Tarzan

Esuberante ripresa Disney del classico eroe di Edgar Rice Burroughs, con messa in scena brillante, favolose canzoni (di Phil Collins) e personaggi piacevoli (soprattutto Jane, alla quale la Driver presta, nella versione originale, una voce divertente e vivace). La sceneggiatura, che riguarda un cacciatore avido e esaltato, appare troppo convenzionale e prevedibile se confrontata a tutte le innovazioni visive e alle pregevoli creazioni che la circondano. Oscar alla miglior canzone, You’ll Be in My Heart. Ha generato un sequel, uscito direttamente in homevideo, e una serie televisiva.

La carica dei 102

Scontati tre anni di carcere a causa delle malefatte commesse nel primo episodio, Crudelia DeMon sembra essere un’altra persona. Ricondizionata dal dottor Pavlov, non odia più i cani: anzi, si è trasformata nel più strenue difensore della causa cinofila. Il problema, non previsto dall’insigne Pavlov, è che il Big Ben ha il potere di decondizionare coloro che sono stati curati con la sua terapia. Il che, considerato che i fatti si svolgono a Londra, non è proprio una cosuccia da niente… Stephen Herek, regista del capostipite, aveva suo malgrado già detto tutto a proposito dell’adattamento live action dei classici cartoon Disney: meglio lasciar perdere se non si desidera rischiare la classica «brutta figura». Kevin Lima, regista del buon
In vacanze con Pippo
e del non disprezzabile
Tarzan
, almeno sulla carta sembrava garantire qualcosa di più del pessimo Herek. Errore: anche
La carica dei 102
è una «brutta figura». Nonostante i suoi precedenti lavori si concentrassero con grande acume (e divertimento) sull’antropomorfizzazione del cartoon, non gli riesce il giochino inverso: cartoonizzare la carne (d’altronde già Bugs Bunny – in
The Bugs Bunny Movie
– citava Charlie Chaplin, il quale a proposito dei Looney Tunes affermava: «Come possiamo competere con loro? Questi non hanno bisogno di tirare il fiato!»). Probabilmente è questo il motivo per cui tutto il film è attraversato da una malsana vena grottesca, che denuncia implacabilmente il disagio del regista con la materia narrativa. La stilizzazione dei personaggi è talmente esasperata che, lungi dal favorire una deriva iperrealistica, finisce per accontentarsi della più vieta stereotipizzazione. I buoni sono irritantemente buoni, i cattivi sono banalmente sopra le righe. Il banchetto canino potrebbe benissimo essere frutto di un’indigestione di Ken Russell, ma certo non permette al film di elevarsi al di sopra delle proprie carenze.

Il finale (la classica reazione a catena ambientata in una fabbrica, tipica dei cartoon), replica di quello del film di Herek, vede Glenn Close sottoporsi a un altro terrificante tour de force di umiliazioni fisiche (con tanto di sputo canino), ma non possiede nemmeno un’oncia dell’inventiva grafica di un film sbagliato – ma se non altro energico – come
Un topolino sotto sfratto
. Senza contare che è veramente deprimente vedere Depardieu rendersi così ridicolo. Irritante poi il sopravvalutato Paolantoni che – figurarsi! – doppiando in napoletano il pappagallo Garibaldi riesce a strappare gli unici sorrisi del film (ma è pochissima roba). Chissà perché i cosiddetti produttori di «film per bambini» continuano a pensare che i bambini siano mediamente più idioti di un idiota adulto medio.
(giona a. nazzaro)