America oggi

Insieme a I protagonisti , il film che segnò il grande ritorno di Altman dopo un quindicennio appannato e sotterraneo: America oggi , multiforme affresco losangelino dalla narrazione implosa, rimane il capolavoro di questa «seconda giovinezza». Dei «Seventies» Altman non rinnega niente, anzi preleva dal decennio successivo quella che ne è stata forse la più alta sintesi letteraria: i racconti di Raymond Carver. Il montaggio (musicalissimo) intreccia le canzoni della colonna sonora con un gusto quasi da cantastorie; ogni enfasi è bandita (contrariamente al farraginoso e retorico pseudo-allievo Paul Thomas Anderson di Magnolia ); il cast è semplicemente sbalorditivo e i pezzi di bravura così sciolti che non te ne accorgi nemmeno (il monologo di Jack Lemmon, il seminudo di Julianne Moore). Su tutto una tristezza spettrale e assolata, un blando terremoto osservato da uno sguardo imperturbabile che è già oltre la commedia e la tragedia. (emiliano morreale)

La mano sulla culla

Il ginecologo Victor Mott tenta di abusare di una delle sue pazienti, Claire Bartel, che lo denuncia. L’uomo, travolto dallo scandalo, si suicida. Mentre la vedova di questi, Peyton, è costretta ad abortire, Claire partorisce un bel bambino. Peyton, intenzionata a vendicarsi, riesce a diventare, sotto mentite spoglie, la baby sitter del figlio di Claire. Un thriller di buona fattura, ricco di momenti di tensione, che purtroppo si perde in un finale a dir poco scontato. Da notare, in un ruolo marginale, la bravissima Julianne Moore, all’epoca ancora sconosciuta al grande pubblico.
(andrea tagliacozzo)

Il Grande Lebowski

Un giovane perdigiorno viene scambiato per un boss della mala suo omonimo, e viene poi cooptato da quest’ultimo per pagare un riscatto. La trama è poco più di una scusa per mettere in fila una serie di vignette surreali, alcune riuscitissime, altre semplicemente… strane. Il cast regala grandi interpretazioni, come quella di Turturro nei panni del giocatore di bowling Jesus.

I racconti del gatto nero

Ispirato alla serie televisiva
The Tales From the Darkside
. Un bambino, catturato da una sconosciuta che vorrebbe cucinarselo, prende tempo raccontando alla donna tre storie dell’orrore: la prima ha per protagonista una mummia riportata in vita da uno studente; la seconda un gatto nero dotato di poteri soprannaturali; la terza un demone di pietra. Quest’ultimo episodio è il migliore del film, un horror di discreta fattura anche se non troppo originale. Buona anche la seconda storia, ben sceneggiata da George Romero da un racconto di Stephen King.
(andrea tagliacozzo)

La mappa del mondo

Sigourney Weaver è una disorganizzata cronica che insegue affannata figli e impegni lavorativi e finisce regolarmente sopraffatta dagli eventi. Urla, ritardi, litigate: nulla di particolarmente grave, finché una sua disattenzione è fatale alla figlioletta di Julianne Moore, che annega nello stagno davanti a casa. La tragedia porta con sé depressione, conflitti familiari e infine il carcere, dove Sigourney viene rinchiusa in seguito a un’infondata accusa di molestie sessuali. Maldestro veicolo costruito su misura per l’attrice americana,
La mappa del mondo
prima che brutto è un film incomprensibile, visto che fallisce proprio l’obiettivo principale di accreditare Sigourney come attrice in grado di interpretare personaggi a tutto tondo. Quando la si vede a fronte aggrottata e occhi sbarrati davanti alla dolente Julianne Moore si capisce subito chi è la grande attrice. A nulla valgono l’impegno e la generosità con cui si getta nell’impresa, e anche se i fan scorgono quanto aspettavano dai tempi di
Mistery
, l’unico sussulto lo provano quando dalla salopette da massaia sbucano intatti i muscoli di Ripley: lascia perdere le cucine Sigourney, il tuo posto è sul Nostromo!
(luca mosso)

