Qualcosa di personale

Una giovane donna ambiziosa va a lavorare in una stazione televisiva di Miami con un veterano del giornalismo il quale deve formarla professionalmente e incitarla a diventare una perfetta reporter. Man mano che la loro relazione sboccia entrambi realizzano che per lei si avvicina il momento di andare avanti e aspirare a qualcosa di meglio per conseguire il successo nella televisione. Questa parafrasi di È nata una stella non ha nulla di eccezionale se non la Pfeiffer che alla fine dice “Qui è Mrs. Norman Maine”, eppure tutto funziona grazie al carisma degli interpreti. Sceneggiatura di Joan Didion e John Gregory Dunne. Una nomination agli Oscar per la miglior canzone.

Il padrino – Parte III

L’ultimo episodio della saga dedicata alla famiglia mafiosa di Vito Corleone, di Francis Ford Coppola. Il padrino Mike (Al Pacino) in preda al rimorso lascia il comando al nipote (Andy Garcia) e cerca di ripulire gli affari e la coscienza con operazioni finanziarie d’accordo con il Vaticano. Molti i riferimenti ai complotti e agli intrighi degli anni Ottanta, dal finanziere Calvi a Papa Giovanni Paolo I. Forse eccessiva questa terza parte, un’autocelebrazione che svilisce i primi due capolavori. (andrea amato)

Celebrity

Branagh “diventa” Woody Allen in questa sconclusionata analisi su un nevrotico redattore di New York, con vita affettiva e carriera incasinate. Allen naviga a vista, con un cast attraente e con qualche momento divertente, ma senza granché da dire. Ripetitivo, prevedibile, falsamente moralistico nella sua disincantata acrimonia, il film finisce per essere un monumento al proprio autocompiacimento, anche se le battute divertenti non mancano. La Davis è, come sempre, incredibilmente brava. Fotografia in bianco e nero di Sven Nykvist.

Alice

A New York, Alice, una donna di mezza età, sposata e con figli, vive nel benessere, ma si sente irrealizzata. Mentre le sue ambizioni da scrittrice vengono frustrate dal marito e dall’amica Nancy, dirigente televisiva, la timida e complessata Alice, grazie all’aiuto di alcune erbe magiche, trova il coraggio di dedicarsi ad una relazione extraconiugale. Un Woody Allen in tono minore, apparentemente impeccabile nella confezione, con uno stile elegante che alla lunga finisce per diventare pura maniera. Alcune perle comiche tipiche del regista (la sequenza della festa verso la fine del film) riscattano in parte il piccolo scivolone. (andrea tagliacozzo)

Casa dolce casa?

Una coppia in procinto di sposarsi acquista una villa alla periferia di New York da una stramba signora. La casa, a dir poco malandata, ha però bisogno di una infinita serie di riparazioni. Quasi un remake de La casa dei nostri sogni di Henry C. Potter (con Cary Grant e Myrna Loy), ma senza la grazia e la classe del film originale. Parte bene, anche grazie alla simpatia degli interpreti, ma poi si perde rapidamente per strada. La fotografia del film è curata da Gordon Willis, per lungo tempo prezioso collaboratore di Woody Allen. (andrea tagliacozzo)

Body of Evidence – Il corpo del reato

Dafoe, avvocato a cui nessuno vorrebbe rivolgersi, rimane sentimentalmente coinvolto con una sua cliente (Madonna), accusata di aver ucciso un amante facoltoso durante un gioco erotico particolarmente violento. Le scene di sesso sono più scoraggianti che eccitanti. In circolazione c’è, ovviamente, anche la versione non censurata.

Stateside – Anime ribelli

L’infausta storia d’amore fra un giovane marine e una musicista schizofrenica, confinata in un ospedale psichiatrico. Anche se famiglie e amici cercano di tenere separati questi due ragazzi problematici, non sempre ci riescono. Il racconto di un rapporto strano e incoerente, con un sacco di dettagli lasciati in sospeso e slegati. Molti membri del notevole cast appaiono in bislacchi cammei. Kilmer è uno spasso nei panni dell’istruttore; apparizione non accreditata di Penny Marshall nel ruolo di un tenente. 

