Appartamento al Plaza

Da una commedia di Neil Simon, adattata per lo schermo dello stesso autore, tre divertenti storie ambientate in una suite del celebre albergo newyorkese. Uno strepitoso Walter Matthau interpreta i ruoli dei tre protagonisti: un marito che vuole separarsi dalla moglie; un produttore che vuole portarsi a letto una ingenua casalinga; un padre che litiga con la figlia perché non vuole più sposarsi. Regia di mestiere, ma efficace.
(andrea tagliacozzo)

E io mi gioco la bambina

Tratto dalla novella di Damon Runyon Little Miss Marker, già portata sullo schermo nel 1934 (con Adolphe Menjou e Shirley Temple), nel 1949 (con Bob Hope) e nel 1963 (con Tony Curtis, qui relegato in un ruolo di secondo piano). Una bambina di sei anni, rimasta orfana, sconvolge la vita di uno scorbutico allibratore, costretto a farle da balia. Il film, piuttosto deludente, segnò l’esordio dietro alla macchina da presa dello sceneggiatore Walter Bernstein. (andrea tagliacozzo)

Il dottor T & le donne

L’ultimo lavoro di Robert Altman, classe 1925, è un film infantile e senile allo stesso tempo. Dr. T and the Women narra sui modi della sit-com americana la storia di un ginecologo di successo a Dallas, il dott. Sullivan Travis (Richard Gere), che ovunque vada è attorniato da donne: le pazienti, una moglie improvvisamente impazzita (Farrah Fawcett), una cognata con tre gemelle (Laura Dern), due figlie, il personale di ambulatorio, un’amante golfista… Nei più consueti e prevedibili modi altmaniani riconosciamo la stanchezza del cineasta: la giuliva e vociante comunità femminile della sequenza dei titoli di testa è la versione aggiornata e manierista del mondo mediatizzato da sempre protagonista dei film di Altman: pubblico e artisti di Nashville , circo americano di Anche gli uccelli uccidono , varia umanità losangelina di America oggi , frivolo ambiente della moda di Prét-à-porter … Ma è sufficiente rinchiudere venti persone in una stanza e farle parlare cacofonicamente insieme per avere un’intuizione di regia? Dopo vent’anni? In questo senso, anche la scelta di scenografie e linguaggio mutuati dalla tv, che in passato fece di Altman il grande fustigatore delle forme contemporanee della cultura americana, appare sempre più un’opzione di maniera, priva della propria finalità critica. Dr. T and the Women accelera e coreografa con grazia le forme e i tempi degli attori della sit-com. Nella direzione degli attori il cineasta di Kansas City mantiene una delle sue maggiori doti: eppure le battute pronunciate non sono meno telefonate, e la risata preregistrata è già tutta nei dialoghi. Allo stesso modo, il gioco di contrasti tra narrazione e tracce grafiche (cartelli, insegne) e fotografie sembra servire unicamente a stabilire dei percorsi facilitati nel film. Il registro del grottesco, ottenuto per deformazione e accrescimento dei caratteri dell’alta borghesia texana, è l’ennesimo capitolo di una galleria di caratteri della società sudista sempre meno graffianti, colpiti da zampate sempre più stanche…
Detto questo, Dr. T and the Women resta un film che nel proprio infantilismo ha le migliori qualità. Il film si apre con la divaricazione di una vagina: modo pecoreccio e ben metaforico di «entrare in un film». E in fin dei conti, Dr. T non è che questo: un costante scivolare tra le pareti di una femminilità avvolgente, che attornia il protagonista; una femminilità riportata ai dati primari del sesso. La stessa donna è destinata a regredire irrevocabilmente verso l’infanzia: la dea del focolare del dottor T, la moglie affetta dal complesso di Hastia, rifiuta la propria sessualità e ritorna bambina – come forse tutte le donne starnazzanti intorno al ginecologo. Il casting di Richard Gere appare come una riuscita boutade infantile, in cui attore e personaggio si scambiano con leggerezza un ruolo da american gigolo . La stessa altmaniana inquietudine per la progressiva culturalizzazione della natura, palesata da piani di paesaggi invasi da strumentazioni varie (ricordate i mulini de I protagonisti ? E i paesaggi di Conflitto di interessi ?), sembra non essere altro che un infantile peana per un’epoca che non è più… Il regista ha piuttosto inspiegabilmente – e certo, di nuovo, in maniera infantile – richiesto di non divulgare il finale del film, a suo giudizio sorprendente. Non contravverremo alla sua volontà. Ci limitiamo a notare il movimento semi-circolare, o meglio, la chiusura del cerchio che la conclusione compie. Come nei sogni di un bambino, tutti i conti tornano. Tranne quelli del film. (francesco pitassio)

Shampoo

Confusa satira di usi e costumi del sud della California, incentrata su un irrequieto parrucchiere e le sue esigenti clienti femminili. Alcuni momenti brillanti in una monotona commedia drammatica di Beatty e Robert Towne. Film d’esordio della Fisher; la Grant vinse l’Oscar come migliore attrice non protagonsita.

Divorzio all’americana

Commedia molto divertente: Van Dyke e la Reynolds incontrano più problemi di quanto immaginassero mentre cercano di divorziare. I protagonisti sono bravi come raramente accade per ruoli così originali. Scritto da Norman Lear, nominato all’Oscar per la sceneggiatura.

Quando lei dice no

Film televisivo di discreta fattura che affronta un argomento scottante, delicato, ma sempre attuale come lo stupro. Una divorziata accetta un invito galante da un rispettabile avvocato di mezza età. Questi, attirata la donna nel suo studio, le usa violenza. Lei lo denuncia, ma l’uomo, tornato in libertà sotto cauzione, rovescia la situazione a suo favore. Ottima l’interpretazione di Judd Hirsch (già candidato all’Oscar nell’80 con
Gente comune
) nei panni dell’avvocato.
(andrea tagliacozzo)

Il padrone di casa

Vibrante commedia dai risvolti drammatici, con Bridges nella parte di un ricco senza meta che compra un palazzo a Brooklyn col progetto di ristrutturarlo per sé, ma cambia idea quando incontra chi ci vive. Un tocco comico delizioso, combinato con squarci illuminanti sull’esperienza dei neri. Prima regia di Ashby. La versione televisiva dura 104 minuti.