Maverick

Aggiornamento svogliato della serie televisiva degli anni Sessanta ricordata con affetto che si avvalle fortemente del fascino individuale per portare avanti una storia che si trascina troppo lenta e troppo a lungo. Gibson è divertente nei panni dell’abile baro delle carte a caccia di piatti ricchi a poker e il cast è pieno di facce familiari dal mondo dei western televisivi d’annata e della musica country contemporanea. Cercate un paio di cammei delle star dei film precedenti del regista Donner. Garner, che recitò nella vecchia serie tv, qui fa un maresciallo. Sceneggiatura di William Goldman. Panavision.

Le pagine della nostra vita

Nell’estate del 1940, nella cittadina costiera di Seabrook, nel North Carolina, arriva in vacanza Allie Hamilton (Rachel McAdams), bionda, vitale, colta e ricca. Una sera al luna park, viene avvicinata in modo rocambolesco da Noah Calhoun (Ryan Gosling), sicuro di sé, un po’ spavaldo, convincente ma povero. La scintilla è inevitabile, con tutti i potenziali e ovvi sviluppi: pregiudizi sociali, promesse non mantenute, separazione, seconda possibilità ?
Gli sviluppi della storia sono collaudati e calibrati con i giusti tempi: un’estate di passione, delicata e piena di fantasia (capire il mondo sdraiati sulla strada sotto un semaforo sarebbe una trovata anticonformista?); la famiglia di lei che si oppone e la porta via prima della fine dell’estate; lui che parte per la guerra; lei che durante la sua assenza cede alla corte di Lon, un reduce ferito, belloccio e, ovviamente, ricco. Ma è colpevole? Può aver tradito così l’amore della sua vita? Il suo primo amore, così perfetto che sembra destinato a essere per sempre? Ovviamente no, infatti la colpa è della madre, che nasconde alla figlia un anno di lettere del povero e caparbio Noah, che solo alla fine di quegli infruttuosi messaggi decide di partire per il fronte. E poi?è ammissibile che Allie ami davvero il bel Lon, rampante, bello e scontato? Ovviamente non può finire così, e quindi giù dilemmi, lacrime, il momento topico della scelta, accettazione dell’uno e la felicità dell’altro.
Il trionfo dell’ovvio, insomma, condito nel modo più classico e furbo. Paesaggi splendidi, laghi pieni di cigni, case da favola sul fiume, tramonti dorati e placidi. E loro due giovani, carini (lui molto pesce lesso, lei frizzante e dal sorriso sempreverde) e perfetti per i teenager che sognano storie di altri adolescenti che sognano l’amore perfetto (come nei telefilm di ultima generazione trasmessi da Italia 1).
Poco importa che il film sia diviso in due percorsi temporali, e il compito di narrare la storia sia affidato a un Noah anziano (James Gardner) che legge un manoscritto a un’anziana signora affetta da demenza senile interpretata da Gena Rowlands (chi può essere?). L’effetto sorpresa svanisce subito, la recitazione commuove più per l’età degli attori che per il suo convincente realismo, e i tempi e lo stile, così diversi fra i protagonisti giovani e vecchi, finisce per irritare più che segnare la distanza temporale.
Nick Cassavetes ha confezionato un prodotto oliato e «grazioso», che fa della prevedibilità il suo forte, e purtroppo il suo limite. Tratto dall’omonimo romanzo di Nicholas Sparks, discreto successo edito da Sperling&Kupfer, non si discosta di una virgola dai canoni dei film graziosi di un certo filone hollywoodiano. Il regista ha fatto di meglio in passato e, si spera, farà di meglio in futuro. (salvatore vitellino)

Twilight

Newman, per fare un favore a un suo vecchio amico (Hackman) si ritrova implicato fino al collo in una storia di omicidio e complotto, quando gli scheletri escono dall’armadio. Storia investigazione privata in vecchio stile, ambientata a Los Angeles. Newman è in ottima forma, circondato da un bel cast, ma il film non ha lampi né slancio e neppure un punto di vista originale. Benton ha co-sceneggiato con Richard Russo, ma non c’è confronto con La vita a modo mio, la loro precedente collaborazione (sempre con Newman).

