24 Hour Party People

Pellicola brillante, intensa, divertente ed evocativa sulla scena punk rock inglese di Manchester nei primi anni Settanta, e su uno dei suoi antesignani, che si racconta in maniera disarmante con sguardo in macchina (anche commentando il film stesso). Divertente anche se non si conosce molto del tema. Energico Coogan nel ruolo protagonista.

Lucky Break

Un ladruncolo di nome Jimmy (James Nesbitt), con molti precedenti, cerca il colpo della vita rapinando una banca con il suo amico Rudy (Lennie James). Le cose non vanno come previsto e i due vengono arrestati. Si incontrano in carcere e studiano un piano per evadere. Quale sarà il loro «cavallo di Troia»? Uno musical sull’ammiraglio Nelson, scritto dal direttore del carcere (Christopher Plummer) e interpretato dai detenuti. Al momento di diventare «uccel di bosco», però, Jimmy ha dei dubbi per amore di Annabel (Olivia Williams), l’assistente sociale della prigione e protagonista femminile dello spettacolo. Meglio l’amore o la libertà? Dallo stesso regista di The Full Monty , Lucky Break  ricalca in maniera impressionante il canovaccio del suo predecessore, senza la carica sociale: con la preparazione dello spettacolo che occupa la maggior parte della storia. Comunque ben girato e soprattutto ben interpretato dagli attori, tutti molto bravi e con una nota di merito in particolare per il «grande vecchio» Christopher Plummer, nella parte del direttore del carcere. Tipica piacevole commedia dallo humour britannico e verrebbe da dire «in stile Full Monty ». (andrea amato)

Snatch-Lo strappo

Franky «Quattrodita» e i suoi uomini eseguono una rapina da manuale ad Anversa. Il cospicuo bottino è una partita di diamanti, tra cui una pietra di inestimabile valore destinata al boss Avi. Prima di raggiungere quest’ultimo a New York, Franky si ferma a Londra per smerciare parte dei preziosi, ma il soggiorno si rivela più pericoloso del previsto. Con il precedente
Lock & Stock-Pazzi scatenati
– un ironico crime movie sulla scia di Tarantino – l’inglese Guy Ritchie era riuscito a suscitare entusiasmi in patria e negli Stati Uniti. Entusiasmi probabilmente non giustificati, anche a giudicare da questa sua seconda fatica: una discutibile rimasticatura del primo film, realizzata con i soldi degli americani e la benedizione della sua celebre consorte, la cantante Madonna. Non sembra nemmeno privo di talento il giovanotto, ma è tanto terribilmente presuntuoso che finisce per prendersi troppo sul serio, nonostante il tono della pellicola consigli il contrario. Come se un onesto calciatore di serie A – mettiamo un Pancaro o un Tacchinardi – si credesse improvvisamente d’essere diventato Maradona. Un dribbling ogni tanto l’azzecca pure, ma poi finisce per marcarsi da solo o segnare nella propria porta.

È il caso di Guy Ritchie, che si crede Tarantino – perché scrive dialoghi arguti e mette in scena macchiette divertenti – ma, al contrario del collega d’Oltreoceano, è incapace di dare una struttura decente al suo raccontino. E non serve aggiungere di tanto in tanto inserti da videoclip per vincere la noia. Per non parlare degli stereotipi razzisti – ebrei, zingari, russi, neri e chi più ne ha più ne metta – all’insegna del politically incorrect: ma le intenzioni sono ironiche, per carità, e più che offensivo o fastidioso il nostro amico finisce solo per risultare stupido. Quasi quanto il suo film.
(andrea tagliacozzo)