Forrest Gump

Un ragazzo ritardato diventa adulto fluttuando nella vita — come una piuma — con solo una vaga comprensione dei tempi tumultuosi che sta vivendo. (Riesce a essere presente a virtualmente ogni fenomeno sociale popolare e politico della decade formativa dei “baby boomer”, dall’ascesa di Elvis alla caduta di Nixon). O accettate Hanks in questa parte e seguite il senso dell’umorismo stravagante e tragicomico del film, oppure no (noi no) — ma in ogni caso è un lungo viaggio, pieno di fantasie digitali che mettono Forrest Gump in un’ampia gamma di sfondi ed eventi reali. Basato sul (più satirico) romanzo di Winston Groom. Vincitore degli Oscar per miglior film, attore (Hanks), regia, montaggio, effetti speciali visivi e sceneggiatura non originale. Panavision.

Un sogno per domani

L’insegnante di scienze sociali Eugene Simonet, dal volto completamente deturpato, assegna alla sua scolaresca un tema: pensare a una cosa che non va e tentare di porvi rimedio. Il piccolo Trevor prende alla lettera Simonet e invita a casa Jerry, barbone tossicodipendente che vive in una discarica. Arlene, madre di Trevor, che prova in tutti i modi di dimenticare il vizio del bere, si precipita a scuola per far sentire le sue lamentele. In realtà il piccolo Trevor ha messo in atto una vera e propria strategia esponenziale della bontà: fare un favore e chiedere al destinatario di passarlo ad altre tre persone e così via. Per vie del tutto misteriose, tra i beneficiari di questa strategia c’è anche il giornalista Chris Chandler.

Nonostante gli arabeschi di uno script degno di una qualsiasi delle fiction Rai (con tutte le prevedibili sorprese al posto giusto in modo che non sorprendano nessuno), il terzo film di Mimi Leder conferma tutto ciò che di negativo si era intuito sul suo conto dopo
The Peacekeeper
e
Deep Impact
. La Leder è probabilmente la cineasta più genuinamente pornografica attualmente in circolazione: il modo in cui tratta emozioni e sentimenti tentando sempre di evidenziarne il plusvalore spettacolare, lo sguardo colmo di ricatti con il quale filma gli ultimi o gli svantaggiati, meriterebbero il disprezzo più feroce se tutto ciò si accompagnasse a una sorta di malafede ideologica (cosa di cui invece, a causa della propria sconvolgente banalità, pare addirittura incapace).

La Leder sembra essere infatti la prima vittima del suo mediocre sistema di pensiero. Nel suo mondo, nel quale la «bontà» è l’unica arma attraverso la quale gli umiliati e gli offesi possono dire la loro, lei – per onorarli – si inventa nel finale un dolly orribile e osceno, che pare una via di mezzo fra l’estetica del Giubileo e un matrimonio di massa del reverendo Moon (senza contare la «trucidata» della morte del povero Haley Joel Osment). Insomma: un film orribile più che detestabile, inguardabile più che pessimo.
(giona a. nazzaro)

A.I. Intelligenza artificiale

Verso la metà del Ventunesimo Secolo, la scienza della robotica ha raggiunto un livello tecnologico di perfezione quasi inimmaginabile. Il professor Hobby, scienziato della Cybertronic Manifacturing, ha progettato un nuovo prototipo di robot-bambino capace perfino di amare. Si chiama David. Il piccolo androide viene dato in custodia ai coniugi Swinton, Henry e Monica. Il loro unico figlio naturale, Martin, affetto da un male terminale, è ibernato nell’attesa si riesca a trovare una cura adatta. David ha l’ingrato compito di sostituirlo. Inizialmente scettica, la sensibile Monica finisce gradualmente per legare con il nuovo arrivato e ad affezionarsi a lui. Ma improvvisamente avviene il miracolo: Martin guarisce e torna a casa. La coesistenza dei due figli – quello naturale e quello meccanico – diventa problematica, anche perché il comportamento di Martin, infastidito dalla presenza del fratellastro meccanico, destabilizza il povero David. Quest’ultimo, messo quasi da parte, ascolta incantato la dolce Monica raccontare al figlio la favola di Pinocchio, il burattino che riuscì a diventare un vero bambino. Un giorno, senza volerlo, David mette in pericolo la vita di Martin. Henry decide quindi che è arrivato il momento di sbarazzarsi del piccolo androide. Monica, seppur a malincuore, abbandona David in una sperduta foresta, con l’unica compagnia di un Supergiocattolo, un orso robot di nome Teddy. Per David, affranto, impaurito e indifeso, inizia un lungo calvario, alla ricerca della fata turchina della favola di

Pinocchio
, l’unica in grado di trasformarlo in un vero bambino per essere finalmente amato da Monica.
Come è noto, il film, oltre che dal racconto di Brian Aldiss
Super-Toys Last All Summer Long
, è tratto da un soggetto a cui stava da tempo lavorando Stanley Kubrick (che avrebbe dovuto realizzarlo ben prima di

Eyes Wide Shut
). Se originariamente il progetto avrebbe dovuto rispettare il più possibile la visione del regista di
Full Metal Jacket
, il risultato attuale è invece al 100 per cento un film di Steven Spielberg, permeato irrimediabilmente dalla sua incredibile sensibilità, dal suo inconfondibile incedere narrativo, avvolgente, magico e sinuoso. Spielberg si conferma ancora una volta come uno dei pochi cineasti (assieme a James Cameron e Martin Scorsese) in grado di coniugare il proprio estro visionario (indimenticabili alcune inquadrature, come quella del corpo di David immobile sul fondo della piscina) con le esigenze del racconto. È facile intuire che la versione di Kubrick sarebbe stata più gelida e narrativamente frammentata, sicuramente più teorica e pungente, indubbiamente affascinante sul piano visivo, ma priva della commossa partecipazione che traspare da ogni fotogramma del film di Spielberg.
A.I.
pone in campo un problema etico (è legittimo ricorrere alla scienza per soddisfare le nostre egoistiche esigenze? Quelle di genitori, in questo caso…), ma anche un affascinante quesito: cosa contraddistingue l’essere umano dalla macchina? I sogni e la determinazione nel volerli realizzare, sembra rispondere il regista. Spielberg riesce – senza sotterfugi di sorta – nell’impresa di far provare compassione per gli esseri meccanici, visti alla stregua di derelitti ed emarginati, usati, sfruttati e poi gettati in fosse comuni (agghiaccianti le sequenze notturne della foresta, con gli androidi rabberciati che si aggirano tra le carcasse inanimate dei loro simili in cerca di pezzi di ricambio). Da brivido. Ma il tono e l’andamento, seppur inquietante, rimane quello della favola, una favola nera e tinta di morte, con un lieto fine tra i più strazianti mai realizzati sul grande schermo.
(andrea tagliacozzo)