L’uomo del giorno dopo

Lunga, noiosa e pretenziosa allegoria in cui un artista di strada in un futuro post-apocalittico si fa passare per un portalettere americano. In quel ruolo personifica la speranza per molte comunità isolate abbattute dalle crudeli tattiche di un demagogo (Patton, in un’interpretazione monocorde). Un ben intenzionato (ma completo) fiasco. Quello nell’inquadratura finale è il figlio di Costner; una delle sue figlie fa la parte di una portalettere, l’altra canta America the Beautiful. Mary Stuart Masterson compare non accreditata. Panavision.

Armageddon – Giudizio finale

Apertura col botto, poi si continua con l’appassionante (anche se improbabile) storia di un esperto di perforazione petrolifera a cui viene affidato il compito di salvare la Terra, minacciata da un enorme asteroide in caduta libera. Ma dopo un po’ tutto diventa prevedibile, e piano piano il divertimento iniziale lascia il posto alla noia. La versione “director’s cut” dura 153 minuti.

Entrapment

L’agente assicurativa americana Zeta-Jones convince il suo capo a lasciarla adescare l’imprendibile ladro d’opere d’arte Connery: nasce così una gigante caccia al ladro che si svolge tra Londra e Kuala Lumpur. Le due star si guardano sempre con piacere e la pellicola è ricca di scene d’azione da ginnasti, ma il tutto risulta piuttosto piatto. Connery ha collaborato nella produzione esecutiva. Panavision.

Senza via di scampo

Dal romanzo
The Big Clock
di Kenneth Fearing, già portato sullo schermo nel 1948 da John Farrow in
Il tempo si è fermato
. Tom Farrell, prestante ufficiale della marina americana, ha una relazione con Susan, l’amante del Segretario della Difesa. Durante un’accesa discussione con quest’ultimo, la ragazza muore accidentalmente. Mal consigliato dal fedele aiutante, l’uomo, invece di costituirsi, incolpa un fantomatico agente russo dell’uccisione e affida a Farrell le indagini del caso. Avvincente e ben diretto (specialmente nella seconda parte), con un ottimo uso della suspense, anche se il film è soprattutto un veicolo ideale per Kevin Costner, all’epoca star emergente reduce dal successo de
Gli intoccabili
. L’attore e il regista torneranno a collaborare nel 2000 nell’altrettanto riuscito
Thirteen Days
.
(andrea tagliacozzo)

Come fare carriera… molto disonestamente

Graham Marshall, dirigente di un’agenzia pubblicitaria, uccide incidentalmente un barbone, ma nessuno se ne accorge e la passa liscia. Dopo una mancato avanzamento sul lavoro, l’uomo si libera della moglie, che lo opprime da anni. Riuscito ancora una volta a farla franca, Graham progetta l’assassinio del giovane che gli ha soffiato l’ambita promozione. Un film non eccezionale, ma interpretato da un Michael Caine crudele e sornione tremendamente in parte. (andrea tagliacozzo)

Fuori in 60 secondi

Un famoso ladro di automobili di lusso (Cage), da tempo fuori dal giro, è costretto a riprendere l’attività per evitare al fratello (Ribisi) una brutta fine; il mandante è un supercattivo senza pietà (Eccleston). Per aiutare il fratello, accetta l’ultima missione: rubare 50 automobili in un colpo solo… Ispirato a una pellicola del 1974 (
Rollercar, sessanta secondi e vai!
di H.B. Halicki),
Fuori in 60
secondi è un filmone fracassone che cade nel peccato più grave per un lavoro di questo tipo: la noia. Strano, ma non si riesce più a trovare un giocattolone ad azzeramento generale di cervello capace di divertire senza offendere la decenza.
Fuori in 60 secondi
cerca disperatamente di cogliere lo spirito leggero di molti heist movies degli anni Sessanta e Settanta, ma ruzzola perché pretende anche di essere aggiornato ai tempi. Quindi via con una musica assordante e mod (tra Moby e Groove Armada, più un orripilante pezzo dei Cult) e con una galleria di facce finte da far paura (a parte Cage, che aggrotta le sopracciglia quando deve fare il pensoso, Angelina Jolie sembra Anna Oxa, Eccleston un ballerino scappato da
Tante scuse
, James Duval sbalzato direttamente da
Totally F***ed Up
di Araki, Robert Duvall e Delroy Lindo vecchi e imbarazzati, per non parlare dell’apparizione spaventosa di Grace Zabriskie, distrutta; Vinnie Jones è un buzzurro simpatico, ma soltanto perché non dice una parola). I personaggi sono tirati e buttati via, e i dialoghi delle sequenze «intimistiche» da far rabbrividire. Scott Rosenberg, che firma lo script, non ha mai più ritrovato la quasi-perfezione della sceneggiatura di
Cosa fare a Denver quando sei morto
, anche se
Generazione perfetta
non fa così schifo come molti affermano: evidentemente ci siamo persi pure lui. Il delirante inseguimento tra la polizia e Cage nel pre-finale non è da buttare, perché Sena non è Michael Bay (per fortuna), ma è il solo momento in cui ci si sveglia: per il resto non ci sono altro che le battute idiote dei membri della banda, che chiamati per il colpo se ne escono regolarmente con «Ormai sono fuori, mi spiace» e poi accettano tutti. La notte in cui finalmente si rubano le auto è eccitante quanto un cerotto. Qualsiasi tentazione di leggere questa bufala alla luce di passioni metalliche, erotismo meccanico o simili è da ghigliottina. (
pier maria bocchi
)

