Un principe tutto mio

Paige Moran (Julia Stiles), studentessa del Wisconsin, sogna un futuro da medico e vorrebbe lavorare in giro per il mondo. A sconvolgere i suoi piani interviene però uno studente straniero, Eddie (Luke Mably), del quale si innamora perdutamente. Eddie, infatti, è nientemeno che l’erede al trono di Danimarca, un giovane dal futuro già deciso che arriva in America per godersi gli ultimi giorni di libertà. Paige si troverà così a dover decidere se inseguire la sua vocazione oppure rinunciare a tutto per amore del bel principe.

Hollywood, Vermont

Waterford è una tranquilla cittadina americana del Vermont. C’è la Main Street, c’è il medico condotto che ha una parola per tutti, c’è la libraia con ambizioni teatrali, c’è l’idealista, noioso e sotto sotto farabutto, fidanzato con la libraia… La tranquilla vita della tranquilla cittadina viene però momentaneamente sconvolta dalla produzione di un film hollywoodiano che, per questioni di budget, lascia il precedente set nel New Hampshire e cerca di ricrearne un altro qui. Lo sceneggiatore, esordiente e promettente, ha già pronto il copione che, però, deve adattarsi al nuovo set. Il film è ambientato nell’Ottocento. Con la stazione dei pompieri e il vecchio mulino. Ma il vecchio mulino è andato a fuoco quarant’anni prima e lo sceneggiatore deve cambiare anche il titolo del film,
The Old Mill,
il vecchio mulino. C’è l’attrice, bionda e nevrotica, che si rifiuta di mostrarsi nuda. Ma si infila nel letto dello sceneggiatore. E poi in quello del primo attore che di solito va con le ragazzine… E si becca, l’attore (Alec Baldwin), una denuncia per stupro di minorenne. C’è il regista cinico che cerca di mettere tutti d’accordo e di risparmiare e c’è il produttore che deve inserire uno sponsor (una società informatica con sito Internet) nel film dell’Ottocento…

Satira feroce del mondo del cinema, questo film di David Mamet. Ne escono simpaticamente a pezzi tutti i protagonisti, il bravo regista, la bella attrice, il cinico produttore, il fascinoso attore borioso e laido, il sindaco sciocco (e l’ancor più sciocca la moglie del sindaco), il consigliere comunale corrotto… Come dire che i cattivi non sono solo a Hollywood. Indenni da grettezze e calcoli solo la libraia e il tenero sceneggiatore paladino (con qualche tentennamento) dei buoni sentimenti. Molte le citazioni cinematografiche, un po’ facile la satira contro questo mondo amorale, sostenuta, però, da una frizzante sceneggiatura (quella vera…), battute azzeccate, trovate divertenti.

Hamlet 2000

Più di quaranta versioni cinematografiche dell’Amleto shakespeariano e ancora c‘è chi ha voglia di rivisitarlo. Hamlet di Michael Almereyda ambienta la storia fra i grattacieli di Manhattan e lo adatta all’epoca delle multinazionali: la lotta per il potere si mescola ai conflitti generazionali e al disagio di un universo giovanile upper class cresciuto con i media, il consumo, la riproduzione e il riciclaggio delle immagini.
Amleto è un regista senza grandi prospettive, sempre a disagio nelle circostanze pubbliche in cui la madre naturale (Diane Venora) e patrigno (il lynchano Kyle MacLachlan), proprietari della Denmark Corporation, fanno sfoggio del proprio potere e della propria ricchezza. Amleto si rapporta alla realtà attraverso una telecamera digitale, ha un approccio virtuale e dolente con il mondo, dialoga con gli altri e con se stesso servendosi di fotografie, estratti da film o clip delle sue videoregistrazioni. Lo spettacolo con cui Amleto smaschera i genitori assassini è un cortometraggio realizzato con frammenti eterogenei di altri film, telefilm o documentari. La celebre sequenza del monologo si svolge invece tra i corridoi gremiti di videocassette di uno dei tanti Blockbuster della Grande Mela. La crisi amletica si traduce in una vaga nostalgia paterna, che prende le mosse dalle apparizioni di un padre-fantasma (Sam Shepard) che assomiglia molto ad una delle innumerevoli immagini latenti e virtuali che popolano la solitudine del ragazzo. Al padre tradizionale, emblema di un passato imposto come un dovere che rivendica un posto nella vita interiore e nell’agire fatale di Amleto, pretendendo di essere ricordato e dunque vendicato, si contrappone la prospettiva di un futuro indecifrabile, codificato in numeri, transazioni di quote societarie e in cerimonie autopromozionali, che ad Amleto appare come una gabbia alienante. Sulla falsariga di Scream e di The Blair Witch Project , Hamlet è una metafora contemporanea di stampo giovanile sul potere delle immagini, sul tragico diniego globale e sulle conseguenze sul piano cognitivo ed esistenziale di questa pervasiva dimensione artificiale. (anton giulio mancino)

