Dead Man

Un contadino, nell’Ottocento, va a cercare lavoro in un paese di frontiera. Quando però viene cacciato, uccide il figlio del datore di lavoro e scappa nella foresta… Di certo il miglior film di Jarmusch, probabilmente uno degli esiti più alti degli anni Novanta. Come molti di questo decennio, un film che canta la fine: ma una fine non più malinconica e nostalgica, ribelle o violenta, come era stata in Coppola, Hill o Peckinpah. Qui siamo dopo la morte di Hollywood, e non importa neanche più il western. Il tempo è quello della fantascienza, la lentezza sembra quella di 2001 (il lavoro sullo spazio-tempo di Dead Man è uno dei più estremi della storia del cinema statunitense). Oltre la frontiera e il gotico americano, oltre Melville e oltre America di Kafka, dalle parti forse di Gordon Pym, il commesso viaggiatore Johnny Depp ci guida per mano verso la morte dell’Occidente e non solo dell’America. Sacerdoti di questa fine sono gli spettri dei nativi, perché nemmeno nella natura c’è speranza, mentre tutti muoiono uccidendosi tra loro come nel finale di Fratelli , altro coevo film epocale. Perfetto Johnny Depp, splendide le musiche di Neil Young, essenziale il bianco e nero di Robby Müller. Un capolavoro nichilista. (emiliano morreale)

Strange Days

Sgargiante ma disturbante miscela di azione futuribile e rilevanza sociale. Fiennes è uno spacciatore di registrazioni mentali di esperienze reali, di cui alcuni sono diventati dipendenti; poi incappa in una oscura cospirazione delittuosa che coinvolge i suoi clienti. Roboante e ambizioso, ma capace di catturare, a sprazzi, il brivido da assuefazione della realtà virtuale anche se la storia d’amore interrazziale tra Fiennes e la Bassett alla fine suona fasulla. Cosceneggiato da Jay Cocks e James Cameron. Super 35.

The Assassination

Nel gioco della vita Samuel Bicke è uno che perde. La moglie, dalla quale è separato, gli è sempre più lontana, il rapporto col fratello è deteriorato e lui, insicuro e idealista fino alla patologia, non riesce nemmeno a mantenere i lavori che trova. Ai suoi tentativi frustrati di riavvicinamento alla famiglia si aggiunge il rifiuto di un prestito che aveva chiesto per far partire un’attività propria, sulla quale puntava da tempo. Sempre più incapace di rientrare nel gioco, comincia a cedere. Siamo nell’inverno fra il 1973 e il 1974, in pieno scandalo Watergate. Il volto di Nixon si sporge da tutti i televisori e Sam comincia a vedervi il simbolo e il vertice di un sistema corrotto e insopportabile. La soluzione cui cercherà di dare vita sarà quella di dirottare un aereo e farlo schiantare contro la Casa Bianca. Il film è tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto.

Per il suo esordio alla regia, Niels Mueller sceglie un film pretenzioso e difficile. Non è certo l’evento in sé a mancare di interesse: si va dalle implicazioni sociali alla dimensione psicologica, fino a un sottile e inquietante ponte con l’attualità per la concezione della dinamica dell’attentato. Ma il soggetto rimane dal principio scarsamente cinematografico: pochi gli eventi, lunghe le attese, già nota la direzione della storia. Con questi presupposti, l’elemento di interesse dovrebbe risiedere nel mostrare il processo di decadimento mentale, l’accumulo di frustrazioni e di rancore inespresso che si porta via la mente di Sam Bicke.

Ma per dare spessore a un dramma patologico di questo genere occorrerebbe un tocco che Mueller non possiede né come sceneggiatore né come regista. Così, la produzione chiama Sean Penn per dare vita al personaggio e farne l’elemento di richiamo del film. Il volto dell’attore è eccezionalmente espressivo ma la recitazione finisce spesso col sembrare un po’ sopra le righe: un uomo perennemente imbarazzato più che disturbato. Viene comunque da pensare che ciò sia da ascrivere alla sceneggiatura più che a Penn. Del resto in diversi momenti sembra che a Mueller interessino più le sventure di Sam che la sua montante pazzia, almeno sino al finale in crescendo. Il resto del cast (da Naomi Watts a Don Cheadle, fino a tre spettacolari minuti con Micheal Wincott che interpreta il fratello Julius) funziona bene ma è quasi sottoutilizzato all’interno di ruoli ripetitivi e un po’ sterili.