The Shipping News

Quoyle è un uomo di 36 anni. «Un sopravvissuto all’infanzia», «un insuccesso totale», secondo il padre. Quoyle è un tipografo a Brooklyn, conosce per caso e perde la testa per una prostituta, Petal. Si sposano. Hanno una bambina, ma la donna continua imperterrita a fare il suo mestiere, umiliando Quoyle e ignorando la piccola. Ma le tragedie si accavallano: al lavoro, Quoyle ascolta la segreteria telefonica e sente la voce del padre che annuncia il suicidio suo e della madre. Contemporaneamente Petal scappa di casa per vendere a dei genitori adottivi la bambina. Ma l’auto va fuori strada, finisce giù da un cavalcavia e Petal muore annegata. Già, l’acqua, refrain di questo film: Quoyle che annaspa nel mare con il padre che lo insulta da un moletto, Petal che affoga, la bambina che fa il bagnetto, il naufragio, e poi l’acqua che circonda Terranova, terra originaria dei Quoyle dove l’uomo torna con la figlioletta («un po’ strana», dicono tutti) e una sorellastra del padre. E allora comincia la vita nella terra aspra e gelida di Terranova, dove i tre scelgono di vivere nella vecchia casa di famiglia da risistemare. E intanto Quoyle ottiene un posto di giornalista nel giornale locale. Impara, e ha successo. Tra misteri e segreti del passato (qualcuno di troppo, francamente), qualche accenno a spiritismo, la vita di paese e un amore che sboccia, si snoda la nuova esistenza della anomala famiglia. Quoyle, un po’ timido, un po’ imbranato, ma buono e giusto nell’animo, prende finalmente in mano la sua vita. Il film di Lasse Hallström (
Chocolat, Le regole della casa del sidro
) è tratto, abbastanza fedelmente, dal best seller americano
Avviso ai naviganti
di E. Annie Proulx, premio Pulitzer nel 1994, edito in Italia da Baldini & Castoldi. Una storia privata e intima si confronta con la grandiosità dell’ambiente (bellissima la fotografia di Oliver Stapleton) di rocce, di tempeste, di vento che sibila, di mare minaccioso, di nebbie che nascondono ogni cosa e ogni volto. Ed è la storia di un uomo che, a poco a poco, acquista fiducia in se stesso decidendo di non farsi più sopraffare dagli altri. Forse inutile la parte, seppure marginale, che fa riferimento a spiriti, fantasmi, sogni rivelatori e visioni. Mentre appare francamente un po’ troppo didascalica l’insistenza all’acqua che travolge, che avviluppa, che risucchia il protagonista, in una specie di prigione da cui, alla fine, riuscirà a liberarsi. Bravissimo, come sempre, Kevin Spacey, nella parte del ragazzone imbranato e insicuro, un po’ ciondolante e buono come il pane, che si veste alla marinara, infagottato in giacconi larghi e con il cappellino blu di lana sempre calato sugli occhi. È l’eroe sfigato che ce la fa. Tanto diverso dall’extraterreste, distaccato e psicopatico con gli occhiali scuri, di
K-Pax
, girato quasi contemporaneamente a
The Shipping News
. E del resto il film ruota tutto attorno Quoyle, ma con ottimi coprotagonisti: dalla zia scorbutica e dal passato tormentato (Judi Dench), alla fidanzata, la rossa Julianne Moore, ai compagni di lavoro come Scott Glen nella parte di Jack Buggit. Cate Blanchett, invece, è Petal, la moglie sgualdrina che appare all’inizio. La fuga nel passato, il ritorno alle origini, la riscossa di un perdente sono i temi che Hallström affronta in questo film. Film che si snoda lentamente (troppo…) nelle gelide, seppur affascinanti, lande del nord. Si devono veramente amare il mare, le nebbie e quelli a cui tutto va male per forza, per amare anche questo film. Un peccato, perché il libro della Proulx, è stato il giudizio unanime dalla stampa Usa, è migliore del film.

Laws of Attraction – Matrimonio in appello

Due avvocati divorzisti, avversari i tribunale, (Brosnan e Moore) si innamorano e si sposano. Si ritrovano, però, nuovamente l’uno contro l’altra nel burrascoso divorzio di una rockstar (Michael Sheen) dalla moglie (Parker Posey). Riusciranno a salvare la loro relazione o finiranno col divorziare a loro volta? Classica commedia romantica dal regista di
Sliding Doors.