Alla ricerca dell’assassino

Sulla base di labili prove, un ragazzo viene ingiustamente condannato per l’omicidio di Victor Daniels, stimato medico. Convinta dell’innocenza del giovane, la prostituta Angela Crispini, amante del defunto dottor Daniels, assolda l’investigatore privato Tom O’Toole per trovare il vero responsabile. Grande spreco di talenti per un prevedibile giallo tratto da una pièce di Arthur Miller, autore anche della sceneggiatura (il commediografo non lavorava per il cinema dai tempi de
Gli spostati
, datato 1961).
(andrea tagliacozzo)

Il sapore della vittoria

Nel 1971 ad Alexandria, Virginia, in vista del campionato un college sperimenta la convivenza di studenti bianchi e neri per formare una squadra di football multirazziale. Mentre l’odio e i confini etnici restano ancora assai marcati tra la gente del luogo, i nerboruti e scontrosi ragazzi riescono, sotto la severa guida dell’allenatore di colore Herman Boone e del vice bianco Bill Yoast, a superare i pregiudizi e a fare della formazione dei Titans una coesa cellula sociale, imbattibile sul piano agonistico e culturale.
Il produttore dei più sfacciati blockbuster degli ultimi anni, Jerry Bruckheimer, ha deciso di investire su formule di intrattenimento «impegnato». E allora, dopo Armageddon e prima di Pearl Harbour , arriva sui nostri schermi Il sapore della vittoria, altro prodotto trionfalistico e senza cuore che tuttavia ostenta un tema forte: il razzismo. La pretestuosità del film è evidente: la forma di razzismo di cui si parla è ormai superata e quindi innocua, e soprattutto le tematiche razziali finiscono per veicolare l’ennesimo racconto edificante sul successo americano che supera qualsiasi barriera. Dinamiche narrative e linguaggio sono più adatti a un plotone di marines arrabbiati, fieri e assetati di vittoria. Tutto è estremamente calcolato, senza sorprese, senza sincerità, senza originalità. E le riprese delle partite sfigurano al confronto con quelle ben più spettacolari di Ogni maledetta domenica. Il massimo del ridicolo si tocca quando il capitano della squadra rimane paralizzato dalla vita in giù: l’atleta non si abbatte nemmeno un po’, si prepara per il campionato dei disabili e rincuora tranquillamente i compagni. A salvarsi sono solo le scelte di casting, con Denzel Washington e Will Patton che si scambiano le parti abituali: Denzel che fa il duro e Will comprensivo e rabbonito funzionano comunque al meglio. (anton giulio mancino)

The Mothman Prophecies – Voci dall’ombra

Dopo la morte della moglie, il cronista del
Washington Post,
John Klein (Richard Gere), viene misteriosamente trasportato a centinaia di chilometri di distanza in West Virginia, dove gli abitanti sono in preda al terrore e angosciati a causa di fenomeni paranormali. Al centro di questa storia c’è Mothman (l’uomo-falena), una specie di apparizione di gigante alato la cui comparsa fa da presagio a numerosi morti e disastri. Basato sugli eventi realmente accaduti a Point Pleasant, in Virginia, così come sono raccontati nel libro di John Keel
The Mothman Prophecies,
però non si capisce come Richard Gere si sia infilato in un film così assurdo, a metà tra
X-File, Twin Peaks
e
The Gift,
ma molto più surreale. Ben girato e ben recitato, un buon prodotto cinematografico, realizzato con cura in tutti i suoi aspetti. Dedicato a chi ama il genere fanta-thriller.
(andrea amato)