Stuart Little 2

Stuart è un minuscolo topo parlante che è stato adottato dai Little, una famiglia di umani. È amatissimo dalla madre e dal padre e va d’accordo con il fratellino George, suo compagno di giochi. Nonostante questo, Stuart si sente solo e triste. A ravvivare le sue giornate arriva Margalo, una graziosa uccellina piovuta letteralmente dal cielo. Stuart ignora però che l’affascinante pennuta lavora al servizio di un perfido falco e ha il compito di rubare il prezioso anello della signora Little. Seguito del successo a sorpresa realizzato nel ’99 dallo stesso Rob Minkoff,
Stuart Little 2
riesce nell’impresa di non far rimpiangere il suo pur ottimo predecessore: merito degli autori che, come accadeva nell’episodio precedente, non perdono di vista la personalità e i sentimenti dei protagonisti – siano essi adulti, bambini, topi o uccelli – dando credibilità e, per certi versi, realismo a una vicenda che di realistico avrebbe davvero ben poco. Non viene infatti mai da chiedersi come sia possibile l’interazione tra umani e animali: accade e tanto basta. Il resto della riuscita del film si deve all’ottima cura della confezione, a una costante inventiva visiva e narrativa (non manca la suspense, nonostante nello spettacolare finale a darsi battaglia siano, in fondo, «soltanto» un topo e un falco) e all’ottimo uso degli effetti speciali digitali. Nell’edizione italiana la voce di Stuart Little è di Luca Laurenti (nella versione americana è di Michael J. Fox), quella di Margalo è di Paola Cortellesi (Melanie Griffith).
(andrea tagliacozzo)

I ragazzi della mia vita

«Un giorno può farti cambiare la vita in meglio, un altro rovinartela. La nostra intera esistenza si riduce a quattro o cinque giorni importanti in grado di determinare tutto». Questa la frase cardine del film
I ragazzi della mia vita,
che racconta la vita della scrittrice Beverly Donofrio. Bev (Drew Barrymore) vive a Wallingford nel Connecticut, papà poliziotto e mamma casalinga. A 15 anni rimane incinta di un poco di buono innamoratissimo di lei. Decide di sposarsi e di sacrificare, momentaneamente, il suo sogno: andare al college a New York e diventare scrittrice. Il matrimonio naufraga a causa della tossicodipendenza del marito e Beverly deve crescere da sola suo figlio Jason. Riuscirà a realizzare il suo sogno? Ovviamente sì, visto che si racconta la vita della scrittrice Beverly Donofrio. Ma a che prezzo? Soggetto molto interessante, non sempre sostenuto da una sceneggiatura convincente. Chi invece convince molto è la bravissima Drew Barrymore, sempre più padrona della scena e dei suoi mezzi talentuosi. Una storia di sogni infranti contro lo squallore della vita di una periferia alla periferia d’America, lottando per se stessi e per chi si ama. Magari non sempre in maniera ortodossa.
(andrea amato)

Happy, Texas

Accattivante commedia su due evasi costretti a rubare un camper e ad assumere l’identità dei proprietari, organizzatori di recite scolastiche gay: nascosti in una sonnacchiosa cittadina texana, i gaglioffi saranno costretti a mescolarsi ai locali al di là di ogni loro intenzione. Girato in economia, ma non si vede. Zahn è il mattatore di un cast di primissima classe.

L’inventore di favole

Basato su una storia vera accaduta sul finire degli anni Novanta e raccontata dal giornalista di
Vanity Fair
Buzz Bissinger
in un articolo intitolato
Shattered Glass
(vetro infranto). Stephen Glass
(Hayden Christensen)
è il giovane e brillante redattore di una rivista di politica statunitense, la
New Republic,
famosa per essere sempre presente sull’Air Force One, l’aereo presidenziale. La sua carriera sembra avviata nella direzione migliore, quando l’editore del giornale
(Ted Kotcheff)
decide il siluramento del direttore Michael Kelly
(Hank Azaria),
mentore di Glass, e la sua sostituzione con il giovane Chuck Lane
(Peter Sarsgaard).
Tra il nuovo direttore e la giovane e rampante redazione non corre buon sangue, ma è proprio Lane a sentir suonare i primi campanelli d’allarme quando un sito Internet pubblica un articolo che «smonta» pezzo per pezzo un articolo di Glass, contenente la cronaca, come sempre brillante e (apparentemente) informatissima, su un
hacker
giovanissimo che sarebbe stato assoldato a suon di dollari dalla società informatica di cui aveva violato gli archivi. Lentamente ma inesorabilmente la verità viene alla luce: il giovane e brillante giornalista s’inventava i pezzi, approfittando delle «falle» del sistema che sovrintende la produzione delle notizie.

