Driven

Jimmy Bly è un giovane e promettente pilota di macchine da corsa che rischia di bruciare la propria carriera a causa dell’inesperienza e dell’emotività. Il suo più temibile avversario è Beau Brandenburg, quasi imbattibile sul circuito, ma in crisi sentimentale con la bella Sophia, della quale Jimmy è segretamente innamorato. Per rimettere Jimmy sulla retta via, il boss della scuderia Carl Henry decide di rivolgersi a Joe Tanto, un esperto pilota caduto in disgrazia dopo un brutto incidente. Per Joe è l’occasione giusta per rientrare nel giro, oltre che l’ora del riscatto.
Driven
dovrebbe segnare l’ora del riscatto anche per Sylvester Stallone, reduce da un breve esilio dalle scene (terminato con il precedente
La vendetta di Carter
) e da alcune prove poco fortunate al botteghino (compreso l’ottimo
Cop Land
, in cui aveva dimostrato di essere ben più di una semplice icona hollywoodiana). E il film – strano a dirsi visto la sua natura di blockbuster – è uno dei più personali tra quelli interpretati da Sly, autore anche della sceneggiatura.
Driven
è un film con più anime e più temi: quello della risurrezione e del riscatto, già accennato, uno dei favoriti dell’attore dai tempi di
Rocky
; del tradimento (familiare, sentimentale e altro); della lealtà e dell’amicizia, quasi di stampo hawksiano, che lega tra loro i vari piloti, benché rivali in pista. Ogni singola virgola dello script porta quindi i segni del passato di Stallone, artistico e privato; il tutto, ovviamente, senza dimenticare la logica e le esigenze dell’entertainment. Per questo Sly ha deciso di rivolgersi a Renny Harlin, che lo aveva già diretto nel divertente
Cliffhanger
. Il risultato sono due ore di grande spettacolo a ritmo forsennato durante le quali il regista finlandese passa in rassegna ogni possibile soluzione visiva esistente (split-screen, dissolvenze, zoomate, carrellate veloci) in un stordente tourbillon di suoni, musica e immagini: quasi un Tsui Hark (il regista di
The Blade, Double Team
e
Time and Tide
) in scala ridotta (si badi bene, «ridotta» solo perché il virtuosismo visivo dell’hongkonghese è praticamente imbattibile). Così anche l’ovvio ricorso alla grafica digitale per «migliorare» le prestazioni dei protagonisti non disturba affatto e finisce per conferire al film una dimensione astratta, quasi Pop, tra il manga e i giochi della Playstation.
(andrea tagliacozzo)

L’attimo fuggente

Autunno 1959: all’Accademia Welton, in Vermont, c’è un nuovo insegnante di Lettere, John Keating, ex allievo del college. Gli studenti rimangono affascinati dai metodi anticonformisti del professore e, risvegliata la creatività, fondano la Società dei Poeti Estinti, riunendosi di notte in una grotta per declamare poesie. Un film indubbiamente commovente, dalla confezione quasi impeccabile, interpretato con la giusta dose di freschezza da un manipolo di giovani attori (tra i quali il futuro divo Ethan Hawke). Ottima anche la prova di Robin Williams. Oscar 1989, tutto sommato meritato, alla sceneggiatura di Tom Schulman. (andrea tagliacozzo)

L’età dell’innocenza

Da un piccolo classico della letteratura americana, un’opera che poteva sembrare una deviazione dai temi canonici dell’autore; ci si accorge però subito che è un film tutto di Scorsese, una eziologia del suo mondo, un film «antropologico» quanto
Toro scatenato
o
Quei bravi ragazzi
. La dinamica del clan è sempre la stessa, e il confronto con i modelli alti del cinema americano pure. Il sabotaggio del romanzo storico è sottilissimo, a partire dagli straordinari titoli di testa (dei grandi Saul e Elaine Bass) per arrivare alle improvvise increspature dello stile, che hanno insegnato molto alla Campion di
Ritratto di signora
. E poi era dai tempi di
Alice non abita più qui
che Scorsese (il più grande indagatore esistente del maschilismo italoamericano) non costruiva un ritratto femminile così partecipe e inquieto. Un film migliore del miglior Visconti, fratello del miglior Scorsese, cattivo, malinconico e geniale.
(emiliano morreale)

Molto rumore per nulla

La commedia di Shakespeare sulla corte di Benedick (interpretato dall’attore-regista-sceneggiatore Branagh) a Beatrice (la Thompson, al tempo sua moglie) è ambientata e girata completamente in una villa toscana e si sostiene su un cast di prima qualità. Chiassoso, vivace e ben ritmato, una vera e propria sferzata di vigore al testo del bardo, anche se talvolta la poesia si perde tra gli scherzi e i giochi. Branagh esegue un lavoro eccellente, ma non riesce a superare il suo precedente sforzo shakespeariano Enrico V (1989).

La brillante carriera di un giovane vampiro

Durante una consegna a domicilio, uno studente capita nella villa di una misteriosa signora in nero. Solo dopo essere stato morso sul collo, il giovane si accorge che la donna è una vampira. Ma in fondo la vita delle creature della notte non è poi così malvagia. Commedia horror per teen-ager diretta dal figlio di John Huston, versione aggiornata (e non troppo riuscita) di cult-movie degli anni Cinquanta come
I Was a Teenage Frankenstein
e
I Was a Teenage Werewolf
.
(andrea tagliacozzo)