Highlander – L’ultimo immortale

Nel 1536, un cavaliere scozzese rimane colpito mortalmente nello scontro con il capo di un clan rivale. Guarito miracolosamente dalle ferite, viene tacciato di stregoneria e scacciato dagli abitanti del villaggio. Qualche anno più tardi, il giovane apprende da un nobile spagnolo d’essere immortale. Tecnicamente interessante, il film è svilito da una sceneggiatura mediocre e dagli interpreti che, a parte l’inossidabile Connery, sono piuttosto statici. L’energica colonna sonora è composta dal gruppo rock dei Queen. Del film verranno realizzati due seguiti quasi inguardabili.
(andrea tagliacozzo)

Crocevia della morte

Opera umorale, piena di stile e un po’ pretenziosa, firmata dai fratelli Coen (Joel ha diretto e scritto la sceneggiatura insieme a Ethan, anche produttore). Byrne interpreta un gangster irlandese dal cuore di pietra che agisce secondo un codice etico conosciuto a lui soltanto, fedelmente devoto al re del crimine Finney. Denso e duro, all’inizio è quasi irritante, ma si fa sempre più coinvolgente man mano che l’intreccio si dispiega sinuoso. Alcuni momenti di bravura vanno a braccetto con la spettacolare fotografia di Barry Sonnenfeld. Frances McDormand, non accreditata, ha una piccola parte da segretaria.

L’uomo che non c’era

Estate 1949, Nord della California, immagini in bianco e nero e voce fuori campo. Ed (Thornton) da sempre lavora nella bottega di barbiere di suo cognato Frank, uno che parla moltissimo. Ed, invece, è molto silenzioso, fuma e basta. La sera torna a casa dalla moglie, Doris (Mcdormand), prepotente, traditrice e ambiziosa. Ed lo sa, ma lascia correre. Un giorno si imbatte in un uomo che ha la scoperta del secolo in mano, ma gli servono diecimila dollari per aprire la prima tintoria con lavaggio a secco. Ed vede uno spiraglio di miglioramento per la sua vita e così ricatta l’amante di sua moglie per farsi dare i soldi. Le cose precipitano e perde il controllo. Premiato all’ultimo Festival di Cannes per la migliore regia, L’uomo che non c’era è un gran bel film, la solita perla dei fratelli Coen. Amaro, poetico, a volte surreale, cinico, duro e ironico. Billy Bob Thornton ormai sembra inarrestabile, non sbaglia mai un ruolo e Frances Mcdormand, ritornata sotto la regia del marito Joel Coen, dopo l’Oscar conquistato per Fargo , è perfetta. Come ogni volta la fotografia di Roger Deakins è impeccabile ed emozionante e questa volta, dopo i colori caldi di Fratello dove sei? , ha interpretato bene un suggestivo bianco e nero. L’idea del film era venuta ai fratelli Coen ai tempi di Mister Hula Hoop nel 1994 e doveva essere realizzato prima di Fratello dove sei? , ma gli impegni di George Clooney hanno fatto invertire gli ordini di precedenza. I Coen, nella scrittura della sceneggiatura, si sono ispirati ai romanzi di Cain, in cui la gente normale è protagonista e dove, dietro tutta quella banalità e normalità, a volte si cela l’incredibile. (andrea amato)

Barton Fink – È successo a Hollywood

1941: un importante scrittore teatrale (Turturro) decide di recarsi a Hollywood nel per sceneggiare un film, esperienza che ben presto si tramuta in un vero inferno. Uno sguardo disincantato e dettagliato sulla Hollywood anni Quaranta, con l’inconfondibile stile dei fratelli Coen. Peccato che a un certo punto il film diventi bizzarro e grottesco, senza più riuscire a tornare sui binari giusti. Ottimo il cast, in ogni caso. Tre nomination agli Oscar.

Un eroe fatto in casa

Sciocca commediola per la quale Wayans (anche co-sceneggiatore) si trasforma in un supereroe che combatte il crimine nella grande città: ma non dispone di superpoteri, solo di alcuni fantastici gadget inventati da lui. Piacerà ai bambini di cinque anni, ma solo a quelli senza troppe pretese.