The Aviator

Howard Hughes non poteva non colpire la fantasia di Martin Scorsese, sempre alla ricerca di «eroi» estremi, ambigui, ingordi, a metà strada tra l’imbroglio e l’intuizione, animati da buone intenzioni lastricate di nefandezze; eroi comunque del suo diorama cinematografico così passionale e referenziale.

Hughes, nato per volare, morì volando nel 1976 ma, oltre che aviatore, produttore e progettista di aerei era anche un magnate del petrolio, sicuro che qualsiasi pazza e costosa impresa avesse intrapreso, il suo petrolio l’avrebbe sostenuta. Da qui una sorta di oltraggiosa invincibilità.

Era anche un produttore cinematografico e un regista, personaggio di quella Hollywood Babilonia raccontata per epiche gesta di fortune e fallimenti, di amori effimeri ma chiacchieratissimi e di fattacci scandalosi. Finché visse, anche nell’isolamento totale degli ultimi anni, fu un protagonista di quel mondo.

Come regista lo si ricorda per aver per aver diretto e prodotti il film forse più dispendioso nella storia del cinema, “Angeli dell’inferno,” e il più sensuale per quei tempi, “Il mio corpo ti scalderà,” le cui riprese furono in realtà iniziate dal suo amico e grande regista Howard Hawks.

Intorno a questo personaggio sfaccettato di titanismo e infantilismo, di nevrosi e di ardimento, Scorsese ha costruito un film «classico», alla maniera di quel genere hollywoodiano che da sempre adora: “The Aviator” è questo, un costoso e sfarzoso divertimento, omaggio al pionierismo americano e a un’epoca che lo esaltava, nel cinema come nell’aviazione. Sono gli anni d’oro del ventennio che va dalla nascita del sonoro alla fine degli anni Quaranta ma anche il periodo che segna lo sviluppo dell’aviazione bellica e civile, di cui Hughes fu un audace propulsore.

Del resto, fin dal titolo, si capisce che Scorsese ha voluto privilegiare questo aspetto, più avventuroso e temerario, rispetto a quello del playboy e del tycoon cinematografico, pur presente soprattutto nella prima parte. Nella quale c’è tutto quel che fa mugolare di piacere i cinefili più maniacali: la censura di “Outlaw,” le notti folli del Sunset Boulevard, i club, le scazzottate, le attrici e le amanti come Jean Harlow, Katharine Hepburn, Lana Turner e quella Faith Domergue che lui lanciò soprattutto quando divenne il boss della RKO (ma il film si ferma prima) e che finì chissà come, dopo aver scritto il libro-scandalo “My Life With Howard Hughes,” nel 1972.

Poi il film si focalizza sulle imprese aviatorie, dalla costruzione di aerei giganti all’incidente di volo a Beverly Hills, dalla battaglia per la conquista di rotte transoceaniche alla causa intentatagli per truffa dal governo. Il regista segue lo schema classico e formalizzato delle vite romanzate ed «edificanti», ascesa, caduta e redenzione, e fabbrica un prodotto che funziona a meraviglia perché tutte le componenti contribuiscono alla sua riuscita: dalla sceneggiatura alle splendide scenografie (per cui Dante Ferretti e sua moglie Francesca Lo Schiavo hanno ricevuto una delle undici nomination all’Oscar assegnate a questo film), agli attori, alla musica, alle citazioni e via di seguito.

Naturalmente qualcosa va sacrificato al grande spettacolo: “The Aviator” è più avvincente che convincente, più sontuoso che profondo. La nevrosi di Hughes, per esempio, il suo lato oscuro, è tutto esteriorizzato e non per colpa di DiCaprio, interprete superbo. Sono le regole del sistema. Piccoli appunti, poche riserve per uno spettacolo tutto da godere. Si potrebbe anche prevedere un seguito, visto che il film si chiude con uno Hughes poco più che quarantenne, vincente e volante: nel 1966, disfatosi della RKO, vendute le azioni della TWA, il tycoon si rinchiuse in una penthouse suite del Desert Inn Hotel di Las Vegas e, protetto da cinque fedeli mormoni, non si fece più vedere da nessuno, fino alla morte, anch’essa piena di ombre e di dubbi e degna di un altro film.
(piero gelli)

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