La fortuna di Cookie

Racconto rocambolesco ambientato in una piccola cittadina del Sud, dove la morte di una donna eccentrica mette in moto una serie di eventi che porteranno alla luce la vera natura — sia generosa che avida – di vari parenti e amici. Film leggero e fantasioso è ricco di personaggi pittoreschi, è arricchito dalla splendida interpretazione di Dutton; nella commedia scritta da Anne Rapp Altman si diverte a ironizzare sulle tradizioni del Sud con colpi di scena imprevedibili e divertenti, ma anche con inutili cadute di tono. Con gli anni Altman sembra aver perso la capacità (o la voglia) di controllare tutti i personaggi dei suoi affreschi, concentrandosi solo su alcuni.

Io non sono qui

I cambiamenti di Bob Dylan attraverso una serie di personaggi in continuo sviluppo, interpretati da sette diversi attori. Dal giovane aspirante menestrello evocativo di Woody Guthrie, al “profeta del folk” del Greenwich Village dei primi anni sessanta; dall’Arthur Rimbaud in chiave moderna al “Giuda” del folk-rock elettrico; dall’icona controtendenza che lotta per difendere il proprio matrimonio o dal cristiano rinato alle prese con la moralità, al cowboy solo, in esilio volontario dalla sua stessa controversa fama. I’m Not There è il ritratto dell’artista in divenire.

Body of Evidence – Il corpo del reato

Dafoe, avvocato a cui nessuno vorrebbe rivolgersi, rimane sentimentalmente coinvolto con una sua cliente (Madonna), accusata di aver ucciso un amante facoltoso durante un gioco erotico particolarmente violento. Le scene di sesso sono più scoraggianti che eccitanti. In circolazione c’è, ovviamente, anche la versione non censurata.

Hannibal

Il miliardario Mason Verger, unica vittima sopravvissuta alla furia omicida del dottor Lecter, sta cercando in tutto il mondo reliquie del suo antagonista e indizi per acciuffarlo. Nel frattempo Hannibal Lecter vive sotto mentite spoglie a Firenze, preparandosi a rivestire la funzione di bibliotecario nella prestigiosa Biblioteca Capponi. Clarice Starling, divenuta un veterano dell’Fbi, a dieci anni esatti dalle vicende che la legarono al serial killer cannibale si trova nei guai a causa di un’operazione di polizia risoltasi in un’inutile strage. Questi tre destini tornano a incrociarsi quando Rinaldo Pazzi, frustrato ispettore di polizia, scopre la vera identità del bibliotecario e cerca di venderlo a Verger.

Un qualsiasi confronto tra
Il silenzio degli innocenti
di Jonathan Demme e il suo sequel
Hannibal
sarebbe inutile, fuorviante e controproducente. Per
Hannibal
, s’intende. È chiaro che il capolavoro di Demme costituisce uno di quei casi – più unici che rari nella storia del cinema – destinati a non incoraggiare paragoni. Di
Il silenzio degli innocenti
, come di
Psycho
, ne esiste uno solo, unico e inimitabile. Del resto, nel caso di
Hannibal
era chiara sin dal principio l’operazione commerciale impiantata da Dino De Laurentiis. Il mediocre romanzo di Thomas Harris nasce già in funzione del progetto cinematografico e i vari contributi artistici (Ridley Scott alla regia, David Mamet e Steven Zaillian alla sceneggiatura, Pietro Scalia al montaggio) sono garanzie per quella che resta una speculazione commerciale sulle spalle di un classico. Budget alle stelle, con trenta degli ottanta milioni di dollari investiti finiti delle tasche di Anthony Hopkins, la ragion d’essere stessa del film.

Ed eccoci arrivati al risultato finale: com’è
Hannibal
? Cos’è l’annunciato evento cinematografico di una stagione asfittica come questa? È uno splatter nobilitato da interpretazioni magistrali e da un dispiego di mezzi che, durante i gloriosi anni Settanta, Tobe Hooper e Wes Craven potevano solo sognarsi. Tutti storcerebbero il naso di fronte a budella penzolanti, cervellini fritti impanati, carotidi recise, crani addentati da cinghiali. Qui è diverso: portati in serie A, questi materiali diventano grand guignol, fanno parte dello spettacolo colto, si armonizzano con le dissertazioni su Dante, i poeti stilnovisti, la Firenze rinascimentale e medicea, la psicanalisi e le grandi firme della moda italiana. Occorre dire comunque che i singoli raccapriccianti numeri sono la cosa migliore del film, lasciati galleggiare in un mare narrativo tremendamente farraginoso e noioso. Sembra quasi di vedere tre o quattro pellicole cucite l’una dopo l’altra per rinvigorire la suspense con iniezioni macabre ad hoc. E la parte fiorentina, che dovrebbe essere la più originale e caratteristica, si risolve in un lungo episodio frigido e supponente, suggestivo solo a livello scenografico.