Le ambizioni della pellicola si specchiano anche nel chiaro riferimento al Travis Bickle di

Taxi Driver,
nella cui direzione va già la leggera deformazione del nome del protagonista (dall’originale Byck a Bicke). Entrambi sono personaggi frustrati e disturbati, che concepiscono una risposta rabbiosa e sterile al sistema. Ma le analogie nella sostanza si fermano qui. Ciò che resta è un’ora e mezza che si regge su qualche buona scena e sull’interpretazione intensa e quasi tremante di Sean Penn. Ma il dramma non si eleva e non coinvolge.
(stefano plateo)

Prima che sia notte

Vita, morte e miracoli dello scrittore cubano Reynaldo Arenas, scomparso in esilio a New York nel 1990 dopo un’esistenza durante la quale ha dovuto fare i conti con la propria omosessualità, in un Paese in cui la dittatura di Castro certamente non apprezzava. I riconoscimenti veneziani (Gran Premio e interprete maschile) ricevuti da una giuria in evidente stato di decomposizione rasentano l’incredibile: l’operina di Schnabel è il santino di un martire alle prese con un mondo pazzo, che non rinuncia ad alcuna delle più trite convenzionalità delle agiografie cinematografiche. Della serie: «Guardate cosa deve sopportare un uomo che voglia esplicitare preferenze (sessuali, politiche e quant’altro) e intelligenza». Ne avevamo proprio bisogno… Il tanto osannato Javier Bardem è talmente concentrato in una recitazione perfetta da risultare spesso irritante; almeno Johnny Depp, nel doppio ruolo del travestito Bon Bon e del tenente del carcere Victor, è divertente. Se proprio si deve portare a casa qualcosa, è la musica di Carter Burwell, uno dei più sottovalutati compositori del cinema attuale (il ½ è per lui). Il resto è pura retorica, e nemmeno di quella sopportabile.
(pier maria bocchi)

Talk Radio

Barry gestisce un «microfono aperto» in una piccola radio locale americana. Abile, grintoso, provocatorio, il giovane difende ogni genere di minoranza etnica e sociale attirandosi le antipatie di alcuni intolleranti. Le numerose minacce di morte non lo spaventano. Film dalla atmosfere claustrofobiche che s’ispira alla vicenda di Alan Berg, il commentatore radiofonico ucciso nel 1984
da un gruppo neonazista. La macchina da presa di Oliver Stone volteggia abilmente intorno a Eric Bogosian senza dare respiro allo spettatore. Scritto dallo stesso Bogosian, da un suo lavoro teatrale. Uno dei miglior film di Stone.
(andrea tagliacozzo)

Il pianeta del tesoro

Divertente, anche se poco ispirata (e piuttosto complicata) versione animata Disney dell’Isola del tesoro ambientata nella fantascienza. Jim Hawkins trova la mappa che porta in un pianeta lontano dove i pirati nascondono il riscatto di un re, ma presto scopre che molti sono in caccia di quel tesoro, compreso il suo compagno di bordo John Silver. Nella versione originale è divertente ascoltare Pierce, astrofisico assetatto d’avventura, la Thompson, capitano molto inglese, e Short, robot sbarellato. Una nomination come MIglior Film d’Animazione.

The Doors

Negli anni Sessanta, Jim Morrison, appassionato di poesia, abbandona il corso cinematografia per fondare un gruppo rock, i Doors, del quale diviene il cantante e il leader indiscusso. Raggiunto il successo, Jim, sotto il costante effetto dell’LSD, conduce una vita sfrenata, dissoluta e all’insegna della trasgressione. Ambiziosa (e confusa) biografia rock del celebre cantante, straordinaria sul piano puramente visivo, ma «flippata» quanto il suo protagonista, interpretato con grande aderenza fisica da Val Kilmer (che in
Una vita al massimo
veste, in un contesto surreale, i panni di un’altra star del rock: Elvis Presley). Il meglio e il peggio di Oliver Stone in un unico film.
(andrea tagliacozzo)

1492 – La conquista del Paradiso

L’esploratore Cristoforo Colombo è convinto di poter raggiungere la Cina viaggiando per mare verso occidente. Il progetto, respinto dai dotti dell’università di Salamanca, interessa all’armatore Martin Alonzo Pinzon, che si dichiara disposto, con l’appoggio della regina di Spagna, a finanziare la spedizione. Ambizioso, sfarzoso, ma irrimediabilmente vuoto e privo di momenti emozionanti, nonostante il gusto figurativo del regista e l’evidente impegno di Depardieu. Il film è stato realizzato contemporaneamente a
Cristoforo Colombo: la scoperta
, dedicato allo stesso argomento.
(andrea tagliacozzo)