Solo due ore

Il detective di mezz’età Jack Mosley non se la passa bene. Una gamba malandata e una dipendenza dall’alcool lo hanno fiaccato nello spirito e nell’aspetto. Con addosso ancora i postumi di una sbornia, sta per tornare finalmente a casa a fine turno ma, suo malgrado, viene incaricato di scortare un testimone in tribunale, entro e non oltre le 10, a sedici isolati dal Distretto in cui si trova. Sono le 8.02 e in una ventina di minuti dovrebbe cavarsela. Ma Jack ignora che Eddie Bunker, il teste affidato alla sua custodia, deve deporre contro un altro poliziotto, il quale non ha nessuna intenzione di far arrivare l’uomo vivo davanti al Gran Giurì. 

Guida galattica per autostoppisti

Arthur Dent (Martin Freeman) sta per andare incontro a una giornata che non dimenticherà facilmente. Appena sveglio scopre infatti che una ruspa minaccia di distruggere la sua abitazione. Ed è solo l’inizio. Poco dopo verrà a sapere che un suo amico è in realtà niente meno che un alieno, venuto a prelevarlo prima dell’imminente distruzione del pianeta, incenerito per fare posto a una nuova autostrada galattica. Comincia così un viaggio totalmente surreale e comico nel quale però Arthur imparerà cose molto serie, come il significato più profondo della vita. Ma soprattutto l’indispensabilità della « Guida galattica per autostoppisti».

Monster’s Ball – L’ombra della vita

Nel Sud degli Stati Uniti, dove ancora i pregiudizi razziali sono forti, le vite di molte persone si incontrano, si scontrano e cambiano. Hank e Sonny sono padre e figlio, entrambi secondini del penitenziario di Jackson, sono addetti al braccio della morte ed è imminente l’esecuzione della condanna a morte inflitta a Lawrence. Hank (Billy Bob Thornton) odia suo figlio (Heath Ledger) perché gli ricorda la moglie, lo vede debole, non riesce a comportarsi come lui vorrebbe, come suo padre (Peter Boyle) ha preteso da lui. L’esecuzione di Lawrence li mette definitivamente in conflitto. Parallelamente la famiglia del condannato, la moglie Leticia (Halle Berry) e il figlio Tyrell, vive con angoscia quel momento. Altre tragedie colpiranno entrambi i nuclei familiari, fino a far incontrare Hank e Leticia, un incontro che cambierà entrambi, in una sorta di mutuo soccorso. Halle Berry, premiata al Festival di Berlino con l’Orso d’Argento e agli Oscar come migliore attrice protagonista, ha finalmente fatto il salto di qualità, regalando una prestazione matura e convincente. Stesso discorso per Billy Bob Thornton, quest’anno magistrale interprete di
Un uomo che non c’era
(dei fratelli Coen), ma snobbato da nomination e premi vari. Il film è forse un po’ troppo pieno di eventi drammatici e prima di arrivare al nocciolo della questione ci sono già troppi morti sul piatto. La regia ha qualche sbavatura e la fotografia non è molto azzeccata, non riuscendo a trasmettere la luce del Sud. Da antologia la scena di sesso tra i due protagonisti.
(andrea amato)

The Woodsman

Dopo dodici anni di prigione, Walter esce in libertà vigilata e si trasferisce in una grigia anonima cittadina di provincia. Trova lavoro in un deposito di legnami, dal figlio del suo precedente padrone; è un grande lavoratore e un abile artigiano e cerca di reinserirsi e di nascondere il motivo per cui ha scontato una così lunga pena. Purtroppo il crimine è uno dei più odiosi, si tratta di pedofilia, anche se attuata senza atti di estrema violenza, come talvolta accade. È come se, in quelle bambine avvicinate, Walter ricercasse sensazioni e turbamenti provati, quando era piccolo, con la sorellina minore; quella sorella che, ora sposata e madre, rifiuta di parlargli e fargli conoscere la nipote. Nella solitudine e nel disprezzo che lo circonda – ogni tanto viene visitato da un poliziotto sospettoso che lo insulta e lo fa sentire colpevole senza riscatto – unica luce è l’amore di una compagna di lavoro. Vickie è un tipo particolare, libera e indipendente, lo ama anche quando viene a sapere del suo segreto, certa che in Walter c’è qualcosa di buono che lo libererà dalle ossessioni. Anzi, raccontando di come da bambina, unica femmina con tre fratelli, ognuno di loro di lei avesse approfittato di lei, gli fa capire di come la sua «colpa» si annidi anche in complessi familiari apparentemente «normali». «Li odierai, allora» le chiede Walter. «Niente affatto, ora sono tre buoni padri di famiglia e li amo teneramente».