Ma la differenza più macroscopica rispetto al
Il silenzio degli innocenti
la si trova nella caratura del protagonista. Il doctor Lecter di Demme era il Male assoluto incarnato, immobile e inquietante, al limite dell’astrazione iconica. Qui Hopkins diventa un eroe a suo modo positivo: uccide i cattivi, protegge e flirta spudoratamente con la giovane agente dell’Fbi. Ma la sua onnipotenza è ridotta alla capacità di agire incontrastato, come un qualsiasi criminale di talento. Stavolta fa molta più paura il suo antagonista, Verger, interpretato – dietro una maschera mostruosa – da Gary Oldman. In assenza di spessore filosofico e concettuale, rimangono l’ostentazione dell’orrore, la narrazione diluita, le ambiguità svelate e sottolineate. E tante immagini patinate e frenetiche: il tutto nella migliore e peggiore tradizione di un ex pubblicitario quale Ridley Scott, ormai lontano dagli esiti di
Alien
e
Blade Runner
.

Freddo, accademico, formalista. Tutt’altro che un film cattivo e spiazzante. Al più un po’ cinico e dissacrante.
(anton giulio mancino)

Nine Months – Imprevisti d’amore

Farsesca storia di una coppia la cui beata relazione quinquennale viene sorpresa alle spalle da una gravidanza inaspettata, che lui non riesce proprio ad affrontare. Questa patinata produzione hollywoodiana cerca di accostare il fascino fanciullesco di Grant alla radiosa bellezza della Moore, mentre Arnold aggiunge un roboante supporto comico, ma una totale prevedibilità e un’ingenua stupidità la inaridiscono. Un paio di scene con Williams nei panni di un nevrastenico ostetrico russo che parla sempre a sproposito sono senz’altro la cosa migliore. Basato sul film francese Nove mesi (1994). Panavision.

Psycho

Lento, artificioso remake scena per scena assolutamente senza senso del classico di Hitchcock (con qualche maldestro nuovo tocco a macchiare la sua pretesa di essere una replica esatta). Il risultato è un insulto più che un tributo, a un film che è una pietra miliare.

The Hours

Virginia Woolf, Laura Brown e Clarissa Vaughan. La prima vive negli anni Venti, la seconda nei Cinquanta e la terza ai giorni nostri. Sussex, Los Angeles e New York. Tre storie, un unico filo conduttore: il libro Mrs Dalloway. Virginia Woolf (Nicole Kidman) nel 1921 inizia a scrivere il libro che verrà pubblicato nel 1925, Mrs Dalloway appunto. Vive fuori Londra, in una casa di campagna, accudita dal marito e dai medici. La sua malattia mentale avanza e la scrittrice se ne accorge. Laura Brown (Julianne Moore) vive a Los Angeles e nel 1952 inizia a leggere il libro della Woolf. La sua vita sembra normale: ha un marito che la ama molto e un figlio adorabile. La lettura del romanzo, però, le sconvolge la vita e mette in discussione, per la prima volta, tutte le sue certezze. Clarissa Vaughan (Meryl Streep) vive a New York e sta preparando la festa per il suo amico poeta, ex amante, Richard, malato terminale di Aids. Richard la chiama Mrs Dalloway, perché lei ne è l’incarnazione in chiave moderna. Le tre donne ricercano la propria esistenza, il significato della loro vita e, come diceva la Woolf, la vita di ognuno è legata in qualche modo a quella di altri. Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Cunningham, pubblicato nel 1998 e premiato con il Pulitzer nel 1999, The Hours è un film sulle fragilità umane, non solo femminili. Tre spaccati di vita, in tre epoche diverse, ma tutte intercambiabili l’una con l’altra. Ottima la regia, il montaggio, la fotografia, le scene, i costumi e, ovviamente, la sceneggiatura. Come spina dorsale del film le tre attrici, al solito insuperabili. Oscar alla Kidman e altre otto nomination. (andrea amato)

