Una spia per caso

Negli anni Cinquanta l’insegnante di lettere McGrath, che dopo il lavoro al liceo svolge anche la professione di istruttore di guida, dichiara alla moglie assetata di prestigio sociale di lavorare per la Cia. Le vicende si susseguono e lui viene effettivamente reclutato dalla Cia, per ritrovarsi paracadutato nella Baia dei Porci a tentare di uccidere Castro. Troppo intelligente per i lobotomizzati dei multiplex, ma allo stesso tempo troppo stupido per cervelli più fini; affabilità e ottime prestazioni sportive sono tutto ciò che questo film ha da offrire. Woody Allen (che ha scritto Pallottole su Broadway con McGrath) appare non accreditato.

Le vie della violenza

Parker e Lonbaugh, due balordi, rapiscono Robin, una ragazza che ha accettato una gravidanza assistita per conto di Francesca, la donna di Hale Chidduck, un uomo d’affari senza scrupoli in combutta con la mafia. Sulle tracce dei due, Chidduck invia Joe Sarno, un feroce e anziano tirapiedi che chiede aiuto ad Abner, un suo vecchio socio. Intanto Parker e Lonbaugh chiedono il riscatto per Robin e la cosa accende una lampadina nella testa di Obecks e Jeffers, le due guardie del corpo di Chidduck.
Le vie della violenza
è stato ferocemente stroncato da
Variety
a causa della sua brutalità e di una Juliette Lewis incinta che si trascina dolorante per tutto il film. Se Christopher McQuarrie voleva farsi notare, ci è riuscito senz’altro. Noto soprattutto come sceneggiatore de I soliti sospetti, McQuarrie non rinuncia nemmeno in questa occasione a mettere in mostra il suo debole per colpi di scena artefatti e tutti di testa. Per cui ogni personaggio tradisce l’altro e ognuno non è mai ciò che sembra. Certo l’abilità per i dialoghi paradossali è notevole, ma tutto sa di tarantinismo di riporto e fuori tempo massimo (così come le riflessioni metafisiche su Dio, la colpa, il peccato…sulle quali grava l’allegoria mariana del parto in un mondo deturpato dalla violenza….). McQuarrie comunque tenta di dirigere il film senza ricorrere alla sintassi corrente dell’action movie americano, lavorando di tempi morti e attese (cosa che fa molto anni Settanta). In questo senso il pianosequenza che accompagna i preparativi degli uomini di Sarno nella notte, che si conclude con un dolly che si alza e che inquadra Francesca in piedi dietro ai vetri della villa di Chidduck è notevole ma, purtroppo, isolato. Il resto è Peckinpah: tutta il finale è un chiaro omaggio al massacro de
Il mucchio selvaggio
e alla sparatoria nel motel di
Getaway
. Insomma: un film pieno di buone intenzioni ma che si perde lungo la strada dei suoi effetti e artifici. (giona a. nazzaro)

Five Fingers

Un giovane olandese viene rapito assieme alla sua guardia del corpo mentre si trova in Marocco per avviare un programma umanitario in favore di bambini malnutriti. Lo sbigottimento e l’incredulità per l’accaduto precipitano fin da subito nel terrore non appena l’amico viene ucciso davanti ai suoi occhi. Il suo carceriere avvia con lui un interrogatorio che ha come premessa una partita a scacchi, in cui ogni mossa sbagliata comporterà al prigioniero, ingenuo idealista con la passione per il pianoforte, la perdita di un dito della mano. Una serie di colpi di scena farà emergere che forse il sequestro non è uno scambio di persona…

Synapse – Pericolo in Rete

Fantascientifico ma non troppo: il paradosso di
Synapse – Pericolo in rete
sta tutto in questa contraddizione. Dieci o venti anni fa sarebbe stato un film davvero allarmante e utile. Oggi serve solo a ricordare che i monopoli economici hanno come centro nevralgico il sistema informatico e la comunicazione globale. Il tutto, come è logico che sia in un film, avviene all’interno di una trama congegnata secondo le regole di un thriller fantapolitico incentrato su un oscuro e inquietante magnate delle telecomunicazioni, Gary Winston, che rimanda nemmeno troppo velatamente al contemporaneo Paperon de’ Paperoni della Microsoft, Bill Gates. Contro costui, novella incarnazione del gigante avido e pericoloso alla Gordon Gekko di
Wall Street
, finisce per schierarsi l’ignaro brillante programmatore Milo, che credeva di lavorare per il progresso digitale e invece non faceva altro che alimentare le peggiori ambizioni di Winston.

In un film come
Synapse
non conta molto chi l’ha diretto – ovvero l’insignificante e anonimo Peter Howitt di
Sliding Doors
– quanto gli spunti che è in grado di mettere in campo l’intelligente sceneggiatura di Howard Franklin, raffinato e sottovalutato sceneggiatore e regista di
Occhio indiscreto
e
Il diavolo in blu
. Purtroppo, come si accennava, il film risulta anche troppo ingenuo, ricalcando lo schema faustiano dei più interessanti
Il socio
e
L’avvocato del diavolo
. Ci si chiede in fondo quanto possa essere considerato eroico un personaggio come Milo, che di fatto fornisce gli strumenti e i supporti tecnico-ideologici per le trame oscure di Winston. Dopotutto, nel mondo reale, il progettista ambizioso e il capitalista senza scrupoli non sono forse le due facce della stessa medaglia ? Ed è mai possibile credere ancora, sebbene queste siano purtroppo le regole indeclinabili dello spettacolo, che il Male si configuri attraverso oscuri complotti eversivi? Occorre ancora presentarci l’ennesimo Malvagio per eccellenza anziché cogliere dietro questo fenomeno il volto più noto dei fautori della cosiddetta democrazia? Perché contrapporre la libertà e la democrazia al monopolio e al controllo globale se si tratta, ormai, di un unico circolo vizioso? Quello di
Synapse
, dunque, è candore disarmato o malafede camuffata? Opteremmo per la prima soluzione. Ma non è una grande consolazione.
(anton giulio mancino)

