Il più bel giorno della mia vita

Irene (Virna Lisi) è la madre di tre figli, due femmine e un maschio. Una donna all’antica, che crede nel matrimonio come unico e imprescindibile punto saldo nella vita di una persona. Sara (Margherita Buy) è la primogenita, vedova e madre di un figlio con problemi adolescenziali, ha paura a fidarsi degli uomini. Rita (Sandra Ceccarelli) è la figlia di mezzo, madre di due bambine, sposata e con un amante. Claudio (Luigi Lo Cascio) è il più piccolo, gay, non ha il coraggio di dirlo alla madre, questo gli crea problemi di coppia con il suo uomo. Nell’arco di due week end, a distanza di due mesi l’uno dall’altro, la famiglia affronta i problemi derivati dal passato e dal presente. Il tutto è visto dagli occhi della più piccola, una bambina in attesa di fare la prima comunione, che non capisce le dinamiche sentimentali degli adulti. Un film corale, che abbraccia tre generazioni, tre modi di affrontare la vita, l’amore e il sesso. Il cast tiene alto il livello del film, che ripercorre a volte i cliché di commedie italiane di successo,
Speriamo che sia femmina
in testa. Alcune trovate registiche sono molto funzionali, dai flashback alle immaginazioni dei protagonisti che prendono vita.
(andrea amato)

In memoria di me

Al suo secondo lungometraggio dopo Private (premiato a Locarno), Saverio Costanzo conferma e consolida qualità che lasciano ammirati per la giovinezza dell’autore e per la maturità con cui vengono esposti temi insoliti, per lo meno in contesti italiani, temi che solo il cinema francese, via Bresson, o il cinema nordico (Dreyer/Bergman) hanno più volte affrontato, con tale profondità.  In memoria di me racconta la dubbia vocazione religiosa di un giovane intellettualmente molto dotato. Andrea (Christo Jivkov) è in cerca di un’identità e di una sicurezza che la vita contemporanea non sembrano offrirgli e decide di intraprendere il noviziato al sacerdozio. Nel film non è specificato, ma gli esercizi spirituali e le regole cui si deve sottoporre per due anni prima di poter prendere i voti sono quelli, rigorosissimi della Compagnia di Gesù.  I novizi, guidati e osservati da padri superiori e anziani, conducono una vita scandita da implacabili ritualità di pratica religiosa: preghiere e meditazioni solitarie e collettive, letture e lavori umili come lavare pavimenti e gabinetti. Ogni loro gesto e sguardo è continuamente spiato, anche dai compagni, espressamente invitati a denunciare atteggiamenti scorretti e debolezze.

Il monastero veneziano, bellissimo, con i suoi lunghi corridoi deserti e le stanze-celle essenziali ma comode, con il refettorio dove una musica di laica mondanità (Strauss) distrae e chiude ogni conversazione, con il chiostro e la chiesa buia e barocca, diventa da subito un coatto universo di suoni e voci sopra al silenzio, un luogo di sospetti e di intrighi, in Andrea cade subito con la sua curiosità, tanto intellettualmente inquieta quanto poco caritatevolmente disposta. Il suo interesse si appunta subito sugli elementi distonici dell’ordine costituito. Su Fausto (Fausto Russo Alesi), infelice e tormentato, che se ne andrà, e sul ribelle Zanna (Filippo Timi), che con i suoi dubbi finirà col metterlo in crisi. Zanna non sopporta l’ipocrisia assunta a regola, il predominio dell’intelligenza sull’amore, l’interpretazione della fede sulla pratica della medesima, che invece Andrea accetta.

Il dialogo che si instaura tra i due convittori costituisce il fulcro della tematica che il regista affronta, tra due modi antitetici di perseguire non tanto la fede quanto la propria coscienza come realizzazione di sé, come dovere se non come amore. In tal senso, Andrea e Zanna altro non sono che una speculare identità, dentro la quale ruota tutto il film nella sua serrata astrattezza, nel suo universo chiuso, da cui filtrano pochi segni dell’altra vita; quella di fuori che entra col suono e con l’ombra di una nave che passa sul Canal Grande, o che esplode con i fuochi d’artificio per la festa del Redentore.  Ma c’è anche un’altra vita, dentro, che si manifesta nella morte di un novizio, come ombra o fantasma di turbamento erotico. Ma il regista sceglie di non spiegare, e lascia tutto espressamente in un ambiguo criptico segno. Più chiaro forse a chi abbia letto il libro cui Costanzo si è liberamente ispirato. Molto liberamente. Forse solo l’idea di partenza resta quella dello splendido Il Gesuita perfetto, che Furio Monicelli pubblicò nel 1960 e che Mondadori ha ristampato nel 1999 col titolo di Lacrime impure.

Nel libro la passione amorosa travolgeva all’inizio il protagonista, innamorato di un angelico fratel Ludovici, nel film ridotto a evanescente immagine, e la tematica omosessuale finiva con l’acquisire un rilievo che riverberava poi anche nell’altro romanzo, che l’autore scrisse subito dopo, prima di chiudere misteriosamente con la letteratura (Monicelli è oggi un simpaticissimo ottantaduenne). Si tratta de I giardini segreti (poi ripubblicato nel 2002 col titolo di L’amore guasta il mondo).  Queste notizie non sono necessarie a capire il film, ma utili forse a chi, navigando in Rete per avere qualche informazione in merito, ne riceve di sbagliate, come quella concernente il bacio finale tra fratel Zanna e il padre superiore: bacio che nel romanzo non c’è, e nel film non è affatto un bacio gay, nonostante le fibrillanti dichiarazioni dei siti gay, ma la risposta o la richiesta dell’amore a chi ha scelto la dissimulazione.  Ciò detto, un applauso pieno a Costanzo e al suo ascetismo problematico, che se si muove sulla scia dichiarata (anche stilistica) di Bresson, e non nasconde riferimenti a Bellocchio, mantiene tutta la sua originalità di agnostico aperto a ogni possibile soluzione. (piero gelli)

Domani

Cacchiano, nella cui chiesa si trova una Madonna incinta del Beato Angelico, è uno dei paesi umbri rimasti vittime del terremoto. Nei giorni della ricostruzione seguiamo le vicende di un consigliere comunale e dei suoi parenti, che dividono il container con un’altra famiglia. E poi la storia d’amore tra la maestra e il restauratore, le incomprensioni tra compagne di classe, la solidarietà e i conflitti… Francesca Archibugi, regista educata e perbene, è affetta in sommo grado da uno dei vizi capitali del nostro cinema: l’assenza di curiosità. Il suo immaginario ha un’estensione circoscrizionale: in Domani , pur animata dalle migliori intenzioni e senza ombra di sciacallaggio, si limita a rimettere in scena il microcosmo di Mignon è partita (il suo film migliore, il più sensuale). Anziché piazza Melozzo c’è un container, ma per il resto non manca niente: i bambini che ci guardano, le mamme comprensive in crisi, le maestre sfortunate in amore, l’arrivo dell’adolescenza.
E se la pellicola respira negli esterni fotografati da Bigazzi (la Archibugi ha uno sguardo pulito, mai volgare), crolla negli interni, con Baliani-Muti-Mastandrea. Il film è ispirato ai temi di alcuni bambini delle zone terremotate, ma lo «svolgimento» è corretto e noioso, da prima della classe. (emiliano morreale)