Mr. Brooks

Earl Brooks è un industriale di successo che è stato da poco nominato Uomo dell’anno dalla comunità in cui vive. E’ sposato con una donna affascinante e, insieme a lei, ha una figlia che studia all’università. Sembra non mancargli nulla per essere felice ma, dietro un’apparenza normale, Mr. Brooks nasconde un’inconfessabile verità: ama uccidere. Per lui è come una dipendenza, non riesce a farne a meno e, anche se tenta di controllare questo impulso omicida, l’indole violenta ha sempre il sopravvento sulla sua volontà. Un giorno però commette un errore e rischia di essere arrestato ma…

Michael

Un paio di cinici reporter e un ciarlatano “esperto di angeli” scoprono che una vecchia signora suonata che sostiene di vivere con l’arcangelo Michele dice la verità. Michael, comunque, non si rivela un angelo normale. Film geniale e beffardo che non va mai nella direzione che vi aspettereste e ci mette il suo tempo ad arrivare dove vuole, ma il viaggio è affascinante e Travolta, nel ruolo del trasandato, assatanato Michael, è perfetto. Colonna sonora ideale di Randy Newman.

Fino alla fine del mondo

In un futuro non molto lontano, la Dommartin si unisce a Hurt per una missione misteriosa intorno al mondo che condurrà alla creazione di un congegno capace di ridare la vista ai ciechi. Nato come “l’ultimo road-movie”, la storia non decolla almeno fino a metà film, mentre personaggi e soggetti sono tutti una gran confusione. Persino le ambientazioni (quindici città di quattro continenti) non sono d’aiuto. Alcuni sprazzi di brio sono dati da von Sydow, dagli effetti cinematografici ad alta definizione e da una colonna sonora composita, ma il tutto resta comunque assai deludente.

Turista per caso

La vita di Macon Leary (William Hurt) autore di guide pratiche per turisti, viene sconvolta dalla morte del figlio di dieci anni, ucciso durante una sparatoria in un supermercato, e dal conseguente abbandono della moglie (Kathleen Turner). L’improvviso incontro con la svampita Muriel (Geena Davis), però, sembra portare una ventata di freschezza nella sua grigia esistenza. Un film triste e malinconico, a tratti perfino disperato (le sequenze tra Hurt e Kathleen Turner), ma illuminato da frequenti digressioni umoristiche. Ottima la sceneggiatura, tratta dal libro di Anne Tyler e scritta dallo stesso Kasdan in collaborazione con Frank Galati. Una rivelazione la Davis, premiata con l’Oscar 1988 come miglior attrice non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Figli di un dio minore

Un giovane insegnante arriva in una scuola di audiolesi riscuotendo subito insperate soddisfazioni. Riesce perfino a vincere l’indifferenza di Sarah, una ragazza sordomuta addetta alle pulizie dell’Istituto, della quale a poco a poco s’innamora. Dal lavoro teatrale di Mark Medoff, un film commovente, indubbiamente ben realizzato, anche se eccessivamente calcolato a tavolino. La Matlin, realmente sordomuta, vinse l’Oscar 1986 come migliore attrice. Orso d’Argento al Festival di Berlino.
(andrea tagliacozzo)

Alice

A New York, Alice, una donna di mezza età, sposata e con figli, vive nel benessere, ma si sente irrealizzata. Mentre le sue ambizioni da scrittrice vengono frustrate dal marito e dall’amica Nancy, dirigente televisiva, la timida e complessata Alice, grazie all’aiuto di alcune erbe magiche, trova il coraggio di dedicarsi ad una relazione extraconiugale. Un Woody Allen in tono minore, apparentemente impeccabile nella confezione, con uno stile elegante che alla lunga finisce per diventare pura maniera. Alcune perle comiche tipiche del regista (la sequenza della festa verso la fine del film) riscattano in parte il piccolo scivolone. (andrea tagliacozzo)

Jane Eyre

Remake poco notevole del romanzo classico della Bronte presenta la Gainsbourg come una Jane davvero credibile. Sfortunatamente non c’è chimica tra i due protagonisti e un finale precipitoso è completamente fuori sincrono con il resto del film. La versione del 1944 rimane il tentativo migliore.

