Amore senza confini

Una donna sposata lascia il marito e si innamora di un medico che fa parte di un’organizzazione umanitaria attiva nei paesi del Terzo Mondo: la loro relazione continuerà per anni, attraverso vari continenti e altrettante emergenze umanitarie. La descrizione delle terribili condizioni di vita degli abitanti delle zone più arretrate del globo terrestre è descritta magistralmente, e trasmette l’idea dell’urgenza e dell’importanza di qualsiasi aiuto. Ma che diavolo c’entra la storia d’amore in tutto questo? Mistero… Fortunatamente la presenza scenica di Owen riesce quantomeno a tenere in piedi il suo personaggio. J-D-C Scope.

Giovanna d’Arco di Luc Besson

Approccio accattivante alla storia di Giovanna D’Arco, con una vibrante Jovovich nei panni della contadina che conduce gli uomini del suo paese in battaglia. Ma in questa versione (sceneggiata da Besson e Andrew Birkin) lei si fa anche delle domande, il che fa perdere slancio al film dopo un’elettrizzante prima metà piena di scene di battaglia vivide e aggressive. Una versione alternativa dura 158 minuti. Super 35.

Grido di libertà

Film commovente e travolgente che descrive la figura dell’attivista sudafricano Steve Biko (ben interpretato da Washington) e della sua amicizia con il (battagliero) redattore di quotidiano Donald Woods (Kline). Purtroppo la seconda parte del film, se non si conta il personaggio di Biko, perde slancio: si sofferma per troppo tempo, infatti, sulla fuga dal Sudafrica messa in atto da Kline e famiglia ma, ingegnosamente, vengono inseriti i flashback di Biko che fanno riprendere filo e ritmo alla narrazione. Sceneggiatura di John Briley. Esiste una versione allungata di 23 minuti, realizzata per permettere alla televisione di dividere il film in due parti. 

Il mistero della signora Gabler

Adattamento cinematografico di uno dei drammi più famosi di Henrik Hibsen, «Hedda Gabler». Glenda Jackson veste i panni di Hedda, una donna che, pur amando Eylert, uno scrittore, sposa un uomo mediocre, Giorgio, del quale però si stanca quasi subito. Regia corretta ma un po’ piatta. Splendida, invece, la prova della Jackson che venne candidata all’Oscar.
(andrea tagliacozzo)

La carica dei 102

Scontati tre anni di carcere a causa delle malefatte commesse nel primo episodio, Crudelia DeMon sembra essere un’altra persona. Ricondizionata dal dottor Pavlov, non odia più i cani: anzi, si è trasformata nel più strenue difensore della causa cinofila. Il problema, non previsto dall’insigne Pavlov, è che il Big Ben ha il potere di decondizionare coloro che sono stati curati con la sua terapia. Il che, considerato che i fatti si svolgono a Londra, non è proprio una cosuccia da niente… Stephen Herek, regista del capostipite, aveva suo malgrado già detto tutto a proposito dell’adattamento live action dei classici cartoon Disney: meglio lasciar perdere se non si desidera rischiare la classica «brutta figura». Kevin Lima, regista del buon
In vacanze con Pippo
e del non disprezzabile
Tarzan
, almeno sulla carta sembrava garantire qualcosa di più del pessimo Herek. Errore: anche
La carica dei 102
è una «brutta figura». Nonostante i suoi precedenti lavori si concentrassero con grande acume (e divertimento) sull’antropomorfizzazione del cartoon, non gli riesce il giochino inverso: cartoonizzare la carne (d’altronde già Bugs Bunny – in
The Bugs Bunny Movie
– citava Charlie Chaplin, il quale a proposito dei Looney Tunes affermava: «Come possiamo competere con loro? Questi non hanno bisogno di tirare il fiato!»). Probabilmente è questo il motivo per cui tutto il film è attraversato da una malsana vena grottesca, che denuncia implacabilmente il disagio del regista con la materia narrativa. La stilizzazione dei personaggi è talmente esasperata che, lungi dal favorire una deriva iperrealistica, finisce per accontentarsi della più vieta stereotipizzazione. I buoni sono irritantemente buoni, i cattivi sono banalmente sopra le righe. Il banchetto canino potrebbe benissimo essere frutto di un’indigestione di Ken Russell, ma certo non permette al film di elevarsi al di sopra delle proprie carenze.

Il finale (la classica reazione a catena ambientata in una fabbrica, tipica dei cartoon), replica di quello del film di Herek, vede Glenn Close sottoporsi a un altro terrificante tour de force di umiliazioni fisiche (con tanto di sputo canino), ma non possiede nemmeno un’oncia dell’inventiva grafica di un film sbagliato – ma se non altro energico – come
Un topolino sotto sfratto
. Senza contare che è veramente deprimente vedere Depardieu rendersi così ridicolo. Irritante poi il sopravvalutato Paolantoni che – figurarsi! – doppiando in napoletano il pappagallo Garibaldi riesce a strappare gli unici sorrisi del film (ma è pochissima roba). Chissà perché i cosiddetti produttori di «film per bambini» continuano a pensare che i bambini siano mediamente più idioti di un idiota adulto medio.
(giona a. nazzaro)

Taglio di diamanti

Jack Rhodes, ladro internazionale, s’innamora di una bella cleptomane, Gillian, figlia di un noto esponente politico. Ricattata dall’ispettore capo di Scotland Yard, la ragazza si prepara a tendere una trappola al simpatico lestofante. Il film, girato in Inghilterra e in Olanda, è passato attraverso le mani di altri tre registi prima di approdare in quelle di Don Siegel. È quindi inevitabile che il risultato almeno un po’ ne risenta e che lo stile non sia proprio al 100 per cento quello di Siegel. Burt Reynolds sfoggia la sua solita carica di simpatia, Lesley-Anne Down la sua innegabile bellezza.
(andrea tagliacozzo)