Accanto a questa parte di reinserimento psichico, che avviene sia tramite l’amore che tramite lo psicologo-psicanalista che l’ex-detenuto è obbligato a frequentare, il regista ne inserisce un’altra, più legata a moduli di storia a suspense. Perché Walter, che ha trovato un appartamento di fronte a una scuola elementare, sbirciando dalla finestra fors’anche per attrazione poco innocente, si accorge di un pedofilo che gira intorno ai piccolini offrendo caramelle e cercando di farli salire in macchina. Qui mi fermo, senza togliere al lettore che vorrà andare a vedersi il film il gusto di seguire l’evolversi della vicenda.

Ricavato da una pièce teatrale di Steven Fetcher, che insieme al regista, Nicole Kassel collabora alla sceneggiatura, il film ne conserva gli aspetti per la predominanza dei dialoghi, la drammatizzazione dialettica e l’uso della confessione liberatoria, anche se non manca una straordinaria ed efficace resa di esterni, come le scene sul posto di lavoro e quella, carica di tensione e di angoscia, con la bambina nel parco, fulcro nodale della storia.

Strilli pubblicitari accomunano questo film a
Mystic River
di Clint Eastwood, di cui però non possiede la varietà e la complessità drammatica, il cupo profondo pessimismo. Rischia anzi di sciupare la minuta e sottile analisi, evidenziata dalla straordinaria interpretazione di Bacon, offrendo un lieto fine troppo accomodante, troppo consolatorio e, infine, poco convincente. Tra i pregi del film, comunque insolito e coraggioso, una novità
politically uncorrect:
finalmente due neri, la segretaria della falegnameria e il poliziotto-custode, odiosissimi.
(piero gelli)

The Italian Job

Los Angeles. L’astuto ladro Charlie e il suo amico di vecchia data John, sfuggito alla libertà vigilata, decidono di riunire un gruppo di fidati professionisti del mestiere e organizzare un colpo a Venezia. Obiettivo: rubare una cassaforte contenente trentacinque milioni di dollari in lingotti d’oro. Il colpo riesce ma al momento della spartizione Steve, uno dei componenti della banda, organizza un’imboscata e si impadronisce di tutto il denaro, uccidendo John e credendo di essersi sbarazzato di tutti gli altri. Un anno dopo, Charlie e Stella, figlia di John nonché esperta in scasso, ritrovano Steve e meditano un piano per vendicarsi…

Nato come remake del cult
Colpo all’italiana,
così venne tradotto in Italia l’omonimo film del 1969,
The Italian Job
è una piacevole sorpresa che l’estate riserva agli amanti del genere. Qualcuno ricorderà il Micheal Caine della pellicola d’annata che allora si cimentava con un memorabile colpo a Torino (da cui il titolo) ma poco o nulla ritroverà nel film in questo momento sul grande schermo. Il regista F. Gary Gray conferma l’innegabile abilità di
director
già emersa nel particolarissimo
Il negoziatore
raccontando l’organizzazione del colpo, il consumarsi del tradimento, la meditata vendetta e l’immancabile colpo di scena finale, il tutto condito da una buona dose di ironia e da un montaggio inedito, quantomeno per una produzione hollywoodiana che evita i ritmi nevrotici cui lo spettatore odierno si sta suo malgrado abituando. Non mancano gli effetti speciali del caso, utilizzati in scene costruite appositamente per catturare l’attenzione e creare suspance (come peraltro richiede il genere degli
heist
movie che tanto successo sta avendo negli ultimi tempi) e di fronte al lungo inseguimento (accompagnato dalle musiche dei Pink Floyd) in cui sono state utilizzate ben trentadue Mini Cooper coloratissime e abilmente truccate (gentilmente offerte dalla Bmw), si rimane letteralmente senza fiato.
The Italian Job
è un film che non ha paura di cambiare ritmo e stile a ogni snodo del racconto e che trova il suo punto di forza in una sceneggiatura a tratti divertente e divertita, anche se la sensazione è quella di trovarsi più di fronte a una commedia condita di omicidi e rapine che a un thriller dai risvolti drammatici. La validità della troppo breve prova di Donald Sutherland (John) era scontata, ma accanto a lui ci sono un perfido Edward Norton (Steve), come al solito bravissimo nell’interpretare personaggi sgradevoli e totalmente privi di etica e morale (come già accaduto in
Schegge di paura
e
Fight Club)
e la bionda Charlize Theron, mai così bella e in grado di bucare lo schermo con una sola occhiata. Buone notizie, insomma, per tutti coloro che amano il cinema scacciapensieri e che vanno in sala con l’intento di divertirsi ma non si accontentano di assistere a due ore di effetti speciali. Una bella storia, un film piacevole, non un evento.
(emilia de bartolomeis)