I vestiti nuovi dell’imperatore

Il cinema è finzione, tutto è possibile, anche che Napoleone non sia morto a Sant’Elena.
I vestiti nuovi dell’imperatore
, infatti, racconta la «vera» storia dell’imperatore francese che, sostituito da un sosia nel suo esilio, rientra a Parigi per risalire al potere. Una serie di vicissitudini, però, complicano le cose e Napoleone, vestendo i panni di un «signor nessuno», vivrà gli ultimi anni della sua vita in maniera diversa. Strana operazione cinematografica, ben confezionata per regia, montaggio, fotografia, scenografie e costumi. Un bell’esercizio stilistico e un divertente gioco storico fatto di «se» e «ma». Il regista Alan Taylor e il produttore Uberto Pasolini tornano a lavorare insieme dai tempi di
Palookaville
, ma anche questa volta non ne esce un capolavoro.
(andrea amato)

Alta fedeltà

Rob Gordon (John Cusack) è il proprietario del Championship Vinyl, negozio di dischi vecchio stile della periferia di Chicago, frequentato da pochi maniaci collezionisti di pop music. Anche Rob e i suoi due dipendenti (Todd Louiso e Jack Black) sono maniaci collezionisti. E talmente snob da insultare chi ha la sventura di entrare a chiedere un qualsiasi cd da classifica per il compleanno della figlia. Ma non sono le classifiche a irritare il terzetto, perché è l’estemporanea compilazione di top five su qualsiasi argomento il succo delle loro infinite e strampalate conversazioni. E allora, quando Laura (Iben Hjejle) pianta Rob, a quest’ultimo non resta che compilare la «top five delle migliori canzoni per dire alle persone che ti hanno scaricato che, anche se ti hanno spezzato il cuore, non riesci a dimenticarle» e progettare di rincontrare i cinque peggiori fallimenti della propria vita sentimentale. La ricognizione non fa che confermare i presupposti di partenza non producendo alcuna maturazione, anche se porta inaspettatamente alla temporanea riconciliazione con Laura. Tratto da un fortunato romanzo di Nick Hornby (edito in Italia da Guanda), il film ambisce allo spaccato generazionale, radiografando i maschi trentenni e la loro patetica ambizione di tenere sotto controllo l’ansia dell’imprevisto attraverso deliranti mappe del proprio mondo (dischi, telefilm, squadre di calcio – o di baseball – modelli di auto, etichette di birra o ragazze). Per risultare davvero efficace, però, il film avrebbe bisogno di una dose di impietosa precisione in più. Ma attribuire una caratterizzazione sgradevole al protagonista probabilmente non rientrava nelle intenzioni di Cusack, qui anche produttore. Le battute migliori sono tutte nel romanzo, e anche la regia di Stephen Frears non riesce a dare un senso compiuto al partito preso di far recitare sguardo in macchina tutti i monologhi di Gordon. La colonna sonora segue il criterio del famigerato
drop the needle
: niente di straordinario nel rapporto con le immagini, ma il cd è da consigliare per i lunghi viaggi in macchina.
(luca mosso)

Il grande capo

Per fare il capo ci vogliono le palle. Perché il mestiere non è facile: decisioni difficili e scelte impopolari sono all’ordine del giorno. Così, c’è chi accetta il ruolo e le conseguenze dell’occupare un posto di potere; c’è chi vi si crogiola con godimento; e c’è infine chi svicola, come Ravn (Peter Ganzler), direttore di un’azienda informatica danese, che si inventa un fantomatico grande azionista, residente a Washington, su cui far ricadere le proprie responsabilità. Un escamotage che gli semplifica la vita e gli permette di manipolare più facilmente i suoi grigi impiegati, almeno fino al giorno in cui si prospetta una fusione con una ditta islandese: gli odiati cugini d’oltremare vogliono trattare solo con il grande capo, e non sentono ragioni. Ravn sarà dunque costretto a dare corpo concreto alla sua fantasia, assoldando l’attore spiantato Kristoffer (Jens Albinus) per interpretarne il ruolo. E qui inizieranno i guai…