Gorky Park

Dall’omonimo bestseller di Martin Cruz Smith. Nel Parco Gorky di Mosca vengono ritrovati, semicoperti dalla neve, i cadaveri orribilmente sfigurati di tre giovani. L’ispettore di polizia Arkadi Renko, incaricato delle indagini, grazie a un paio di pattini, trovati indosso a una delle vittime, risale fino a Irina, una ex dissidente sovietica. Un film poco convincente, nonostante l’atmosfera e alcuni bei momenti. Gli esterni sono stati girati a Helsinki. (andrea tagliacozzo)

The Good Shepherd – L’ombra del potere

Storia avvincente di un giovane emotivamente represso che a Yale viene reclutato per un lavoro di spionaggio durante la seconda guerra mondiale e che in seguito entrerà nella nascente Central Intelligence Agency, anche se ciò significherà un enorme sacrificio della sua vita famigliare. L’immaginaria sceneggiatura di Eric Roth (basata su fatti reali) spiega parecchie vicende e offre un’ottima prospettiva interna sulla natura dello “spy business”. De Niro usa, con buon successo, Il padrino come forma drammatica. Damon è ottimo nel suo ruolo e circondato da attori ben scelti per ciascuna parte, poco importa se piccola. Eccezionale fotografia di Robert Richardson. Una nomination agli Oscar per la Migliore Scenografia.

Un medico, un uomo

Jack McKee è un valente chirurgo, ma si comporta in modo cinico e quasi sprezzante con i suoi pazienti. Quando scopre di avere un tumore alla gola la prospettiva improvvisamente cambia e il medico si rende conto di quanto sia difficile la condizione del malato. Le buone prove di William Hurt ed Elizabeth Perkins e una sceneggiatura ben calibrata evitano che il film scivoli sul patetico. Randa Haines aveva diretto con successo il protagonista in
Figli di un dio minore
.
(andrea tagliacozzo)

A History Of Violence

Che bello vivere nella profonda provincia americana. Tom Stall (Viggo Mortensen) si trova piuttosto bene, nella cittadina di Millbrook, Indiana. Ha tutto quello che un uomo può desiderare: un lavoro tranquillo come titolare di una tavola calda, una famiglia che lo ama e lo rispetta, e naturalmente una bella moglie, Edie (Maria Bello). Un giorno subisce un tentativo di rapina da parte di due malviventi. Incredibilmente, riesce ad avere la meglio sui criminali, addirittura li uccide. I media lo trasformano in un eroe americano. Ma l’episodio apre uno squarcio sul misterioso passato dell’uomo, che si rivelerà essere assai poco limpido. Seconda pellicola del «nuovo corso» di David Cronenberg, inaugurato con il precedente Spider. Abbandonate le ossessioni sul rapporto tra uomo e macchina che avevano caratterizzato pellicole come Videodrome, Crash ed Existenz, il regista canadese ha spostato la sua attenzione sull’analisi dello strato più profondo e inquietante dell’animo umano.  A History Of Violence pone al centro della vicenda il momento del mutamento della personalità di Tom Stall, che riscopre la violenza sopita nel suo inconscio. Quando quest’ultima inizia a palesarsi, dà il via a un effetto-domino che travolge anche gli altri componenti della famiglia: in primo luogo il figlio maggiore (ma anche la moglie non farà eccezione). La trama ha una struttura circolare: alla fine della vicenda Tom si purificherà simbolicamente dalla violenza, riprendendosi la sua vita «ideale», ma si tratta di un happy ending che lascia una forte impressione di posticcio.  Il film è molto riuscito soprattutto dal punto di vista estetico, forte di uno stile asciutto e piuttosto rigoroso e dell’ottima fotografia del fedelissimo Peter Suschitzky. Rispetto all’omonimo romanzo grafico da cui è tratta la pellicola (edito in Italia da Magic Press con il titolo Una storia violenta), Cronenberg ha compiuto una selezione piuttosto severa, tenendo solo l’antefatto e semplificando in modo estremo il resto dell’opera dello scrittore John Wagner e del cartoonist Vince Locke. Forse addirittura all’eccesso, nonostante si arrivi alla canonica ora e mezza di runtime. La cosa più curiosa rimane poi il fatto che sia stata tagliata proprio la maggior parte della violenza presente nel fumetto, che offriva scene molto più forti delle tre semplici scazzottate – pur con conseguenze letali – di cui è protagonista Tom sul grande schermo. Da segnalare, infine, l’ottima prova di Viggo Mortensen e di William Hurt, quest’ultimo perfettamente calato in un ruolo per lui inedito, quello del gangster spietato. (michele serra)

