Armageddon – Giudizio finale

Apertura col botto, poi si continua con l’appassionante (anche se improbabile) storia di un esperto di perforazione petrolifera a cui viene affidato il compito di salvare la Terra, minacciata da un enorme asteroide in caduta libera. Ma dopo un po’ tutto diventa prevedibile, e piano piano il divertimento iniziale lascia il posto alla noia. La versione “director’s cut” dura 153 minuti.

Strange Days

Sgargiante ma disturbante miscela di azione futuribile e rilevanza sociale. Fiennes è uno spacciatore di registrazioni mentali di esperienze reali, di cui alcuni sono diventati dipendenti; poi incappa in una oscura cospirazione delittuosa che coinvolge i suoi clienti. Roboante e ambizioso, ma capace di catturare, a sprazzi, il brivido da assuefazione della realtà virtuale anche se la storia d’amore interrazziale tra Fiennes e la Bassett alla fine suona fasulla. Cosceneggiato da Jay Cocks e James Cameron. Super 35.

Contact

Una donna ha dedicato tutta la sua vita a studiare le stelle, poiché convinta che ci possa essere qualche altra forma di vita; verrà ostacolata dal suo superiore alla National Science Foundation, e isolata finché non riceverà un messaggio dallo spazio. Sceneggiatura decisamente commovente che ci trasporta nell’ossessione della Foster e ci permette di condividere la sua odissea nello spazio sconosciuto. Questo film, appassionato e intelligente, suscita meraviglia e stupore, che compensano così la lunghezza eccessiva e un finale artificiale. La Foster è semplicemente sensazionale. Tratto da un romanzo di Carl Sagan. Panavision.

Ultra Violet

In seguito a una serie di sperimentazioni genetiche sfuggite di mano, che miravano a creare una schiatta di soldati invincibili, l’umanità risulta decimata. Tra i sopravvissuti vi sono esseri dalle fattezze umane, ma dotati in incredibile velocità, resistenza alla fatica e al dolore e molto intelligenti. Il loro “lato debole” è rappresentato dal fatto che… per sopravvivere devono cibarsi di sangue, come i vampiri. Una di queste creature «ematofaghe», Violet Song (Milla Jovovich) è impegnata nella lotta contro il terribile dittatore Ferdinand Daxus (Nick Chinlund), che per mettere al sicuro il suo potere ha deciso di sterminare gli ematofagi. Violet scopre che la chiave di tutto è il piccolo Six, un bimbo che possiede l’antidoto alla mutazione genetica che crea i superuomini. Se Daxus riuscirà a impossessarsene, sarà la fine per Violet e gli altri

Nove vite di donna

Nove vite narrate con abile piano sequenza dal regista Rodrigo Garcia, figlio dello scrittore colombiano premio Nobel per
Cent’anni di solitudine.
Nove donne – tutte adulte, tra i 35 e i 45 anni – colte in un momento decisivo della loro esistenza. Sandra
(Elpida Carrillo),
detenuta nel carcere femminile di Los Angeles, vive il rimorso per la forzata separazione dalla figlia piccola; Diana
(Robin Wright Penn),
in attesa del primo figlio, ritrova un vecchio amore proprio quando le era parso di averlo finalmente dimenticato; Holly
(Lisa Gay Hamilton)
è

alle prese con un rapporto conflittuale irrisolto col patrigno. Lorna
(Amy Brenneman)
partecipa alle esequie della moglie del suo ex marito sordomuto, scoprendo di non essere mai stata dimenticata; Ruth
(Sissy Spacek)
ha una figlia teenager
(Amanda Seyfried)
che non sa decidersi a spiccare il volo perché non vuole abbandonare i genitori in rotta, mentre la madre, stanca di assistere il marito semiparalizzato ma ancora innamorata di lui, giunge a un passo dal tradirlo; Sonia
(Holly Hunter)
vive un contrastato rapporto di coppia e soffre quando il suo compagno rivela ad amici del suo aborto; Camille
(Kathy Baker)
scopre di non riuscire a dominare i propri istinti, morsa dalla paura mentre si trova in ospedale per l’asportazione di un seno a causa di un tumore. A nulla vale il tentativo di tranquillizzarla del marito
(Joe Mantegna);
infine Maggie
(Glenn Close)
vive sospesa tra la realtà e il ricordo lancinante della figlia morta ancora bambina.