Apologo sulla professione giornalistica e sulla fragilità del sistema di verifica delle informazioni,
L’inventore di favole
affronta con piglio cronachistico uno dei temi più scottanti della società dell’informazione nella quale viviamo. Diciamo subito che non ne vaticiniamo un convinto successo di pubblico.
Bily Ray,
che firma regia e sceneggiatura, sembra molto preoccupato di riferire i fatti come realmente accaddero, dimenticando però di aggiungere
pathos
alla storia, concentrandosi unicamente sulla vicenda principale. Non proviamo neppure a fare qualche paragone con pellicole del passato che hanno affrontato – magari da altri punti di vista – lo stesso argomento. La storia c’è, è il film a mancare.

Non siamo affatto compiaciuti nel dare un giudizio così netto. Il tema sollevato è quanto mai attuale, anche se calato in un contesto distante dalla nostra esperienza. Basti osservare il dettaglio che – si apprende dal prologo del film – l’età media dei redattori di
New Republic
è di 26 anni. Da noi i loro coetanei si potrebbero considerare fortunati se fossero «abusivi», vale a dire collaboratori privi di diritti, spesso costretti a elemosinare un incarico senza alcuna certezza che esso sarà (mal) retribuito. Ma ne riparleremo quando un regista italiano ci farà sopra un film.

(enzo fragassi)

Dr. Dolittle 2

Il Dr. Dolittle, diventato famoso per la sua capacità di parlare con ogni specie animale, riceve da Don Castoro (un vero castoro…) l’incarico di trovare il modo di salvare la foresta dalle brame di Joseph Potter, un bieco costruttore edile che vorrebbe interamente disboscarla. L’unico modo di riuscire nell’impresa è di far accoppiare Ava, un’orsa del Pacifico Occidentale considerata specie protetta e in via d’estinzione, con un orso di città, Archie, che avrebbe poche probabilità di sopravvivere in quello che ormai non è più da tempo il suo habitat naturale. Per fortuna c’è il Dr. Dolittle a fargli da maestro. Seguito dell’hit del ’98,
Dr. Dolittle 2
, al pari del predecessore, è una gradevole commedia surreale che scorre via senza troppi intoppi e problemi, a dispetto della prevedibilità della trama – esile e pretestuosa – e dall’ovvio assunto ecologico. A renderla piacevole c’è un Eddie Murphy in buona forma (e curiosamente a suo agio nei panni dell’attempato padre di famiglia) e una numerosa serie di gag piuttosto divertenti (alcune di gusto innocentemente trash, come è tradizione del comico americano). Peccato che la versione italiana sia rovinata (o quantomeno alterata) da un doppiaggio assurdo che fa parlare gli animali con i vari dialetti nostrani (romanesco, milanese, siciliano, ecc.), a prescindere dall’indubbia qualità dei doppiatori impiegati (Pino Insegno, Leo Gullotta e Luciana Littizzetto).
(andrea tagliacozzo)

Bandidas

Nel ribollente Messico dei primi anni del secolo scorso, percorso da fermenti rivoluzionari, Sara (Salma Hayek), figlia di un ricco banchiere, e Maria (Penelope Cruz), che invece appartiene a una famiglia di umili coltivatori, si ritrovano unite sullo stesso fronte: opporsi alla protervia di un funzionario venuto dalla città per espropriare i terreni dei contadini, così da consentire il passaggio della ferrovia in costruzione. Le due affascinanti “bandidas” finiscono nel mirino dell’ispettore Quentin (Steve Zahn), incaricato di porre fine alle loro scorribande. Con Luc Besson in veste di produttore, ideatore del soggetto e della sceneggiatura – ma non in quella di regista – un esplicito riferimento al film del 1971 di Christian-Jacque, con Claudia Cardinale e Brigitt

National Security – Sei in buone mani

Due ex poliziotti rivali scoprono azioni illecite nelle alte sfere mentre lavorano come guardie di sicurezza (eh sì, probabilmente avrete già sentito qualcosa di simile…). Com’è prevedibile, questa commedia su una coppia di amici non è granché sensata neppure al suo livello più stupido, eppure Lawrence e Zahn sono sorprendentemente in sintonia e spassosi come sono sempre stati. La scena che porta alla cacciata di Zahn dalla squadra è di prim’ordine, qualunque sia il metro di valutazione; tutto il resto è mero riciclaggio.