Crazy, Stupid, Love

Crazy, Stupid, Love

mame cinema CRAZY STUPID LOVE - STASERA IN TV L'IRRIVERENTE COMMEDIA ryan e steve
Ryan Gosling e Steve Carell in una scena del film

Diretto da Glenn Ficarra e John Requa, Crazy, Stupid ,Love (2011) inizia con un’improvvisa richiesta di divorzio da parte di Emily (Julianne Moore) al marito Cal Weaver (Steve Carell). Vedendo la sua vita andare in frantumi, l’uomo molte sere in un bar, dove incontra il giovane Jacob Palmer (Ryan Gosling). Quest’ultimo, che ha molto successo con le donne, decide quindi di aiutare Cal a diventare un rubacuori, in modo da dare una lezione all’ex moglie.

Tuttavia, mentre Cal inizia a uscire con diverse donne, Jacob incontra una ragazza, Hannah (Emma Stone). Tra i due nasce un forte sentimento e Jacob decide di abbandonare la sua vita da sciupafemmine, dedicandosi a un rapporto stabile con Hannah. Cal, intanto, riesce a far ingelosire l’ex moglie. Ma una sconcertante sorpresa è in arrivo: Jacob e Cal si rincontrano di nuovo, in circostanze del tutto imbarazzanti. Che ne sarà del quartetto Cal, Emily, Jacob e Hannah? E se ci fossero anche altre due persone a minare le relazioni dei protagonisti?

Curiosità

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Jacob (Ryan Gosling) e Hannah (Emma Stone)
  • La lavorazione del film è durata da marzo a novembre 2010.
  • Ryan Gosling ed Emma Stone hanno fatto coppia anche in Gangster Squad (2013) e La La Land (2017).
  • Fa inoltre parte del cast l’attore Kevin Bacon, nel ruolo dell’amante di Emily. In totale, la produzione ha speso 50 milioni di dollari per retribuire gli attori principali e per sostenere le altre spese. Fortunatamente, la pellicola ha incassato 143 milioni di dollari a livello globale.
  • Presente anche Josh Groban, il cantautore che ha venduto oltre 25 milioni di dischi in tutto il mondo.
  • Steve Carell è anche produttore del film, attraverso la sua casa di produzione Carousel production.
  • Il drink preparato dal personaggio interpretato da Ryan Gosling è l’Old fashioned, un alcolico molto popolare in America. La bevanda è a base di soda, zucchero, angostura bitter, bourbon o rye whiskey e ghiaccio.

Uomini & donne

Rebecca è un’attrice famosa ed è sposata con Tom, casalingo disperato con la fissazione del sesso. Tobey, il fratello di Rebecca, è fidanzato da sette anni con Elaine, segretaria e aspirante scrittrice di libri per bambini. In questo film corale vengono narrate le dinamiche interne ed esterne alle due coppie. La prima è travagliata dal peso delle consuetudini e della quotidianità che intaccano il romanticismo e l’intimità di una coppia sposata e con figli. La seconda risente piuttosto dell’opposizione delle rispettive priorità e, soprattutto, della difficoltà di Tobey a superare una cronica sindrome di Peter Pan: Elaine vorrebbe sposarsi ed avere dei bambini, ma si trova continuamente davanti alle ritrosie del proprio partner che si trincera dietro la massima
tutti dobbiamo morire.
A complicare, e movimentare, le cose contribuiranno una sfrenata passione per i siti web a luci rosse, un’ex venuta dal passato, un’attraente mamma single, un cantante folk e un noioso intellettuale russo.

Far From Heaven – Lontano dal paradiso

Inverno 1957. Cathy e Frank Whitaker sono la famiglia più invidiata di Hartford, piccola cittadina del Connecticut. Lui è il direttore commerciale di un’azienda di elettrodomestici che va a gonfie vele, lei la sua devota moglie, dedita alla cura della casa e dei due bambini. Sotto l’apparente perfezione del loro matrimonio si nasconde però l’omosessualità di Frank. Quando la donna scopre la relazione del marito con un altro uomo, decide di iniziare a frequentare un giardiniere di colore, attirando su di sé i pettegolezzi di tutta la cittadina.