Homicide

Un poliziotto ebreo conduce una doppia indagine: da una parte il caso di uno spacciatore di colore, dall’altra l’inchiesta sull’assassinio di una signora ebrea titolare di un negozio nel quartiere nero. Ma la ricerca del colpevole e della vera faccia del Male porta inevitabilmente il protagonista – e lo spettatore – al fallimento delle proprie supposizioni o almeno dentro la rete di un intricato labirinto mentale, in un complotto di fronte al quale non è più possibile discernere il vero dal falso. Nulla di nuovo, a starci attenti. Da sempre è questa la tattica attraverso cui il drammaturgo David Mamet cerca di trasferire la proverbiale cattiveria e crudeltà delle sue opere teatrali nei territori della messa in scena cinematografica. Il pessimismo mametiano, quando passa al cinema, diventa infatti cronaca di un senso di paranoia, accompagnato dall’esibizione della menzogna che opprime un mondo dominato dal regime del falso. Purtroppo lo schema innanzittutto «mentale» che aveva dato vita alla perfetta trama del primo lavoro di Mamet – l’ottimo
La casa dei giochi
– comincia in
Homicide
a mostrare le prime incrinature, che rendono non del tutto convincente questo film per tanti aspetti lodevole. Problema di un cinema esageratamente «di sceneggiatura», come si suol dire. O forse, più semplicemente, problema di messa in scena di un regista troppo presto sopravvalutato, e in fondo con poche frecce da scagliare al suo arco. Al di là dei legittimi dubbi, comunque, un poliziesco da segnalare sia per la sua ambigua originalità che per l’interpretazione del protagonista, il bravo Joe Mantegna.
(michele fadda)

I tre amigos

Negli anni Venti gli abitanti di un villaggio messicano assoldano un trio di attori western, che credono abili pistoleri, per essere difesi dalle scorribande di un pericoloso bandito. I tre, convinti di dover prendere parte ad una rappresentazione, accettano con entusiasmo. Ma una volta compreso l’equivoco scappano a gambe levate. Una parodia del cinema western sostanzialmente poco riuscita, ma con alcune gag da antologia (dal cespuglio canterino al bandito messicano «che ne ha una plétora» interpretato da Alfonso Arau).
(andrea tagliacozzo)

Liberty Heights

Superata la diffidenza per la frase di lancio («Si è giovani una volta sola ma si ricorda per sempre») si rimane sorpresi, in sala, di fronte a un così affettuoso e discreto omaggio ai «Fifties».
Liberty Heights
è un quartiere di Baltimora abitato quasi solo da ebrei. È il 1954, maccartismo e razzismo impazzano, e i due fratelli Kurtzman si innamorano di due ragazze impossibili (una di colore, l’altra upper class). Levinson prova la difficile sintesi tra la nostalgia per la musica e l’oggettistica di quegli anni, il quadro dei rapporti interrazziali, il sopravvento della tv sul cinema e sul burlesque. Il dato più evidente del film è il dichiarato e insopprimibile autobiografismo, sorretto da una regia sobria e virtuosa e da un accurato lavoro scenografico; noto ai più per i suoi blockbuster (
Rain Man
), il regista infila talvolta storie più intime, di cui
Liberty Heights
sembra l’esempio migliore, ben lontano dalla sindrome
Happy Days
(c’è persino un inatteso Tom Waits nella colonna sonora).
(raffaella giancristofaro)

Le cose cambiano

Seconda prova da regista di David Mamet, dopo il felice esordio del 1987 con
La casa dei giochi
. Dietro il compenso di un’agognata barca da pesca, un anziano lustrascarpe di Chicago accetta di prendersi la colpa di un delitto che non ha commesso. Prima di entrare in prigione, il vecchio ottiene di passare un week-end di relax, vigilato da un gangster piuttosto maldestro. Mamet si dimostra ancora una volta un dialoghista di prima qualità. Joe Mantegna, protagonista del precedente (
La casa dei giochi
) e del successivo (
Homicide
) film del regista, dà come al solito un’interpretazione misurata ma intensa. Piccola particina per Luca Barbareschi.
(andrea tagliacozzo)