Hamlet 2000

Più di quaranta versioni cinematografiche dell’Amleto shakespeariano e ancora c‘è chi ha voglia di rivisitarlo. Hamlet di Michael Almereyda ambienta la storia fra i grattacieli di Manhattan e lo adatta all’epoca delle multinazionali: la lotta per il potere si mescola ai conflitti generazionali e al disagio di un universo giovanile upper class cresciuto con i media, il consumo, la riproduzione e il riciclaggio delle immagini.
Amleto è un regista senza grandi prospettive, sempre a disagio nelle circostanze pubbliche in cui la madre naturale (Diane Venora) e patrigno (il lynchano Kyle MacLachlan), proprietari della Denmark Corporation, fanno sfoggio del proprio potere e della propria ricchezza. Amleto si rapporta alla realtà attraverso una telecamera digitale, ha un approccio virtuale e dolente con il mondo, dialoga con gli altri e con se stesso servendosi di fotografie, estratti da film o clip delle sue videoregistrazioni. Lo spettacolo con cui Amleto smaschera i genitori assassini è un cortometraggio realizzato con frammenti eterogenei di altri film, telefilm o documentari. La celebre sequenza del monologo si svolge invece tra i corridoi gremiti di videocassette di uno dei tanti Blockbuster della Grande Mela. La crisi amletica si traduce in una vaga nostalgia paterna, che prende le mosse dalle apparizioni di un padre-fantasma (Sam Shepard) che assomiglia molto ad una delle innumerevoli immagini latenti e virtuali che popolano la solitudine del ragazzo. Al padre tradizionale, emblema di un passato imposto come un dovere che rivendica un posto nella vita interiore e nell’agire fatale di Amleto, pretendendo di essere ricordato e dunque vendicato, si contrappone la prospettiva di un futuro indecifrabile, codificato in numeri, transazioni di quote societarie e in cerimonie autopromozionali, che ad Amleto appare come una gabbia alienante. Sulla falsariga di Scream e di The Blair Witch Project , Hamlet è una metafora contemporanea di stampo giovanile sul potere delle immagini, sul tragico diniego globale e sulle conseguenze sul piano cognitivo ed esistenziale di questa pervasiva dimensione artificiale. (anton giulio mancino)

Out of Sight

Jack Foley (George Clooney) ha messo a segno più di duecento rapine in banca, non ha mai usato armi ed è finito in galera solo tre volte. Sta rapinando l’ennesimo sportello, ma quando sta per scappare (con molta calma) l’auto non parte. Finisce in prigione a Miami. Evade. Guarda caso proprio all’uscita della buca scavata sotto il penitenziario c’è l’agente dell’Fbi Karen Sisco che spara agli evasi. Lui se la cava e Buddy, il suo complice, nasconde evaso e sceriffa nel bagagliaio dell’auto. Sono stretti stretti, ma parlano di cinema. Si piacciono, è evidente. Anzi, lei lo sognerà in atteggiamenti romantici. Ma Jack va per la sua strada, anche perché quando era carcerato aveva pensato a un grosso colpo a Detroit. Con Buddy, tenta la grossa rapina a un pezzo grosso finito a sua volta in prigione per insider trading, ma con diamanti grezzi per milioni di dollari nella vasca dei pesci di casa. Ci provano. Intanto la bella Jennifer, detective con mini tubino e spacco, è sulle loro tracce. E sarà proprio lei a catturare il bel Jack. Ma forse una prossima evasione…
Un poliziesco rosa dalla trama un po’ complicata, con molte assurdità (flash-back, scene immaginate…), che si regge soprattutto sui due bellissimi di Hollywood: George Clooney (che Soderbergh dirigerà nel 2001 in
Ocean’s Eleven
) e la cantante-attrice Jennifer Lopez. Qualche risata, per una trama un po’ troppo scontata (soprattutto per la parte romantica) fin dall’inizio. Per il regista, la rinascita dopo
Sesso, bugie e videotape
del 1989. Ruoli cameo di Michael Keaton e Samuel L. Jackson.