Drugstore Cowboy

Uno sguardo affascinante e davvero credibile sulla vita di un tossicomane e della sua “famiglia”, che rapina i negozi per foraggiare le proprie abitudini. Niente commiserazione né moralismi, ed è esattamente questo che rafforza l’impatto della pellicola. Eccezionali le interpretazioni, soprattutto di Dillon e della Lynch. Basato sul racconto autobiografico di James Fogle, un galeotto, scritto negli anni Settanta e mai pubblicato. Sceneggiatura di Van Sant e Daniel Yost.

Charlie’s Angels

Sembra che il miliardario Roger Corwin abbia sottratto al suo rivale Eric Knox un prezioso software in grado di riprodurre il dna vocale di ogni individuo. Knox si rivolge perciò alle Charlie’s Angels – ossia Natalie, Dylan e Alex – pregandole di tirarlo fuori dai guai. Le fanciulle indagano a modo loro e scoprono che Knox ha in realtà ben altre mire. Si può entrare in sala prevenuti quanto si vuole, ma vedere LL Cool J che diventa Drew Barrymore con un face/off in stile
MI:2
è una bella sorpresa (senza contare che poco prima c’era stata la gag del film proiettato sull’aereo: un probabilissimo
TJ Hooker: The Movie
). Poi partono i titoli di testa e in una manciata di minuti viene condensata, attraverso una serie di velocissimi frammenti, tutta la storia della televisione pop degli ultimi trent’anni. E così sembra di stare quasi dalle parti di un film dei Monkees dei bei tempi andati. Comunque l’intuizione di fondo non è tanto quella di rifare pezzi di cinema e di tv già «cultizzati», quanto di operare una sorta di archeologia glam degli anni Novanta come se essi stessi fossero oggetto di rievocazione critica (e/o nostalgica). Come dire, la classica strategia da futuro anteriore alla base di tutte le operazioni di ricontestualizzazione di retoriche e stilemi rétro. Detto questo, il film di McGinty Nichol procede spedito, accumulando frammenti, gag e citazioni (da
Diabolik
a
True Lies
passando per
Wheels on Meals
,
L’uomo nel mirino
e addirittura il finale di
Pallottole cinesi
) e sfruttando al meglio il plusvalore sexy delle tre protagoniste. Le coreografie sono ancora una volta frutto del genio del clan Yuen, ai cui membri Hollywood dovrebbe dare una medaglia per aver svecchiato, esteticamente, il cinema d’azione americano nell’arco di pochissimi film. La colonna sonora, infine, affianca tormentoni R’n’B a rockacci settanteschi come
Barracuda
delle Heart o
I Love R’n’R
di Joan Jett. Insomma, «McG» ha confezionato un vero e proprio «McMovie», che può anche risultare indigesto (se se ne abusa), ma semel in vita può persino risultare gradevole.
(giona a. nazzaro)

The Jacket

Jack Starks è un veterano della Prima Guerra del Golfo, sofferente di un’amnesia post-traumatica per una ferita subita nel conflitto. Accusato ingiustamente di omicidio, viene chiuso in una clinica psichiatrica in cui subisce una cura drastica e sperimentale: imbottito di droghe e infilato in un loculo, l’uomo comincia ad avere allucinazioni e a frequentare una dimensione spazio-temporale distorta, nella quale si muove tra passato e futuro ricostruendo ciò che è stato e cercando di evitare ciò che sarà: la propria morte che dovrebbe avvenire di lì a qualche giorno. Nel futuro conoscerà Jackie, ragazza bella e tormentata in cerca di un riscatto: le sorti dei due sono inestricabilmente connesse.

Di viaggi nel tempo al cinema se ne sono visti tanti e spesso non particolarmente riusciti. E altrettante tetre cliniche psichiatriche e innocenti ingiustamente condannati e storie d’amore fra grandi star. Ma questa è Hollywood. Piuttosto è meno frequente vedere tutti questi ingredienti miscelati nello stesso film. E vedere il naso tagliente ed espressivo di Adrien Brody campeggiare in una scena hollywoodiana al posto di quello più bello e gentile del solito Keanu Reeves o di un Brad Pitt qualsiasi.

The Jacket
rispecchia nel risultato la sua genesi produttiva: una telefonata dei super-produttori Soderbergh e Clooney all’indipendente John Maybury. L’opportunità ha solleticato il regista, pur consapevole di non avere completa libertà d’azione. Di Maybury (già autore dell’apprezzato
Love Is The Devil
) il film conserva comunque la decisa efficacia visiva: le atmosfere allucinate e i trip mentali di Jack inquietano. Il merito in realtà va spartito con Peter Deming, direttore della fotografia, già collaboratore di Lynch, e con la computer graphic.

La storia non risolve il nodo centrale: i viaggi nel tempo di Jack sono in qualche modo reali, oppure restano semplici fantasie? Ma Maybury non è interessato a dare risposte, né tanto meno a proporre speculazioni metafisiche: il regista non è un filosofo ma un buon narratore con un notevole gusto visivo. La mescolanza dei generi – il thriller, la fantascienza, la storia d’amore – produce un buon amalgama che salva il film dal rischio di essere bollato come l’ennesimo prodotto di genere, svolto secondo il consueto plot preconfezionato. Una certa originalità c’è, anche se non si nota molto. Corredano la pellicola le atmosfere livide e il dignitoso spessore dei personaggi.

Adrien Brody, dopo la grandiosa interpretazione de
Il pianista
di Polanski, ha ancora una volta la faccia giusta. Il suo volto è credibile almeno quanto la drammaticità della sua interpretazione. Maybury, proveniente da esperienza diverse da quelle del cinema istituzionale, lo ha voluto fortemente ed è stata una scelta che vale quasi il cinquanta per cento del film. A Hollywood dovrebbero fare qualche riflessione. Emblematica in questo senso è anche la scelta della co-protagonista, Keira Knightley, impegnata a essere più bella che brava. In realtà la giovane attrice, reduce prevalentemente da film di cassetta come
La maledizione della prima luna
, non sfigura nelle vesti della spinosa e fragile Jackie. Ma si spoglia giusto in tempo per il trailer e lascia dubbi sulle motivazioni della sua scelta (non a caso non era l’opzione preferita da Maybury). Attorno ai protagonisti ruotano volti ed espressioni sempre azzeccati, dal dottor Becker (Kris Kristofferson), alla dottoressa Lorenson (Jennifer Jason Leigh), agli altri comprimari.

La ditta Soderbergh – Clooney ha, insomma, sfornato un altro prodotto doc, con tutte le caratteristiche a posto per rientrare nel solco «buon coinvolgimento – rapida obsolescenza» che contraddistingue di solito le loro collaborazioni (vedi
Ocean’s Eleven
). La storia del cinema non la si fa in questo modo, ma due ore accattivanti (e un po’ di soldini) sì. Se vi trovate un pomeriggio di questi senza sapere cosa fare – e non frequentate abitualmente Kurosawa – investire qualche euro in The Jacket può non essere una cattiva idea.
(stefano plateo)