I Fantastici 4 e Silver Surfer

Mr. Fantastic e la Donna Invisibile stanno per convolare a giuste nozze. Tutto sembra pronto per un pacchiano matrimonio in stile americano, con tanto di cappella allestita sulla vetta del Baxter Building, il quartier generale dei Fantastici 4 che domina Manhattan. I media sembrano impazziti per l’evento ma l’arrivo di un misterioso personaggio che solca supersonico i cieli a bordo di una tavola da surf argentea finirà per scompaginare i piani della super-coppia. Lo sgradito ospite è ovviamente Silver Surfer, araldo che annuncia l’arrivo del distruttore di mondi Galactus. A turbare i sonni del quartetto ci si mette anche Victor Von Doom, arcinemico di sempre ingolosito dal potere cosmico di Silver Surfer.

I fantastici 4

Il giovane e brillante scienziato Reed Richards (Ioan Gruffudd) stringe un patto con il suo ex rivale dei tempi del liceo, l’imprenditore miliardario Victor Von Doom (Julian McMahon), per svolgere insieme alcune ricerche a bordo di una stazione orbitante. Entrambi sono da sempre innamorati della stessa donna, Sue Storm (Jessica Alba), che li accompagna nelle vesti di ricercatrice. Completano il team della spedizione il migliore amico di Reed, Ben Grimm (Michael Chiklis) e il fratello di Sue, Johnny (Chris Evans).

A causa di alcuni errori di calcolo, i cinque vengono investiti in pieno da una tempesta spaziale, che muta la loro struttura genetica dotando ognuno di uno straordinario potere.

Ben Grimm è sicuramente il meno soddisfatto della mutazione, che lo ha trasformato nella Cosa, un mostro di roccia arancione. Ma anche Von Doom subisce pesanti conseguenze dopo l’esposizione ai raggi cosmici, che esaltano il lato più oscuro della sua personalità facendolo precipitare nella follia. L’odio di Victor si rivolge subito verso un unico bersaglio: i suoi ex-amici, ora conosciuti da tutto il mondo con il nome di Fantastici Quattro, e soprattutto Reed Richards, che si è trasformato in Mr.Fantastic, l’uomo elastico capace di allungarsi a dismisura, e ha conquistato l’amore di Sue.

Di tutte le trasposizioni cinematografiche dei fumetti della Marvel, quella de
I Fantastici Quattro
rappresentava probabilmente la sfida più difficile, ma Tim Story (noto finora solo per
black comedy
di non eccelso livello come
La Bottega Del Barbiere
) centra in pieno tutti gli obiettivi, riuscendo nell’impresa di rendere più moderni e
cool
i personaggi creati dall’estro di Stan Lee e Jack
The King
Kirby, mantenendo un tono leggero e piuttosto godibile durante tutta la durata del film. 

I Fantastici Quattro
è infatti una pellicola divertente, che si avvale di una buona sceneggiatura con dialoghi brillanti e personaggi tratteggiati in modo ovviamente un po’ superficiale ma efficace. La trovata migliore è quella di concentrare l’attenzione sulla vita di tutti i giorni del fantastico quartetto, piuttosto che sulle battaglie contro i supercattivi, comunque presenti e ricche di effetti speciali ben realizzati. Si vedono quindi Ben Grimm-La Cosa lasciato dalla moglie a causa del suo aspetto, Johnny Storm-La Torcia Umana che usa la sua fiamma per fare il bullo con le ragazze, e così via.

I Fantastici Quattro
è in definitiva un film di puro intrattenimento e piuttosto ben riuscito, che non piacerà solo agli adolescenti, ai quali è comunque espressamente dedicato. E se ve lo stavate chiedendo, gli sceneggiatori non hanno resistito: hanno inserito anche una scena in cui una bella giornalista televisiva fa a Johnny Storm la domanda che circola da sempre fra i fan del quartetto: «è vero che Mr.Fantastic può allungare proprio TUTTE le sue parti anatomiche?». 
(michele serra)

Guarda i Fantastici 4 in versione supereroi e in versione «borghese» nella nostra

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Quel nano infame

Una giovane coppia desidera molto avere dei figli. Un giorno trovano di fronte alla porta di casa un bambino abbandonato e lo prendono con loro. Ma il nuovo arrivato non è proprio un pargoletto: in realtà è un nano con la faccia da bambino che sta cercando rifugio.