Mona Lisa Smile

Autunno 1953. Katherine Watson ottiene l’incarico di insegnante di storia dell’arte nel campus di Wellesley, nel New England. L’impatto con il prestigioso istituto non è dei migliori. Qui si formano le future mogli e madri di famiglia della borghesia americana. Le ragazze «devono» sognare l’anello di fidanzamento e non certamente l’ammissione all’università. La carriera è una prerogativa dei loro mariti. In questo clima conformista la giovane insegnante conquisterà poco a poco la fiducia delle proprie allieve, le incoraggerà a ragionare in modo indipendente e a conquistarsi spazi di autonomia. Tra le ragazze c’è Joan, in procinto di fidanzarsi e desiderosa di fare domanda d’iscrizione alla Facoltà di Legge di Yale. Giselle Levy è invece la più disinibita della classe e intreccia relazioni con uomini maturi, tra cui il professore di italiano, Bill Dunbar e il suo psicanalista sposato. Ma sarà Betty Warren, figlia di una delle più facoltose e conservatrici famiglie del paese, a dare il maggior filo da torcere alla nuova insegnante.

Mona Lisa Smile
è stato annunciato come la versione al femminile de
L’attimo fuggente
(1989). In effetti gli ingredienti che accomunano le due pellicole sono molti. Anche qui un insegnante anticonformista tenta di sovvertire le ferree regole di un istituto scolastico e si scontra con l’immobilismo della classe docente ancorata alle tradizioni. Julia Roberts come Robin Williams. Ma
Mona Lisa Smile
non commuove come
L’attimo fuggente,
che aveva più pathos, affrontava un tema delicato come quello del suicidio e scavava molto più in profondità nei drammi dei diversi personaggi.
MLS
si mantiene invece su toni più pacati, da commedia piuttosto che da film drammatico. Per metà un inno all’indipendenza delle donne e per l’altra piccolo affresco della società americana del dopoguerra. Un mondo ancora lontano dal femminismo, in cui le ragazze che si laureavano erano pochissime e la pubblicità raffigurava la donna come una perfetta massaia, accanto al tacchino o con indosso una panciera. Danneggiata da una sceneggiatura debole, la Roberts non riesce a essere trascinante come in altre passate interpretazioni e i momenti di maggior tensione emotiva sono sottolineati dagli archi della colonna sonora più che dalle battute del copione. La sensazione complessiva è quella del già visto o sentito. L’idea di fondo era interessante ed originale, occorreva però insistere di più sulle donne, il vero motore del film. I personaggi sono invece sbiaditi, poco taglienti. La colpa non è però della mediocrità degli attori ma piuttosto di quella del racconto, troppo monocorde, troppo avaro di stimoli per lo spettatore. Nessuna scena o battuta entrerà nella storia del cinema, come invece aveva fatto la celebre «oh capitano, mio capitano» de
L’attimo fuggente.
(francesco marchetti)