Il boss e la matricola

Broderick, studente di cinema della New York University, si unisce a un’eccentrica famiglia mafiosa capeggiata da Brando in questa commedia contagiosa e bizzarra. Di per sé non eccezionale, ma un gran cast e l’ambientazione newyorkese — più la sceneggiatura originale e divertente dello stesso Bergman — lo fanno funzionare. La cosa migliore è l’incredibile performance di Brando (vi ricorda qualcuno?) e la sua amicizia con il protagonista.

La famiglia Addams

Si sa: il cinema americano degli ultimi anni si nutre dell’indistinzione tra modelli di spettacolo e principi di realtà, dei passaggi di stato da un medium all’altro, del transito dal fumetto al cinema, dalla televisione al cinema ecc. ecc. (da
Dick Tracy
a
Casper
, fino ad arrivare all’esempio più riuscito, quello di
Batman
). Di fronte a un materiale di partenza come quello della
Famiglia Addams
– la serie televisiva con protagonisti le cui fattezze umane ricordano sempre più quelle dei personaggi dei cartoni animati – Hollywood non poteva quindi tirarsi indietro. Se ammettiamo che la riuscita del film è direttamente proporzionale alla resa su pellicola della indistinzione di cui sopra, si può senz’altro dire che l’operazione di Sonnenfeld ha colto nel segno. Se non altro per la capacità degli attori nell’aderire a queste strane maschere (non solo la Morticia di Angelica Huston; ma soprattutto la Mercoledì di Christina Ricci, qui al suo esordio). Peccato solo che la storia in sé lasci un po’ a desiderare. Ma con quello che passa la tv di questi tempi, è un film da vedere comunque.
(michele fadda)

Ho perso la testa per un cervello

Terza collaborazione tra l’attore Steve Martin e il regista Carl Reiner, iniziata nel 1979 con
Lo straccione
. Uno scienziato di grande fama, accortosi che la moglie mira solo al suo denaro, s’innamora del cervello di una ragazza, ormai defunta, con il quale riesce a comunicare telepaticamente. Trama ai limiti dell’assurdo e toni farseschi per un film ricco di gag, anche se non tutte colpiscono nel segno. Ma l’irresistibile interpretazione di Martin – che nella finzione porta l’esilarante ma impronunciabile nome Michael Hfuhruhurr – rende quasi d’obbligo la visione.
(andrea tagliacozzo)