Lei mi odia

Per chi ha qualche dimestichezza con la sua filmografia, non è una novità che Spike Lee abbia sempre tentato di tastare il polso all’evoluzione del costume e della morale americani. Il mondo del basket
(He Got Game),
della televisione
(Bamboozled),
la vita di strada degli spacciatori neri
(Clockers)
e la riflessione sulla coscienza degli afroamericani
(Bus – In viaggio),
sono solo alcune delle tappe e dei temi della meditazione storico-sociale del regista sul suo Paese, che ha avuto l’esito più maturo ne
La 25ª ora.

Questa volta gli intenti di critica e gli agganci alla cronaca sono più scoperti che mai. Ispirato dagli scandali finanziari degli ultimi anni (i casi Enron e Worldcom su tutti), che hanno visto il crollo di giganti mondiali causato dall’avidità e amoralità del management, Lee opta esplicitamente per il pamphlet accusatorio del deficit etico della società americana, e lo fa quasi con i toni della commedia.

Protagonista è John Armstrong, «Jack» (Anthony Mackie), giovane e devoto manager di una multinazionale farmaceutica che vuole brevettare prematuramente un vaccino contro l’Aids. Il suicidio del ricercatore capo gli farà scoprire le frodi azionarie e le sottrazioni illecite del presidente Powell (Woody Harrelson). Jack fa una denuncia anonima alla Sec ma i suoi capi lo scoprono e lo licenziano in tronco, cercando in seguito di addossargli la responsabilità del crack in borsa. La sua vita sembra finita: non trova più lavoro e per giunta il suo conto è stato congelato dalla sua ex società. La svolta gli arriva in casa con la sua ex ragazza Fatima (Kerry Washington) ora lesbica convinta e donna d’affari di successo. Lei e la sua compagna Alex (Dania Ramirez) gli propongono una transazione: soldi cash perché lui le «insemini». Essere trattato come macchina riproduttiva non fa piacere, soprattutto se amavi la donna che adesso ti chiede un figlio da crescere con un’altra donna. Ma i soldi comprano anche l’orgoglio, e se poi la faccenda è trasformata in un business redditizio dalla stessa Fatima, ci si adatta: in fondo 10.000 dollari a missione, per inseminare un plotone di lesbiche con un imprenditoriale istinto materno, sono un bell’affare.

Intanto sul piano giudiziario le cose si mettono male: Jack viene arrestato e finisce sotto processo. Ma in aula saprà riscattare la sana coscienza dell’onesto americano e bacchettare l’ipocrisia del potere.

Lee, sono parole sue, ha «voluto sollevare degli interrogativi sul declino della morale e dell’etica in America» ma si è lasciato prendere la mano da uno schematismo didascalico, con un risultato ambiguo e contraddittorio nella forma e nel contenuto. Nella forma, perché l’opera parte come film di impegno civile (geniali i titoli di testa, con le immagini «fluttuanti» dei dettagli delle banconote, quasi una storia iconografica dell’America rooseveltiana); vira verso la commedia (spassosa la fase delle trattative e degli amplessi); e chiude con la soluzione più compiacente e buonista (la famiglia felice, babbo-due mamme-e figli). Nel contenuto, perché associando la denuncia della corruzione dei valori economici con quella dei valori sessuali e identitari, Lee ha posto dei nessi causali interessanti ma in cui non ha saputo districarsi, non approfondendo così né l’uno né l’altro tema. E infatti, nei punti chiave, l’impressione fastidiosa è quella dell’eccesso, ora verso una sbrigativa retorica dell’indignazione, ora verso una superficiale faciloneria nell’affrontare l’omosessualità come scelta (per lei) o come privazione (per lui), o la paternità-maternità in una famiglia omo-etero, fino allo stesso rapporto fra i sessi «rovesciato» dal denaro.