Giunto alla sua quarta prova da regista (dopo
Poison, Safe
e
Velvet Goldmine),
Todd Haynes decide di ricostruire nei minimi particolari l’immaginario cinematografico degli anni Cinquanta, dal look dei protagonisti alla fotografia agli interni delle case, per poi mostrare la disgregazione di una famiglia apparentemente felice. Il suo è un omaggio ai melodrammi americani dell’epoca, reso credibile dall’ottima interpretazione di Julianne Moore, davvero convincente nei panni di una donna tanto entusiasta quanto ingenua, e di Dennis Quaid, che ne interpreta il mediocre e ipocrita marito. Il fallimento del loro matrimonio è il perfetto prodotto di una società bigotta e razzista, fondata su meschinità e ipocrisie. Haynes gioca a metterne in evidenza le caratteristiche più distanti rispetto alla realtà odierna (la separazione fisica fra neri e bianchi, l’omosessualità trattata come una malattia), riuscendo in tal modo a smontare l’iniziale illusione indotta nello spettatore. Non tutto però gira alla perfezione: i «colpi di scena» previsti dalla sceneggiatura sono tutt’altro che sorprendenti e molto, troppo spesso, si ha la sensazione di assistere a un semplice esercizio di stile. Meglio tornare all’originale: a Douglas Sirk e al suo
Secondo amore
(1955), forse la pellicola che più di ogni altra ha ispirato Haynes nella realizzazione di questo lavoro.
(maurizio zoja)

Chloe – Tra seduzione e inganno

Catherine sta organizzando una festa a sorpresa per il compleanno del marito David. La stessa sera però David perde il volo da New York per tornare a casa, e non arriverà in tempo alla festa a lui dedicata. Lei è costretta a mandare giù il boccone e qualsiasi sospetto, e tornare dai suoi ospiti… L’indomani mattina, scopre un sms mandato da una delle studentesse al telefono di David, e i timori di Catherine aumentano. Questa coppia riuscita, Catherine medico e David professore di musica, ha un figlio di 17 anni, Michael.

Visti da fuori sembrano una famiglia che ha tutto, ma le loro carriere e l’educazione del figlio hanno messo a dura prova il matrimonio, e il loro rapporto soffre per mancanza di comunicazione e di intimità. Due settimane dopo la festa a sorpresa, Catherine e David sono a cena con amici, Catherine si alza per andare in bagno e fa conoscenza con una donna giovane e molto sexy, Chloe. Catherine torna al tavolo e comincia ad osservare Chloe che si avvicina ad un uomo d’affari più anziano di lei. Tornando a casa in macchina, Catherine chiede a David se ha perso volutamente il suo volo da New York per rimanere a bere con gli amici. Quando il marito le risponde che non è così, lei si convince di averlo colto in flagrante. Certa più che mai che David abbia un’amante, Catherine rintraccia Chloe, la escort, e la ingaggia per mettere alla prova la fedeltà di David.

Le due donne si incontrano regolarmente e Catherine memorizza ogni dettaglio degli incontri di David e Chloe. La sua gelosia aumenta, ma allo stesso tempo si risvegliano in lei sensazioni da tempo sopite. Presto si ritrova in una trappola fatta di desiderio sessuale ed inizia un percorso che anziché aiutare, metterà in pericolo la sua famiglia…

I ragazzi stanno bene

Nic e Jules (Annette Bening e Julianne Moore) sono sposate e vivono in un’accogliente casetta fuori città nella California del Sud insieme ai loro figli adolescenti, Joni e Laser (Mia Wasikowska e Josh Hutcherson). Nic e Jules – o, come vengono soprannominate al plurale da Joni, “Moms” – hanno fatto nascere, hanno cresciuto i loro figli e sono riuscite a creare una vera famiglia composta da loro quattro.

Ma quando Joni si prepara ad andarsene per frequentare il college, il fratello quindicenne Laser la convince a fargli un grande favore. Vuole che Joni, ora diciottenne, lo aiuti a rintracciare il loro padre biologico; i due adolescenti sono stati concepiti, infatti, grazie all’inseminazione artificiale.

Sebbene poco convinta, Joni mantiene fede alla promessa fatta al fratello e riesce a prendere contatti con il loro “bio-papà” Paul (Mark Ruffalo), uno spensierato ristoratore.
I due ragazzi resteranno molto affascinati dallo stile di vita indipendente, da vero scapolo incallito, di Paul.