Grand Prix

Durante il Gran Premio di Montecarlo, i bolidi dell’americano Pete Aron e dell’inglese Scott Stoddard finiscono fuori strada: il primo esce illeso dall’incidente, mentre l’altro resta gravemente ferito. Intanto, il campionato mondiale continua, con le sue sfide e le sue grandi emozioni. Una soap opera dai risvolti prevedibili ambientata nel mondo delle corse che riesce a sprecare un cast davvero notevole. A salvarsi sono solo le sequenze delle corse (girate in Cinerama, anche se l’effetto spettacolare sul piccolo schermo inevitabilmente si perde). Il film vinse due Oscar tecnici: per il montaggio e per il miglior suono.
(andrea tagliacozzo)

Space Cowboys

Un gruppo di ex astronauti, ormai anziani e impegnati in tutt’altri lavori, viene richiamato in servizio. Un satellite russo infatti comincia a perdere colpi. Guarda caso, è molto simile a quello costruito da James Corbin (Eastwood), attualmente un ingegnere aerospaziale. Lui accetta di tornare nello spazio, ma solo con i suoi vecchi compagni di avventura… «Time’s clocking on and I’m only getting older.» è la battuta centrale, quella che condensa tutto il senso, doloroso, di Space Cowboys , l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood che il Festival di Venezia onora con un Leone d’oro alla carriera strameritato (film, tra l’altro, accolto da un’inquietante freddezza al termine della proiezione serale per la stampa del 29 in Palagalileo…). In italiano la battuta (stando ai trailer che circolano già nelle sale) è diventata: «Ho 70 anni e il tempo vola». Che il cinema di Clint Eastwood fosse anche un appassionato studio sulle incrostazioni di tempo che si sedimentano sulle icone dell’immaginario americano è cosa che solo negli ultimi anni è saltata agli occhi anche dei più miopi. Ora non si tratta certo di reiterare la litania del «ve l’avevamo detto noi che Clint è un grande» perché Clint nel cinema contemporaneo c’è da sempre, a dispetto delle accuse di fascismo e di altre amenità del genere urlate dai poliziotti del «ideologically correct» (che fine avete fatto, bimbi?). Certo il riconoscimento a Clint nessuno ci impedisce di viverlo come una vittoria nostra, ossia di coloro che (per dirla con Tex) hanno sempre amato questa vecchia pellaccia che, dall’alto dei suoi 70, si scopre anche cantore della vecchiaia manco fosse la reincarnazione di Howard Hawks. Eastwood, frainteso frettolosamente come l’ultimo emissario della classicità americano (quasi come se questa fosse la virtù in grado di mondare gli ultimi residui di ambiguità contenutistiche che ancora aleggiano intorno al suo cinema), rappresenta semmai il vessillo problematico di una modernità conflittuale conquistata e praticata attraverso un’umiltà e un rigore formale aspro ontologicamente alieno da semplificazioni e frettolosità del tratto. Ogni film di Eastwood è stato in primo luogo la cronaca del corpo dell’attore messo in scena (anche negativamente, come nell’eccellente Mezzanotte nel giardino del Bene e del Male ) e la contemplazione del lavorio del tempo cui questo è fatalmente esposto. Space Cowboys in questo senso opera una specie di sortilegio performativo: ferma il tempo e offre al suo magnifico quartetto di eroi la possibilità, per una volta, di recuperare il tempo perduto (quasi una sorta di Proust redento dall’etica hawksiana del lavoro di squadra). Tutto il film si pone sotto questo tacito accordo: illudersi che il tempo possa essere fermato (l’utopia stessa del cinema, la mummia del tempo bloccato stando a Bazin…) e restituire il vigore a corpi ormai consunti (il cancro che divora il pancreas di Tommy Lee Jones/Hawk… ovvio: nomen omen). Il tempo del cinema eastwoodiano (e per traslazione del cinema americano) diventa inevitabilmente un tempo somatografico. Pur essendo cowboy dello spazio, il perimetro-set, il luogo narrazione del film è il corpo (e non sorprende che Eastwood/Corvin sia interrotto dagli inviati Nasa proprio durante un’effusione con la moglie: la riconversione dell’energia libidica fornisce inevitabilmente la motivazione desiderante per uscire fuori dal proprio corpo: perdersi nello spazio, rinascere …). Quasi come se fossero la segmentazione delle facoltà di un unico corpo, i quattro protagonisti si ritrovano ognuno dotato della propria specialità (ognuno estensione dei sensi ottusi dell’altro…). Ed è questo mutuo soccorso dei sensi e della carne a dire della modernità del film. Se il cinema non può fare a meno di registrare lo scorrere del tempo e quindi rivelare la finitezza dei corpi, allora non resta altro che giocare sino in fondo la carta del venir meno: ossia sedurre con la propria morte (Baudrillard) per giocare con i riflessi della finitezza dei corpi seduti in sala. Scambio di sguardi e tensioni che Space Cowboys realizza con una lucidità teorica realmente inquietante. Perché è proprio questo ciò che è in gioco: se il corpo-cinema finisce significa che il corpo-spettatore è giunto ormai nella sua fase terminale. Ciò che resta al cinema è pensare di sfuggire al suo essere tempo registrato per risognarsi corpo vergine riscattato dal tempo-durata. Ed è precisamente in questo snodo che Eastwood rivela la sua drammatica modernità: la sua lucida consapevolezza di cantore della fine come esserci perenne per la morte. Ma senza acredine alcuna: con la serenità di chi sa che la morte può essere filmata, un poco alla volta, che noi siamo già, inevitabilmente, la nostra morte… Senza per questo escludere che tutto sia già accaduto da qualche parte (dove?…) e che il cinema stesso non sia altro che il sogno del tempo di un rimbaudiano astronauta addormentato in una valle della Luna, sperduto da qualche parte nello spazio, a raccontarci una storia che comunque non ci stancheremo di ascoltare…. (giona a. nazzaro)

