Monster’s Ball – L’ombra della vita

Nel Sud degli Stati Uniti, dove ancora i pregiudizi razziali sono forti, le vite di molte persone si incontrano, si scontrano e cambiano. Hank e Sonny sono padre e figlio, entrambi secondini del penitenziario di Jackson, sono addetti al braccio della morte ed è imminente l’esecuzione della condanna a morte inflitta a Lawrence. Hank (Billy Bob Thornton) odia suo figlio (Heath Ledger) perché gli ricorda la moglie, lo vede debole, non riesce a comportarsi come lui vorrebbe, come suo padre (Peter Boyle) ha preteso da lui. L’esecuzione di Lawrence li mette definitivamente in conflitto. Parallelamente la famiglia del condannato, la moglie Leticia (Halle Berry) e il figlio Tyrell, vive con angoscia quel momento. Altre tragedie colpiranno entrambi i nuclei familiari, fino a far incontrare Hank e Leticia, un incontro che cambierà entrambi, in una sorta di mutuo soccorso. Halle Berry, premiata al Festival di Berlino con l’Orso d’Argento e agli Oscar come migliore attrice protagonista, ha finalmente fatto il salto di qualità, regalando una prestazione matura e convincente. Stesso discorso per Billy Bob Thornton, quest’anno magistrale interprete di
Un uomo che non c’era
(dei fratelli Coen), ma snobbato da nomination e premi vari. Il film è forse un po’ troppo pieno di eventi drammatici e prima di arrivare al nocciolo della questione ci sono già troppi morti sul piatto. La regia ha qualche sbavatura e la fotografia non è molto azzeccata, non riuscendo a trasmettere la luce del Sud. Da antologia la scena di sesso tra i due protagonisti.
(andrea amato)

Original Sin

Un ricco mercante di caffè sudamericano (Antonio Banderas), che non crede nell’amore, decide di sposarsi con una donna inglese conosciuta per lettera. Gli si presenta una bellissima donna (Angelina Jolie) con qualche lato oscuro. Poco dopo il matrimonio scoprirà che costei è una malvivente in cerca di soldi, ma l’amore è sempre più forte. Grottesco. Non c’è altro aggettivo per descrivere un film del genere. Una sceneggiatura sciatta, curata male, stanca nella narrazione, banale in quelli che dovrebbero essere i colpi di scena. La coppia di star non riesce minimamente a risollevare le sorti del film che, minuto dopo minuto, diventa sempre più insopportabile. Qualche centimetro di nudità della Jolie non vale certo il prezzo del biglietto. (andrea amato)

Pearl Harbor

1941. Rafe McCawley e Danny Walker, amici fin dall’infanzia, hanno coronato il loro sogno di diventare piloti dell’aviazione degli Stati Uniti. Alla vigilia della partenza per l’Inghilterra, dove affiancherà i piloti della RAF che si battono contro i nazisti, Rafe s’innamora dell’infermiera Evelyn, alla quale promette di tornare sano e salvo. Ma nel corso di uno scontro aereo sui cieli della Francia, Rafe viene abbattuto. Credendolo morto, la ragazza si consola tra le braccia di Danny. Intanto, gli strateghi dell’apparato militare giapponese preparano un attacco a sorpresa al nemico statunitense. Obiettivo: le basi americane di Pearl Harbour, nelle Hawaii. Michael Bay è probabilmente uno dei registi americani più sottovalutati. Tre anni fa il suo Armageddon – un piccolo gioiello nel suo genere, talmente kitsch e ridondante da diventare sublime e commovente – venne fatto a pezzi dalla critica (in Patria, ma anche da noi), riuscendo a consolarsi (eccome!) solo con i suoi incassi da record. La storia ora si ripete, con i recensori americani pronti coi fucili spianati a far fuori il mastodontico bestione. Ma anche stavolta, il buon Bay ne esce fuori con le ossa intatte (75 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni) e un prodotto d’intrattenimento tutt’altro che disprezzabile. Anzi, per certi versi persino notevole. Il regista – e il suo fido produttore Jerry Bruckheimer, la vera mente del duo, probabilmente – riesce nella non facile impresa di coniugare lo spirito di Howard Hawks (l’amicizia virile, la dedizione alla causa, la retorica dell’eroismo; basti vedere Rivalità eroica, Brume, Avventurieri dell’aria e, soprattutto, Arcipelago in fiamme ) con l’estetica parapubblicitaria degli spot del Mulino Bianco (sembrerebbe una considerazione negativa, ma non lo è…). La critica si è lamentata dei dialoghi del film – secondo alcuni ai limiti del ridicolo – senza rendersi conto che frasi simili potrebbero venir fuori direttamente da un qualsiasi classico degli anni Quaranta, magari pronunciate da un James Stewart o un Cary Grant del caso. E, fatte le debite distanze, Pearl Harbor potrebbe addirittura essere considerato una rilettura postmoderna di quei classici tanto amati (ma evidentemente da tempo non più visti). Quanto all’estetica patinata di Michael Bay, altrove deprecabile, nel suo caso è ormai diventata una cifra stilistica, un tocco quasi autoriale, portata avanti con così ostinata convinzione da risultare incredibilmente creativa. Non tutto è calibrato alla perfezione, ovviamente, a partire dalle semplificazioni storiche, dalle sviste di sceneggiatura e dall’eccessiva durata. Eppure la storia d’amore appassiona e coinvolge, mentre sul piano puramente spettacolare i 40 minuti dell’attacco giapponese sono semplicemente straordinari, tanto da farti dimenticare di essere per buona parte frutto delle magie digitali. (andrea tagliacozzo)