Nikita

Nikita, giovane tossicodipendente, viene condannata all’ergastolo per l’omicidio di un poliziotto. Per sfuggire alla pena, la ragazza sceglie, suo malgrado, di diventare un sicario dei servizi segreti. Uno dei film più riusciti del non sempre eccelso Luc Besson, con una Anna Parillaud semplicemente straordinaria e un impeccabile Jean Reno nei panni del killer che si fa chiamare «L’eliminatore». Spettacolare e violento, sulla scia degli actioner americani. Il film ha avuto l’onore di ben due remake: il primo realizzato negli Stati Uniti, diretto da John Badham e intitolato Nome in codice: Nina ; il secondo, dal titolo Black Cat , girato a Hong Kong da Stephen Shin. (andrea tagliacozzo)

L’amore che non muore

Se Emir Kusturica fosse stato Depardieu, se Juliette Binoche si fosse ispirata a Isabelle Adjani, se Daniel Auteuil avesse visto meno Callaghan, se Patrice Leconte avesse omaggiato il maestro Truffaut, allora
L’amore che non muore
sarebbe stato un film meno
ridicule
di quello che è. Ovvero un mélo frigido che tenta disperatamente di scaldarsi mettendo in scena i temi dell’amore e della morte, del peccato e del perdono, del fatalismo e della volontà attraverso le figure di un povero marinaio (Kusturica) condannato a morte per aver ucciso un uomo in stato di ubriachezza, di un capitano (Auteuil) cui è affidata la custodia del prigioniero, e della moglie di questi (Binoche) pronta a subire il fascino selvaggio del marinaio e a lavorare alla sua redenzione. Gli elementi per realizzare il corrispettivo del romanzo sentimentale ci sono tutti, salvo che nulla porta alla passione e niente innalza la tragedia. Il film si trascina stancamente, tirato per i capelli da una regia invadente, marcata, prolissa e decisamente ingiustificata. Le continue zoomate sulla folla o sui volti dei protagonisti, l’uso estensivo di grandangolari, gli incessanti andirivieni della macchina da presa – marche stilistiche ingombranti come poche – sembrano avere come unico scopo quello di supplire alle carenze di una sceneggiatura disadorna, di una recitazione contrita, di dialoghi rinsecchiti da fotoromanzo. Quello che rimane alla fine – cara fine, come direbbe il poeta Dylan Thomas – sono le cose più belle del film, ovvero: uno splendido morello, cavalcato non senza eleganza dal capitano Auteuil; il suo lungo cappotto scamosciato, portato con irriverenza giacobina, e l’espressione incolpevole di Kusturica che a ogni posa, senza posa sembra chiedersi: «Pensavo fosse un film… invece è un calesse».
(dario zonta)