Il ritmo tiene, certo, qualche personaggio strappa un sorriso (Turturro, boss rassegnato al declino che fa l’imitazione di Marlon Brando nel
Padrino)
ma da Spike Lee era lecito aspettarsi di più.
(salvatore vitellino)

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Lei mi odia

L’ultimo re di Scozia

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Se la giustizia divina è una certezza dei credenti, agli altri resta solo il dubbio che quella terrena non sempre si realizzi, se si pensa che uno dei più efferati delinquenti e tiranni del novecento, Idi Amin che per nove anni, dal 1971 al 1979 quando fu deposto, insanguinò la Tanzania, è morto sicuro e rispettato in Arabia Saudita nel 2003 a 78 anni d’età. In Uganda, pare, ancor oggi c’è chi ne parla con rispetto, nonostante le uccisioni, a migliaia, le torture e perfino episodi di cannibalismo. Certo, all’inizio, apparve come un liberatore, colui che avrebbe potuto fare dell’Uganda la prima nazione dell’Africa nera veramente indipendente, e illuse molti paesi occidentali, tra cui l’Inghilterra.

L’ultimo re di Scozia
– appellativo con cui Amin chiamava se stesso (e ne aveva altri, ugualmente fantasiosi e ancor più iperbolici) – è un film con tante buone intenzioni, come quelle di salvare la verità storica con le esigenze dello spettacolo, il documento col thriller d’avventura. È quindi girato nei luoghi reali degli eventi e descrive l’ascesa dle dittatore fino all’episodio di Entebbe, dove Amin cercò di essere il mediatore-negoziatore coi terroristi palestinesi per liberare dal jet dell’Air France gli ostaggi per lo meno quelli non ebrei e non israeliani. A salvare buona parte di questi ultimi, comunque, ci pensò un commando israeliano con un raid a sorpresa. Il film però si ferma appena prima, quando si conclude l’altra vicenda che viene in parallelo raccontata: la storia, questa inventata, di un giovane ingenuo medico scozzese, diventato per caso il dottore privato del dittatore, poi da costui innalzato a uomo di fiducia, con cariche sempre più importanti. Il giovane accecato dall’ammirazione, da una buona dose di ambizione e da una decisa componente di cretineria commette una serie di errori, prima di scoprire in quali guai si sia ficcato.

Non proseguo nel racconto per non togliere la suspense a chi ancora non abbia visto il film. Il quale ha un punto a suo vantaggio, forse l’unico per cui valga davvero la pena di vederlo: l’interpretazione grandissima (direi strepitosa se non fosse un aggettivo abusato fino alla nausea) di Forest Whitaker nel ruolo di Amin, capace di giocare tutte le corde di una personalità schizoide, con tutta la gamma di antitetiche espressioni, dalla simpatica bonarietà al sospetto, dall’ingenuità bambina alla rabbia improvvisa, alla ferocia più spietata, senza mai cadere nel gigionismo. Purtroppo, accanto a questo fuoriclasse, il regista Kevin Macdonald sceglie come coprotagonista, nel ruolo del medico-gonzo, un inerte James McAvoy, talmente sfocato, stupido e antipatico, che si finisce col trovare simpatico e parteggiare per il sanguinario dittatore.

Non ho letto il romanzo di Giles Foden da cui la storia è ricavata, penso che si lascia leggere con abile scorrevolezza e basta, come del resto si lascia vedere il film, e si lascia dimenticare: un thrillerone
classico,
con una spruzzata etnica e politica come si costruivano qualche decennio fa quando le major erano veramente le major e l’Africa una miniera di trame avventuroso-antropologiche, con già tutti i
j’accuse
a posto, per salvaguardare le coscienze registico-produttive e quelle dello spettatore illuminato.
(piero gelli)