L’esorcista

La piccola Regan dà segni di squilibrio. Medici e psicologi non riescono a trovare una valida teoria per giustificare dei comportamenti (e dei fenomeni) sempre più violenti e inspiegabili. Quando la bimba inizia non solo a trasformarsi ma a masturbarsi con crocefissi, far rotare la propria testa e far volare oggetti per la casa, la madre decide di rivolgersi a padre Karras, un sacerdote di origini greche in piena crisi esistenziale.

Infine,
L’esorcista
è tornato. Quando ormai eravamo finalmente riusciti a dormire con la luce spenta, ci tocca ricominciare tutto daccapo. Ben ventisette anni dopo, la matrice di tutto il cinema horror moderno ci ricorda ancora di che carne e che sangue siamo fatti. I filologi del genere hanno già sezionato il film per evidenziare le differenze con il final cut voluto da Friedkin nel 1973. Basti dire la leggendaria camminata da ragno si vede finalmente (e si tratta di un vedere notevolissimo) e che qui e lì, nella prima parte, Friedkin ha spruzzato in sovrimpressione immagini di Pazuzu (il demone). Quest’ultima modifica, in realtà, indebolisce un po’ la frontalità documentaria del film prima dell’intervento di Merrin, e contribuisce a situare immediatamente la vicenda sul binario del soprannaturale rassicurando – paradossalmente – lo spettatore. Il finale, poi, è quello dell’omaggio a
Casablanca
voluto da Blatty, ma quello originale (con tutti i terrori raggrumati nei colori lividi del mattino) è meglio. Insomma, spider walk a parte, bastava rieditare il film del 1973 per convincerci che il Male esiste, lasciando questi trucchetti da riedizione a gente ormai cotta come George Lucas.

Ciò detto, il film è ancora un immenso capolavoro. Friedkin, prima ancora che progenitore dell’horror moderno, è un crudelissimo cineasta che filma l’apparente tranquillità borghese come se fosse il più inquietante degli enigmi. Basti pensare agli interni glaciali che celano un orrore indicibile, un mistero che trascende linguaggio, razionalità e cultura. Da straordinario (e sadico) moralista qual è, Friedkin erode certezze (il film si apre e si chiude nel segno di «Allah Akhbar»), situa il suo dramma del Male all’interno del mondo del cinema (e non ci sono giochetti autoreferenziali ad alleviare angosce e tensioni) e mette in scena la porosità delle difese occidentali di fronte all’irrompere del rimosso, dell’alterità.

Pazuzu (demone iracheno che Burroughs invoca, tra gli altri, in «Città della Notte Rossa», definendolo «Signore delle Febbri e delle Pestilenze») si beffa dei sacerdoti e sferra un terribile attacco alla nostra coscienza. Friedkin l’ha sempre saputo: il mondo non è un posto tranquillo dove abitare e senz’altro sottoscriverebbe l’affermazione di Swedenborg, il quale era convinto che «se gli spiriti del Male potessero sentire di essere collegati all’uomo e di essere insieme distinti da lui, e potessero entrare fisicamente nel suo corpo, cercherebbero in mille modi di distruggerlo».
(giona a. nazzaro)

La nona configurazione

In un vecchio castello, adibito dal governo degli Stati Uniti a ospedale psichiatrico, sono ricoverati alcuni ufficiali impazziti durante la guerra del Vietnam. L’arrivo del colonnello Kane sembra migliorare nettamente le cose. Anche Kane, però, deve confrontarsi con i propri demoni. William Peter Blatty, scrittore e regista, è l’autore della sceneggiatura de L’esorcista , con la quale, nel ’73, vinse un premio Oscar. Questo lavoro conferma la sua predilezione per i soggetti a tinte forti, ma anche un eccellente lavoro di scrittura. Un film atipico e inquietante, decisamente intrigante nelle atmosfere. (andrea tagliacozzo)

L’Esorcista III

L’ispettore di polizia Scott deve far luce su una serie di raccapriccianti omicidi, senza dubbio opera di un serial killer che era stato giustiziato la stessa notte in cui si era compiuto l’esorcismo del primo film. Parte bene, ma diventa sempre più assurdo e confuso fino all’autodistruzione. Esempio lampante di rattoppamento in post-produzione.