Il film che si è aggiudicato il
Pardo d’oro
al Festival del film di Locarno 2005 è una mirabile galleria di interpretazioni femminili, colte con mano felice da Rodrigo Garcia, sensibile e abile nel fissare sullo schermo alcuni «momenti decisivi» – per mutuare un concetto caro ad Henri Cartier-Bresson – nella quotidianità al femminile. Tuttavia la quantità di vicende che il regista decide di tenere contemporaneamente in equilibrio, come uno spericolato giocoliere, è decisamente eccessivo. Troppo complicato intersecare in maniera credibile le differenti vicende le une nelle altre, come un puzzle a più livelli. Talvolta l’esercizio riesce, talaltra no. Un drastico ridimensionamento delle storie avrebbe giovato all’intreccio e alla coesione dell’opera, dandoci anche il tempo di appassionarci di più alle singole vicende, tutte comunque ben recitate. Ci si consenta però una licenza finale: che sfiga hanno le donne di Rodrigo! Non abbiamo dubbi circa la durezza della vita al femminile, ma vivaddio esistono anche le gioie. Ma in questo film non ve n’è traccia.
(enzo fragassi)

Crash – Contatto fisico

Diverse storie si intrecciano, sullo sfondo la città di Los Angeles, con i suoi eccessi e le sue contraddizioni. Jean (Sandra Bullock) subisce una rapina mentre si trova in compagnia del marito Graham (Don Cheadle), procuratore federale. Autori del misfatto sono due giovani neri. Intanto, l’agente Ryan (Matt Dillon), sadico e razzista, umilia una coppia di afroamericani benestanti di mezza età, «pescati» in atteggiamenti equivoci a bordo del loro fuoristrada. Altri personaggi appaiono sulla scena: un fabbro latinoamericano, una coppia di coreani, un negoziante iraniano…
Nell’arco di trentasei ore, le loro vite sono destinate a scontrarsi.

Paul Haggis è uno degli sceneggiatori attualmente più richiesti sul mercato americano, già autore dello script di

Million Dollar Baby,
forse l’ultimo vero capolavoro del cinema hollywoodiano di stampo classico. La notorietà raggiunta grazie alla collaborazione con Clint Eastwood gli ha dato la possibilità di realizzare questo progetto, in cui si cala nel ruolo di regista senza imbarazzi e con ottimi risultati.

Crash – Contatto fisico
è infatti una pellicola solida, che si regge, e non poteva essere altrimenti, sulla forza del soggetto e della sceneggiatura, ma anche sull’abilità degli attori protagonisti, che si dice abbiano accettato compensi irrisori pur di fare questo film. Nel gruppo spicca senza alcun dubbio Matt Dillon, che interpreta in modo molto convincente l’agente Ryan,
character
negativo ma anche estremamente sfaccettato e complesso, che dapprima è carnefice, per diventare poi vittima ed infine quasi eroe positivo.

Si arriva dunque a parlare di un altro dei punti di forza di
Crash,
la caratterizzazione dei personaggi: questi ultimi infatti, pur rappresentando nella maggior parte dei casi veri e propri
exempla
del loro gruppo etnico e sociale, non sono mai troppo semplici e schiacciati sullo stereotipo, ma vivi e credibili, fatti in ugual misura di pregi e difetti, e visti con uno sguardo che evita giudizi morali o di valore. Anzi, il gioco di Haggis sta proprio nel ribaltare continuamente i ruoli, giocando con le aspettative dell’
audience.

Altro pregio del film è che non si avverte il peso dell’artificiosità intrinseca dell’intreccio. Infatti un gran numero di vicende si intersecano andando a formare un affresco unitario, ma senza forzature eccessive: il patto di «sospensione dell’incredulità» stipulato tra regista e spettatore non risulta mai troppo oneroso per quest’ultimo.

Crash
dimostra come si possa fare cinema mainstream senza rinunciare alla qualità. Peccato solo per alcune piccole cadute di tono, soprattutto il finale con nevicata (va bene il classico hollywodiano, ma questo è troppo!) e per la pessima scelta della canzone di chiusura del film,
Maybe Tomorrow
degli

Stereophonics:
con tutto il rispetto, forse si poteva fare una scelta un po’ più originale e soprattutto più azzeccata. Invece rimane più di un sospetto che si tratti di una marchetta.
(michele serra)