Amore senza confini

Una donna sposata lascia il marito e si innamora di un medico che fa parte di un’organizzazione umanitaria attiva nei paesi del Terzo Mondo: la loro relazione continuerà per anni, attraverso vari continenti e altrettante emergenze umanitarie. La descrizione delle terribili condizioni di vita degli abitanti delle zone più arretrate del globo terrestre è descritta magistralmente, e trasmette l’idea dell’urgenza e dell’importanza di qualsiasi aiuto. Ma che diavolo c’entra la storia d’amore in tutto questo? Mistero… Fortunatamente la presenza scenica di Owen riesce quantomeno a tenere in piedi il suo personaggio. J-D-C Scope.

Pazzi in Alabama

Racconto picaresco ambientato nel sud degli Stati Uniti attorno alla metà degli anni Sessanta: la Griffith, maltrattata dal marito, lo decapita e abbandona i suoi sette figli per andare a Hollywood a cercare fortuna e successo, portandosi dietro la testa del maritino in una cappelliera. Nel frattempo la sua nipotina si troverà a dover fronteggiare il razzismo. Questo film non riesce a tenere insieme le due storie parallele ma cattura la nostra curiosità. Lodevole debutto alla regia di Banderas, con la moglie perfetta per la sua parte. Super 35.

The Truman Show

Truman Burbank non lo sa, ma da quando è nato tutta la sua vita è una finzione. Convinto di vivere una tranquilla esistenza americana, è in realtà il protagonista di una sitcom in onda 24 ore su 24, ripresa da telecamere nascoste, e tutte le persone che lo circondano sono attori. Quando se ne accorge il piccolo uomo tenta di fuggire. Nonostante l’ispirazione venga alla lontana da alcune idee di Philip K. Dick, l’atmosfera (e l’individualismo ottimista della seconda parte) stanno dalle parti del Frank Capra più «nero». La regia impeccabile di Weir serve ottimamente i due punti di forza del film: la raffinatissima interpretazione di Jim Carrey e soprattutto la sceneggiatura del giovanissimo Andrew Niccol ( Gattaca ), abilissimo nel far passare in una costruzione tranquillamente mainstream alcune delle angosce politiche ed esistenziali più profonde degli ultimi decenni. (emiliano morreale)

Blow

La storia, raccontata attraverso una serie di flashback, di un figlio della “working class” americana che vive sulla propria pelle il dramma della povertà, e decide quindi che lo scopo della sua vita è fare soldi. Quando si trasferisce in California, negli anni Sessanta, scopre che un ottimo modo per realizzare il suo progetto è vendere droga: fra un arresto e l’altro, diventerà il maggior importatore di cocaina degli States. Ben interpretato, ispirato a una storia vera; peccato solo che la sorte del protagonista finisca per risultare di nessun interesse per lo spettatore. Panavision.

Windtalkers

Durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni indiani Navajo vengono reclutati tra le fila dei marine, impiegati dall’esercito per comunicare fra i vari reparti in codice usando la lingua nativa. A ogni Navajo è assegnato una sorta di guardia del corpo, incaricata di proteggere il codice, anche a costo, in caso di cattura da parte del nemico, di uccidere il soldato pellerossa. Sopravvissuto per miracolo a una dura battaglia nelle Isole Salomon, Joe Enders riceve l’incarico di seguire come un’ombra il soldato indiano Ben Yahzee. Dato l’incarico e i rischi che questo comporta, Joe, che si è fino a ora dimostrato un marine ligio al dovere, vorrebbe evitare di stringere amicizia con la recluta Navajo. Ma gli avvenimenti lo costringeranno a cambiare idea. Windtalkers è un brutale dramma bellico, in cui confluiscono alcuni temi cari a John Woo, primi fra tutti la vocazione più o meno consapevole all’eroismo – meno cavalleresco che in altre occasioni, venendo stavolta a mancare il rispetto per il nemico, praticamente invisibile o quasi – e l’amicizia virile. Il regista di Hong Kong aveva già affrontato il genere bellico, seppur in una prospettiva completamente diversa, in altre due occasioni: nel 1983 con Heroes Shed No Tears (il film venne poi distribuito tre anni più tardi con il titolo Sunset Warriors) e nel 1990 in uno dei suoi lavori più ispirati, l’epico Bullet in the Head. Il risultato questa volta è tutt’altro che perfetto, specialmente nella prima parte, a causa della zoppicante sceneggiatura di John Rice e Joe Batteer, pronti a mettere nel calderone ogni luogo comune del genere. Il film migliora nella seconda metà in cui Woo si concentra nel complesso rapporto tra Joe e Ben, sulle radici culturali e religiose dei Navajo (con esiti suggestivi, senza fortunatamente ricorrere a prevedibili stereotipi) e in alcune eccellenti (se non proprio memorabili) sequenze d’azione, la maggior parte delle quali d’inaudita violenza (in particolare nei corpo a corpo). Su tutto aleggia come al solito la spiritualità del regista, da sempre affascinato dal doloroso calvario (con l’inevitabile immolazione dell’eroe) di stampo prettamente cristiano. (andrea tagliacozzo)