Sex Is Comedy

L’ampolloso racconto semi-autobiografico di una regista (Parillaud) e dei problemi che incontra nel girare una difficile scena di sesso con due attori che si disprezzano. La Mesquida, che interpreta l’attrice, appariva in una scena simile in A mia sorella! della Breillat, da cui questo film deriva. Sconcertante e spudorato esempio di egocentrismo per la Breillat, interessante come sguardo sul processo di realizzazione di un film, che mostra come una regista dispotica e insicura tenti di controllare i suoi attori.

Sade

Sade di Benoît Jacquot non delude, risollevando una mostra iniziata in sordina. Più che un ritratto o una caratteriazzazione in stile biopic, Jacquot ha tentato di inserire la figura di Sade all’interno di un complesso scorcio d’epoca, un’epoca resa folle – o fuori dal tempo – da quello stato di eccezione che fu il terrore: inevitabile e sanguinoso corollario della rivoluzione francese. Jacquot rinuncia fin dal principio a qualsiasi nota biografica, preferendo cominciare il suo film in media res. Rinchiuso nella prigione di Saint-Lazare, Sade viene trasferito a Picpus, una casa di cura e, insieme, carcere preventivo. Siamo nel 1794. Questo l’inizio del film. Ecco quello che aggiungiamo noi, per meglio comprendere lo stesso film: nel 1794 la ghigliottina ha cominciato a far cadere le teste da circa un anno. Tra le prime a cadere, quella di Luigi XVI. Sade ha ormai una cinquantina d’anni, anche se Daniel Auteuil appare, nel film, con un aspetto molto più giovanile. Ciò che importa è che, a cinquant’anni, Sade ha già passato metà della sua vita in carcere, chiuso tra le mura di una cella. Proprio in carcere perfezionerà i suoi romanzi, i suoi dialoghi filosofici. Seconda importante questione biografica: nel 1772 Sade, accusato di aver tentato di avvelenare quattro prostitute con delle caramelle, fugge in Italia. Prima di essere imprigionato in Savoia, egli fa in tempo a percorrerla in lungo e in largo, secondo i resoconti contenuti nel volume Viaggio in Italia. A Firenze visita i locali in cui vengono costodite le cere anatomiche, soprattutto alcune Veneri botticelliane aperte sul ventre. A Napoli e in Sicilia, ammira alcune sculture che riproducono figure agonizzanti, ammassate e minate dalla peste: una visione infernale simile al futuro ammasso di corpi decollati della nobiltà transalpina. Sui ricordi fedeli e documentari di questi viaggi, egli arriverà ad inventare quella scansione macchinica di corpi che percorrono i suoi romanzi (soprattutto Justine e la storia di Juliette): stiamo parlando della bellezza e dell’orrore riuniti, plasmati dalla penna sadiana, all’interno di un universo concentrazionario, claustrale. Qui si nasconde la chiave di lettura del Sade di Jacquot. Non tanto l’approccio di un corpo verso la scrittura, quanto il meccanismo di innesco di una finzione che appare e trova luce all’interno di uno stato di eccezione, mentre il tempo si srotola dai binari, e i corpi si ammassano in fosse comuni. I compagni di sventura, rinchiusi nella stessa casa di cura (Sensible, la diafana Emilie, Augustin, il cavaliere de Coublier, Madame Santero), diventano materia, travi portanti di un romanzo infinito: quello di Sade, quello di un film fedele allo spirito del grande filosofo romanziere. Jacquot è un regista dai mille progetti. Realizza film alla velocità di Manoel de Oliveira, ma senza possedere lo stesso rigore stilistico. E infatti il film sembra figlio di questa fretta: la messa in scena ne risente, risultando non sciatta, ma priva di colpi d’ala. Con un po’ di tempo in più, questo Sade sarebbe potuto diventare più che un buon film… e più dell’incrocio tra «una rosa e una frusta», secondo le parole del suo autore. (rinaldo censi)