 

Dentro la notizia

A Washington, l’attraente e ambizioso Tom viene assunto da una importante rete televisiva. Mentre si fa rapidamente strada in qualità di anchorman, s’innamora di Jane, la volitiva e brillante manager del network. Ottima confezione per un prodotto che intrattiene, diverte, ma alla fine si lascia dimenticare con altrettanta facilità. Eccellenti tutti gli interpreti, in particolare Albert Brooks nel ruolo del giornalista televisivo bravo ma di scarsa presenza. Unica nota stonata: il finale con i protagonisti che si rincontrano dopo sette anni. Candidato a sette premi Oscar nel 1987, il film non riuscì ad aggiudicarsi nessuna statuetta. (andrea tagliacozzo)

L’ombra del potere – The Good Shepherd

Storia romanzata di Edward Wilson, uno dei fondatori della CIA. Entrato nei servizi segreti nel corso della seconda guerra mondiale, Wilson dovrà sacrificare la sua vita personale e i suoi affetti familiari per il bene della patria: una scelta che lo logorerà nel profondo.

Ti amerò… fino ad ammazzarti

Rosalie, sposata al pizzettaro italo-americano Joey, è stanca dei continui tradimenti del marito. Dopo averlo intontito con un micidiale sugo al sonnifero, la donna tenta più volte di uccidere il consorte. Un film pieno di alti e bassi, con una sceneggiatura densa di trovate ma terribilmente sfilacciata. Eppure il divertimento non manca, anche grazie al formidabile cast in cui si mettono in evidenza William Hurt e Keanu Reeves nei panni di due strampalati killer completamente strafatti. River Phoenix e Keanu Reeves si ritroveranno due anni dopo sul set di
Belli e dannati
(che al primo frutterà il premio come miglior attore al Festival di Venezia).
(andrea tagliacozzo)

Il bacio della donna ragno

Un omosessuale e un prigioniero politico dividono la stessa, cupa cella in un carcere sudamericano. Al primo viene promessa la libertà se riuscirà a far confessare all’altro il nome dei suoi complici. Una intensa interpretazione di William Hurt che nel 1985 gli valse un Oscar e il premio come miglior attore a Cannes. Il film è tratto dal romanzo di Manuel Puig. (andrea tagliacozzo)

A.I. Intelligenza artificiale

Verso la metà del Ventunesimo Secolo, la scienza della robotica ha raggiunto un livello tecnologico di perfezione quasi inimmaginabile. Il professor Hobby, scienziato della Cybertronic Manifacturing, ha progettato un nuovo prototipo di robot-bambino capace perfino di amare. Si chiama David. Il piccolo androide viene dato in custodia ai coniugi Swinton, Henry e Monica. Il loro unico figlio naturale, Martin, affetto da un male terminale, è ibernato nell’attesa si riesca a trovare una cura adatta. David ha l’ingrato compito di sostituirlo. Inizialmente scettica, la sensibile Monica finisce gradualmente per legare con il nuovo arrivato e ad affezionarsi a lui. Ma improvvisamente avviene il miracolo: Martin guarisce e torna a casa. La coesistenza dei due figli – quello naturale e quello meccanico – diventa problematica, anche perché il comportamento di Martin, infastidito dalla presenza del fratellastro meccanico, destabilizza il povero David. Quest’ultimo, messo quasi da parte, ascolta incantato la dolce Monica raccontare al figlio la favola di Pinocchio, il burattino che riuscì a diventare un vero bambino. Un giorno, senza volerlo, David mette in pericolo la vita di Martin. Henry decide quindi che è arrivato il momento di sbarazzarsi del piccolo androide. Monica, seppur a malincuore, abbandona David in una sperduta foresta, con l’unica compagnia di un Supergiocattolo, un orso robot di nome Teddy. Per David, affranto, impaurito e indifeso, inizia un lungo calvario, alla ricerca della fata turchina della favola di