Franklyn

Collocate tra i mondi paralleli della Londra contemporanea e di una metropoli futuristica e dominata dal caso chiamata Città di Mezzo, Franklyn ripercorre la storia di quattro anime, le cui vite sono legate dal fato, dall’amore romantico e dalla tragedia. Nel momento in cui questi mondi collidono, un singolo proiettile determina il destino di questi quattro personaggi.

Flags of Our Fathers

Clint Eastwood racconta lo scontro tra giapponesi e statunitensi a Iwo Jima, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, battaglia tenutasi tra febbraio e marzo 1945 e di vitale e strategica importanza per la vittoria statunitense sul versante Pacifico: l’isola, insieme a Okinawa, fu una postazione fondamentale per l’esercito statunitense impegnato nei bombardamenti sul Giappone. Cinque settimane di accanita battaglia videro le truppe del generale Kuribayashi soccombere ai marine guidati dall’ammiraglio Spruance: il terribile bilancio umano fu di ventunomila caduti tra le file orientali e settemila fra quelle statunitensi (che riportò a casa anche diciannovemila feriti). Lo scontro di Iwo Jima è celebre anche per un monumento dedicato ai militari americani caduti (che in realtà ripropone a tuttotondo una fotografia di Joe Rosenthal), il Marine Corps War Memorial, nel quale sono riprodotti alcuni soldati intenti a piantare una bandiera a stelle e strisce sulla vetta del monte Suribachi (la più importante altura dell’isola di Iwo Jima).  A questo film seguirà Letters From Iwo Jima, sempre diretto da Eastwood, che racconterà la stessa vicenda dal punto di vista dei soldati giapponesi.

Gosford Park

1932, Gosford Park. In una tenuta inglese, si riuniscono per una battuta di caccia di fagiani un gruppo di aristocratici e no. Sir William, padrone di casa, e lady Sylvia, sua moglie, una coppia non propriamente affiatata né innamorata, ospitano una contessa, una coppia in crisi, un eroe della Prima Guerra Mondiale, un attore e cantante inglese, un produttore cinematografico americano… Ognuno si presenta nella residenza dei McCordle con valletti e camerieri (o cameriere) al seguito. Gli ospiti sono alloggiati nelle belle stanze del piano di sopra, la servitù ai piani bassi tra lavanderia, cucine e corridoi che non finiscono mai. I due mondi sono (sembrano) separati. La prima sera fila via liscia tra aperitivo e cena sontuosamente apparecchiata e servita. Eppure… Le coppie che non sono poi così felici, le signore ingioiellate non sono poi così ricche, le amicizie non sono poi così disinteressate… Al piano di sotto la servitù lavora, commenta, spettegola. Quando c’è buio, la padrona di casa adesca un valletto (che in realtà valletto non è), il padrone di casa fa altrettanto con una servetta, e via così con incontri clandestini che si consumano nella magione. Poi c’è il giorno della caccia, cui segue un omicidio. Sir William viene trovato morto nella sua biblioteca. Arriva l’ispettore di turno, iniziano le indagini che, però, non sconvolgono più di tanto la vita degli ospiti né della servitù… Del resto, a parte una domestica, nessunao rimpiange l’uomo.
Uno splendido ritratto della società britannica dei primi anni Trenta di Altman, perfetta l’ambientazione, perfetta la fotografia dei nobili, delle loro virtù e dei loro vizi. Ma altrettanto perfetta la fotografia del mondo del piano di sotto, di quei maggiordomi, cuoche e servette che non solo «parlano attraverso i loro padroni», ma animano un mondo tutto loro di piccoli vizi, grandi dedizioni, perfezionismo, ambizioni, snobismo e servilismo. Ecco, un umanissimo ritratto, quello in cui il regista americano è assoluto maestro. In un ordinatissimo intricarsi di classi sociali, sesso, generazioni… Un omaggio ad Agatha Christie, ma anche a Le regole del gioco di Renoir, alla commedia di maniera… Con un cast che è un who is who del cinema britannico, con una strepitosa Meggie Smith, candidata agli Oscar come miglior attrice non protagonista, nella parte della anziana zia supersnob ma senza una sterlina e di una irresistibile simpatia. Eccellenti anche Kristin Scott Thomas, nella parte della lady insoddisfatta ma che si toglie le sue soddisfazioni, Michael Gambon, il baronetto padrone di casa ucciso e da nessuno rimpianto, Helen Mirren, la governante Mrs Wilson, Eileen Atkins, la cuoca Mrs Croft… Con quella di Meggie Smith, il film si è guadagnato sei candidature agli Oscar 2002.

Breach – L’infiltrato

Eric O’Neil è un giovane agente dell’FBI. Il suo primo incarico lo metterà a dura prova: dovrà infatti indagare su una pericolosa fuga di notizie verso l’Unione Sovietica dietro la quale si nasconde il suo capo, Robert Hanssen. Ispirato a una storia vera