Il crimine di padre Amaro

Ansioso di cambiare il mondo, il giovane Amaro prende i voti, in parte per seguire la propria vocazione, in parte per il rapporto di amicizia che lo lega al vescovo. Sollecitato da quest’ultimo, Amaro si reca presso la chiesa della città di Los Reyes, Aldama, per acquisire, sotto la supervisione di Padre Benito, la preparazione necessaria ad affrontare gli studi a Roma. A Los Reyes il giovane conosce la devota, innocente e sensuale Amelia, figlia di Sanjuanera, della quale a poco a poco si innamora sfidando il destino che gli imporrebbe il celibato. Intorno a questa vicenda si intrecciano le vite parallele degli altri sacerdoti e dei loro parrocchiani. Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Josè Maria Eca de Queiroz, scritto nel 1875 in Portogallo, Il crimine di padre Amaro si presenta come una versione sudamericana e cinematografica del celebre serial televisivo Uccelli di rovo. Lussuria, orgoglio, fanatismo, abuso di potere, arroganza, prepotenza, ingiustizia, questo l’ambiente in cui si svolge il film, ricco di spunti di riflessione. I dubbi personali davanti alle scelte che sembrano preordinate e a cui è difficile ribellarsi. Il conformismo cattolico estremizzato all’ennesima potenza, con la facile morale del: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Poco digeribile in alcuni passaggi per un ritmo troppo blando e dialoghi troppo retorici. Candidato agli Oscar come Migliore film straniero, anche se si ha l’impressione di essere davanti a una buona occasione sfruttata male. Candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero (andrea amato)

Balada triste de trompeta

1937. La Spagna è nel mezzo della terribile Guerra Civile. In un circo il Pagliaccio Tonto viene interrotto nel mezzo della sua performance e reclutato con la forza da un gruppo di repubblicani. Mentre indossa ancora il suo costume di scena, gli viene messo in mano un machete e viene condotto in battaglia contro i soldati franchisti, dove da solo massacra un intero plotone.

La comunidad – Intrigo all’ultimo piano

In un condominio di Madrid un anziano signore vince un premio milionario alla lotteria, si chiude in casa e nasconde i soldi. I vicini, avidi, non aspettano altro che il vecchio tiri le cuoia per mettere le mani sul bottino. Non hanno però fatto i conti con Julia, agente immobiliare che riesce ad afferrare il gruzzolo: tra lei e gli altri inquilini si instaurerà una sanguinosa lotta all’ultima banconota. Álex de la Iglesia, dopo l’ultrahard Perdita Durango e lo strepitoso Muertos de risa (entrambi tuttora inediti da noi, ed è un grosso peccato), torna alle atmosfere grottesche spinte di El dia de la Bestia , ma l’operazione gli riesce assai meno bene: il girotondo delle violenze cartoonesche, degli imbrogli bramosi e dell’egoismo inaudito ha il fiato corto, dopo poco gira a vuoto, ripetendosi e accumulando notazioni e azioni senza accortezza per il ritmo e l’equilibrio generale del film. Accadeva un po’ la stessa cosa pure in Perdita Durango , ma almeno lì c’era un contorno di suggestioni davvero notevole; in La Comunidad invece si sente subito la pochezza dell’assunto, che rasenta la banalità e non dice niente di nuovo. Strano, ma questa sorta di kammerspiel da tinello e tromba delle scale, isterico e minaccioso (ma soltanto negli sguardi dei personaggi), prende il volo solo quando – negli ultimi venti minuti – esce dal condominio. Tutta la parte sui tetti, bellamente hitchcockiana, è girata con gusto della suspense e ottima scansione, risultando più allucinata e, volendo, più scorretta di ogni minuto precedente. Ma la perfezione calibratissima e acidissima di Muertos de risa , a tutt’oggi il miglior lavoro di de la Iglesia, non riesce a replicarsi. (pier maria bocchi)