Pinocchio
, l’unica in grado di trasformarlo in un vero bambino per essere finalmente amato da Monica.
Come è noto, il film, oltre che dal racconto di Brian Aldiss
Super-Toys Last All Summer Long
, è tratto da un soggetto a cui stava da tempo lavorando Stanley Kubrick (che avrebbe dovuto realizzarlo ben prima di

Eyes Wide Shut
). Se originariamente il progetto avrebbe dovuto rispettare il più possibile la visione del regista di
Full Metal Jacket
, il risultato attuale è invece al 100 per cento un film di Steven Spielberg, permeato irrimediabilmente dalla sua incredibile sensibilità, dal suo inconfondibile incedere narrativo, avvolgente, magico e sinuoso. Spielberg si conferma ancora una volta come uno dei pochi cineasti (assieme a James Cameron e Martin Scorsese) in grado di coniugare il proprio estro visionario (indimenticabili alcune inquadrature, come quella del corpo di David immobile sul fondo della piscina) con le esigenze del racconto. È facile intuire che la versione di Kubrick sarebbe stata più gelida e narrativamente frammentata, sicuramente più teorica e pungente, indubbiamente affascinante sul piano visivo, ma priva della commossa partecipazione che traspare da ogni fotogramma del film di Spielberg.
A.I.
pone in campo un problema etico (è legittimo ricorrere alla scienza per soddisfare le nostre egoistiche esigenze? Quelle di genitori, in questo caso…), ma anche un affascinante quesito: cosa contraddistingue l’essere umano dalla macchina? I sogni e la determinazione nel volerli realizzare, sembra rispondere il regista. Spielberg riesce – senza sotterfugi di sorta – nell’impresa di far provare compassione per gli esseri meccanici, visti alla stregua di derelitti ed emarginati, usati, sfruttati e poi gettati in fosse comuni (agghiaccianti le sequenze notturne della foresta, con gli androidi rabberciati che si aggirano tra le carcasse inanimate dei loro simili in cerca di pezzi di ricambio). Da brivido. Ma il tono e l’andamento, seppur inquietante, rimane quello della favola, una favola nera e tinta di morte, con un lieto fine tra i più strazianti mai realizzati sul grande schermo.
(andrea tagliacozzo)

The King

Elvis Valderez (Gael Garcia Bernal) ha da poco abbandonato la Marina Militare statunitense lasciando l’equipaggio dell’Athena. La sua scelta non è un ripiego, vuole semplicemente cambiare vita, deciso a incontrare il padre naturale che non ha mai conosciuto. Con i pochi soldi pervenutigli dal prematuro congedo, il ragazzo compra un’automobile usata e si dirige verso il Texas, dove la madre defunta gli ha rivelato trovarsi il padre. Arrivato in un paesino di provincia si reca in una delle parrocchie della comunità in cui il genitore è oggi un pastore di fede battista. L’incontro tra i due non è dei più felici: l’uomo, David Sandow (William Hurt), si è rifatto una vita e una famiglia insieme alla devota moglie (Laura Harring), e non ne vuole sapere di questo figlio spuntato dal nulla che gli ricorda il suo tormentato passato. Il rifiuto da parte del padre è un duro colpo per Elvis, che decide in ogni caso di restare nella speranza di guadagnarsi un’altra occasione. Affitta una squallida camera di un motel e si trova un impiego in una pizzeria a domicilio. Nel frattempo si interessa all’adolescente sorellastra, Malerie (Pell James), con la quale da inizio a una storia d’amore ma, proprio per questo, attira le antipatie del fratellastro Paul (Paul Dano). In un’escalation di attriti con i membri della nuova famiglia del padre, Elvis porterà l’idilliaco quadretto verso la distruzione.

Il grande odio

Nel 1943, Jack, in procinto di partire per la guerra che infuria in Europa, provoca accidentalmente la morte del padre della ragazza che ha appena sposato. In Italia assieme al proprio reggimento, Jack stringe amicizia con il commilitone Martin, senza sapere che questi è il fratello della moglie, arruolatosi per vendicare il defunto genitore. Dramma a tinte forti, a tratti eccessivamente melodrammatico, ma reso sufficientemente interessante dalla prova dei due protagonisti.
(andrea tagliacozzo)