Anche Jules, che sta cercando di iniziare una nuova carriera come progettista di giardini, sentirà il desiderio di essere amica di Paul. Ma quando Paul farà il suo ingresso nella vita dell’atipico quartetto, inizierà per tutti loro un nuovo, inaspettato capitolo, in cui i legami di famiglia dovranno essere definiti di nuovo.

Safe

Una donna della ricca borghesia scopre lentamente di essere allergica a tutti i prodotti della società industriale: dalla plastica allo smog, tutto ciò che la circonda le provoca crisi che vanno dal vomito all’asfissia. Todd Haynes, trasgressivo regista di culto dell’ambiente underground e omosessuale, esordisce nel cinema mainstream con un film stilizzatissimo, lento, quasi alla Ozu. Una vicenda che parte come un’indagine minimal ma di assoluta precisione sociologica, e che lentamente si trasforma in un incubo cronenberghiano: l’allergia alla plastica come apocalisse interna, il corpo come terreno di battaglia della sociopatia. E, nel fare ciò, si avvale di uno dei più straordinari corpi femminili del cinema americano, la rossa Julianne Moore. Nell’ultima parte, poi,
Safe
diventa un quasi-documentario su un centro new age, tanto ambiguo da apparire ad alcuni apologetico. Ma bastano l’immagine fantascientifica dell’uomo che si aggira in uno scafandro per evitare ogni contatto col mondo esterno e il primo piano di lei allo specchio che si dice guarita per mostrare l’aporia di ogni via di fuga solipsistica.
(emiliano morreale)

I figli degli uomini

2027, in una Terra dominata dalla violenza e dal fanatismo religioso e segnata dalla catastrofe ambientale, sembra essere scomparsa ogni speranza di sopravvivenza per l’umanità: da diciotto anni non nascono più bambini. La Gran Bretagna è divenuta l’unica speranza per migliaia di profughi clandestini, rinchiusi dal governo in campi-lager per poi essere deportati. Tutto ciò non sembra colpire più di tanto Theo (Owen), un dipendente statale con un passato da attivista, la cui vita è segnata da una cinica indifferenza attenuata soltanto dagli incontri con Jasper (Caine), un suo amico hippie ed ex militante che vive fuori Londra con la moglie malata. La situazione cambia improvvisamente quando Julian (Julianne Moore), sua ex compagna di vita e di lotta, ora a capo di un gruppo di dissidenti che si batte per i diritti dei profughi, gli chiede di procurarle i documenti di transito per una giovane immigrata di nome Kee. Il viaggio che dovrebbe portare la ragazza a incontrare gli esponenti del misterioso Progetto Umano si rivela ben presto un incubo fatto di paura e menzogne, ma nel quale sembra trovare posto anche la speranza per un futuro migliore.

Next

Cris Johnson è un illusionista di Las Vegas capace di prevedere ciò che accadrà nel futuro prossimo a pochi minuti dal suo realizzarsi. Il governo vorrebbe sfruttare le abilità dell’uomo ma Cris si sottrae al suo controllo cercando di nascondersi. Nel momento in cui un’organizzazione terroristica minaccia di far esplodere un ordigno nucleare a Los Angeles, l’agente speciale Callie Ferris tenterà in tutti i modi di trovare Cris e convincerlo ad aiutarli.

Surviving Picasso

Pablo Picasso usa le donne e poi le getta via, ma una giovane artista azzarda lo stesso una relazione con lui, sicura che questa volta sarà diverso. La McElhone al suo esordio è molto brava nella parte della “vittima” compiacente, ma è la prova carismatica di Hopkins nel ruolo dell’egocentrico artista che ne fa un film da vedere. Bisogna però essere disposti ad accettare la mancanza di accenti europei, nonché l’assenza di vere opere di Picasso.

Shelter – Identità paranormali

Julianne Moore è Cara, una psichiatra forense che scopre che un suo paziente, Jonathan Rhys Meyers, è affetto da problemi di personalità multipla. Il fatto inquietante è che tutte le personalità dell’uomo sembrano essere state vittime di brutali assassinii. Cara dovrà scoprire velocemente se si tratti di un fenomeno soprannaturale o di allucinazioni…