Campion di
Ritratto di signora
. E poi era dai tempi di
Alice non abita più qui
che Scorsese (il più grande indagatore esistente del maschilismo italoamericano) non costruiva un ritratto femminile così partecipe e inquieto. Un film migliore del miglior Visconti, fratello del miglior Scorsese, cattivo, malinconico e geniale.
(emiliano morreale)

L’imbroglio nel lenzuolo

Nel 1905 il cinematografo, la grande novità del momento, il miracolo a cui nessuno sa ancora dare una spiegazione, conquista il Sud dell’Italia.
Ogni sera in teatro accorrono migliaia di spettatori per assistere alle prime proiezioni… «Quei piccoli raggi di luce che portano la vita sopra a un lenzuolo» …
Anche Federico ne rimane affascinato. Guardando le immagini tremolanti che scorrono sul lenzuolo, il ragazzo intuisce la vera magia di questa nuova invenzione. Si rende conto che il cinematografo dà l’immortalità, sconfigge la morte, cosa che la medicina non è in grado di fare.
Decide così di abbandonare gli studi di medicina, con gran dolore di sua madre Alma che, per sbarcare il lunario, suona il pianoforte durante le proiezioni delle prime pellicole mute nel teatro di Don Gennarino Pecoraro.
Don Gennarino, libidinoso produttore di origine partenopea, stanco di proiettare le pellicole degli altri, confida a Federico, di voler produrre il suo primo film. Il ragazzo ha un lampo di genio: si improvvisa direttore di scena e lo convince ad affidargli l’incarico di scrivere una nuova storia, che secondo le richieste di Don Gennarino dovrà avere come protagonista una bella femmina con le “zizze” enormi mentre secondo la sorella di Don Gennarino, Elena, puritana e bigotta, dovrà essere
una storia edificante. La storia scelta è quella biblica de “La Casta Susanna”.
Federico porterà confusione e sconquasso nell’affascinante vita di Beatrice, scrittrice e giornalista torinese, trasferitasi in Sicilia in una meravigliosa villa sulle rive di un piccolo lago, per scrivere una storia a puntate sul quotidiano locale, l’Osservatore del Sud. Inoltre porterà scandalo e vergogna nell’esistenza di Marianna, protagonista inconsapevole del film. Una bellezza selvaggia, povera ed analfabeta, che si guadagna da vivere togliendo il malocchio e curando i paesani con erbe e pozioni
medicamentose.