Victor Victoria

A Parigi, negli anni Trenta, Victoria, squattrinata cantante, finge di essere un uomo, il principe polacco Victor, per essere scritturata come attrazione in un rinomato locale notturno. Grazie all’ambiguità del personaggio il successo è immediato. Di lei (o lui) s’innamora un gangster americano. Ispirata a un film quasi omonimo realizzato in Germania nel 1933 da Reinhold Schünzel, una delle migliori commedie di Blake Edwards, praticamente perfetta in ogni reparto, a partire da un cast d’attori assolutamente straordinario (con Robert Preston e Lesley Ann Warren in grande evidenza). Numerose le gag d’antologia, la maggior parte delle quali affidate ad Alex Karras (il braccio destro del gangster interpretato da James Garner). Numerose nomination all’Oscar, una statuetta vinta per la colonna sonora.
(andrea tagliacozzo)

Quelle due

La versione più recente della pièce di Lillian Hellman è più esplicita sotto molti aspetti, tra i quali il lesbismo, rispetto all’originale La calunnia (realizzato sempre da Wyler), ma non ne ha nemmeno metà della bellezza. Manca d’impatto nonostante la MacLaine e la Hepburn nella parte delle due insegnanti, la Hopkins come zia impicciona e la Bainter nella parte della nonna assillante. Cinque nomination agli Oscar.

Sunset – Intrigo a Hollywood

Nel 1929, un importante produttore di Hollywood propone a Tom Mix d’interpretare il ruolo del mitico sceriffo Wyatt Earp e ingaggia quest’ultimo, ormai in pensione, come consulente. Per aiutare una vecchia amica dell’ex sceriffo, Tom e Wyatt si ritrovano a indagare su uno strano caso omicidio. Il soggetto è interessante, la coppia Willis-Garner è sufficientemente affiatata, ma il film è privo dell’usuale energia di Blake Edwards, spenta nella cornice nostagica del film, anche se qua e là affiorano alcuni guizzi degni del maestro della commedia. Bruce Willis aveva già lavorato con il regista in
Appuntamento al buio,
girato l’anno prima.
(andrea tagliacozzo)