Sogni d’oro

Il regista Michele Apicella sta girando la sua opera seconda: si tratta di
La mamma di Freud
, una biografia comica del padre della psicanalisi. Crisi creative e personali, ma soprattutto sogni e visioni, accompagnano il suo percorso fino alla fine del film, che sarà un fiasco. Il Moretti più narcisista e fastidioso, uno di quelli in cui l’intelligenza e la sincerità non riescono a bilanciare la chiusura, gli sbrodolamenti, i vezzi. Insomma,
Sogni d’oro
è un «secondo film» da manuale (consideriamo infatti
Io sono un autarchico
ed
Ecce bombo
lo stesso lavoro in doppia versione), ne possiede tutti i difetti e le incertezze. Si aggiunga poi che in quegli anni il cinema italiano era un deserto assoluto (e lo sarebbe rimasto fin quasi alla fine del decennio), nel quale lo sbandamento dei cineasti toccava il proprio nadir. Eppure, di questo film azzardato e scombinato, rimangono impressi frammenti proverbiali, pillole di ironia: Moretti che gioca a palla sul minicampo della sua stanza, Moretti-uomo lupo che urla «Perdonami, sono un mostro!», il dibattito televisivo. E poi c’è una Morante agli esordi (ma oggi è più brava e anche più bella).
(emiliano morreale)

Per sempre

Giovanni è un penalista di successo avvezzo alle avventure extramatrimoniali. Sara è un’affascinante professionista che, per gioco o per rivalsa, vive una dopo l’altra brevi relazioni sentimentali. I due si incontrano e scoppia una passione che dura quattro anni. Giovanni e Sara non fanno progetti a lungo termine e alternano momenti di grande coinvolgimento a repentini distacchi, dovuti più che altro alla particolare indole della donna. Giovanni cerca la svolta: abbandona la famiglia e chiede per la prima volta a Sara di diventare parte della sua vita. La donna tronca immediatamente la relazione senza dare troppe spiegazioni. Per Giovanni è l’inizio della malattia. Inappetente e disperato, comincia un percorso che lo condurrà nel baratro nonostante l’intervento di un bravo e paziente psicologo che cerca di capire le vere ragioni di tanta sofferenza. Ma anche per Sara, dopo la morte dell’ex compagno, cambieranno molte cose.

Per sempre
narra il drammatico percorso di una malattia mascherato da storia d’amore. Alessandro di Robilant si cimenta con un soggetto ideato da Maurizio Costanzo mettendo in scena una vicenda difficile e complicata in cui l’amore assume un ruolo secondario rispetto al malessere esistenziale di un uomo contemporaneo. L’attenzione si focalizza sul tema del «graffio dell’anima»: un trauma, uno strappo che provoca in alcuni individui la completa perdita della coscienza di sé e l’abulia nei confronti della vita. La realtà risulta allora priva di qualsiasi interesse rispetto a quello che si è perso, in questo caso l’oggetto del proprio amore. Giovanni, interpretato in modo convincente da un Giancarlo Giannini per il quale, è lo stesso Costanzo a dirlo, è stata scritta la parte, rappresenta l’universo dei «malati di certezze». Circondato da paletti costruiti in anni di successi professionali e sentimentali, «l’uomo riuscito» non regge il rifiuto sino al punto da lasciarsi morire. A Francesca Neri, nei panni di Sara, ben si addice il ruolo della donna ambigua e sfuggente, apparentemente egoista e crudele. Dietro la maschera della mangiatrice di uomini però, si intravede la paura del legame duraturo e della responsabilità nei confronti dell’altro (chiunque egli sia). Due le malattie messe in scena, quindi. Due le paure. Peccato che a sostenere l’idea tanto attuale della depressione e delle sue cause, non sia giunta un’opera altrettanto convincente. Il regista non è riuscito fino in fondo nel suo intento, quello di analizzare e mitizzare la dialettica tra due persone/entità in conflitto, né tantomeno dal film emergono gli aspetti più significativi della sofferenza causata dalla perdita. Mancano lo slancio iniziale e, in parte, l’affondo psicologico, salvato solo dalla buona prova dei due protagonisti e di Emilio Solfrizzi, qui chiamato a incarnare i panni dello psicoterapeuta. La sceneggiatura, curata ancora da Costanzo con la collaborazione di Laura Sabatino, si regge su rari momenti di interesse anche se alcuni dialoghi appaiono quantomeno forzati.
(emilia de bartolomeis)