The wife – Vivere nell’ombra

The wife

mame cinema GLENN CLOSE PROTAGONISTA DI THE WIFE - VIVERE NELL'OMBRA evidenza
Una scena del film

Joan Castleman (Glenn Close) è The wife, cioè una moglie devota, bella e tenace. Una donna, inoltre, che ha sacrificato sogni e ambizioni per sostenere la carriera letteraria del marito, Joe (Jonathan Pryce). In più, Joan ha sempre giustificato e perdonato le numerose scappatelle di Joe, accettando di vivere in un matrimonio fatto di soli compromessi. Joe arriva a ottenere il prestigioso Premio Nobel, mentre Joan sopporta di vivere perennemente nella sua ombra. Ma a tutto c’è un limite: esasperata, la donna decide di mettere suo marito di fronte a una scelta.

Che ne sarà dei due? Dopo quarant’anni passati a sacrificare se stessa, riuscirà Joan a riscattarsi e a ricominciare da capo? E come reagirà Joe, abituato ad avere sempre la moglie accanto? Sarà davvero la fine del loro matrimonio?

The wife- Vivere nell’ombra è un viaggio toccante ed emozionante, una celebrazione della donna, dell’autodeterminazione e del riscatto. Diretto dal vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino, Björn Runge, il film è l’adattamento della sceneggiatrice Jane Anderson dell’omonimo romanzo di Meg Wolitzer ed è interpretato da Glenn Close, Jonathan Pryce, Christian Slater, Max Irons, Harry Lloyd e Annie Starke.

Glenn Close protagonista

La grande Glenn Close non poteva essere più adatta per questo ruolo. E, dopotutto, per quale ruolo non è adatta? Parliamo infatti di un’attrice talentuosa e versatile, capace di calarsi nei panni dei personaggi più diversi, candidata per ben sei volte ai premi Oscar. Storica la sua interpretazione della perfida Crudelia De Mon ne La carica dei 101 (1996), la “cattiva” Disney con cui sono cresciute intere generazioni. E come non ricordare la sua performance eccezionale in Le relazioni pericolose (1988), accanto a John Malkovich? Inoltre, ha saputo incarnare alla perfezione l’algida e religiosa Férula Trueba in La casa degli spiriti (1993), in cui è “cognata” di Meryl Streep e “sorella” di Jeremy Irons.

Insomma: Glenn Close non ha mai deluso i suoi fan. Di conseguenza, non possiamo che ammirarla di nuovo sul grande schermo, in una nuova interpretazione già definita “la migliore” dal The Hollywood Reporter.

 

Le cose che so di lei

Rodrigo García è il figlio di Gabriel García Márquez. È bene saperlo, se non altro per rispondere a una domanda che sorge spontanea: come fa un «giovane» alla sua prima prova come regista a raccogliere le firme di un cast stellare come quello che vanta
Le cose che so di lei?
Sinceramente, e fuori da ogni pregiudizio, l’unica risposta risiede nell’affermazione iniziale. Glenn Close, Cameron Diaz, Holly Hunter da sole valgono tre film con incassi sicuri al botteghino. Qui tutte insieme, ma separatamente, non riescono a tenere neanche tre cortometraggi, nonostante lo script sia, non a caso, costituito da alcuni brevi racconti intrecciati, nei quali vengono presentati i ritratti di sei donne: una ginecologa, una detective, una direttrice di banca, una cartomante, una madre single, una donna cieca, tutte alle prese con i problemi della vita moderna, nella solitudine del quartiere di San Fernando Valley a Los Angeles. Un’antologia drammatica che è cresciuta come un mostro tra le mani del povero Rodrigo. Subito dopo aver vinto nel 1999 il premio Sundance-International Filmmakers, ha ricevuto le attenzioni di Jon Avnet che, nelle vesti di produttore, gli ha proposto di realizzare il film. Per incanto è piombata l’adesione di Glenn Close, che dice di non aver resistito all’avvincente sceneggiatura di Rodrigo («A pagina 5 ho detto: lo faccio»), e a seguire quella di Holly Hunter, di Cameron Diaz e così via. Ora, sarebbe stato difficile anche per un regista navigato come Robert Altman riuscire a contenere in una pellicola la bravura di queste «corazzate» hollywoodiane: figuriamoci per un giovane alle prime armi, sebbene figlio d’arte… Il risultato non fa che dimostrarlo e a commento viene in mente il detto popolare, saggezza vera, «Dio dà il pane a chi non ha i denti». Qui in verità più che di pane si trattava di prelibate focaccine speziate, che nel «gran cesto» di questo film non hanno reso la flagranza che ci si aspettava.
(dario zonta)

Il migliore

Il giovane Roy, promessa del baseball, viene messo fuori gioco da una ragazza che gli spara cinicamente alle gambe. Diversi anni dopo, alla soglia dei trentacinque anni, l’uomo viene ingaggiato come riserva della squadra Knights. Tra lo stupore generale, lo stagionato atleta si dimostra un vero campione. Dal romanzo di Bernard Malamud, un dramma ben confezionato (bella e fin troppo patinata la fotografia di Caleb Deschanel) ma irrimediabilmente vuoto, prolisso e incline al facile sentimentalismo. Robert Redford, all’epoca quarantasettenne, era fin troppo maturo per il ruolo, ma se la cava egregiamente. Sceneggiatura di Robert Towne.
(andrea tagliacozzo)

Il mistero Von Bulow

Giudicato colpevole di tentato omicidio nei confronti della moglie, ora in coma irreversibile, il ricchissimo Claus Von Bulow ricorre in appello affidandosi al celebre avvocato Alan Dershowitz. Questi accetta l’incarico, sebbene nutra forti sospetti sull’innocenza del suo cliente. Schroeder aggira le trappole del film processuale con una struttura a mosaico notevole. Ma il merito della riuscita si deve anche alla buona sceneggiatura di Nicholas Kazan e all’apporto decisivo dei tre protagonisti: Jeremy Irons (vincitore dell’Oscar come migliore attore) su tutti, anche se Glenn Close e l’ottimo Ron Silver non gli sono da meno.
(andrea tagliacozzo)

La fortuna di Cookie

Racconto rocambolesco ambientato in una piccola cittadina del Sud, dove la morte di una donna eccentrica mette in moto una serie di eventi che porteranno alla luce la vera natura — sia generosa che avida – di vari parenti e amici. Film leggero e fantasioso è ricco di personaggi pittoreschi, è arricchito dalla splendida interpretazione di Dutton; nella commedia scritta da Anne Rapp Altman si diverte a ironizzare sulle tradizioni del Sud con colpi di scena imprevedibili e divertenti, ma anche con inutili cadute di tono. Con gli anni Altman sembra aver perso la capacità (o la voglia) di controllare tutti i personaggi dei suoi affreschi, concentrandosi solo su alcuni.

Maxie

Una flapper dei ruggenti anni Venti s’impossessa di una lavoratrice degli anni Ottanta e per di più seduce il marito! Questa fantasia da screwball comedy molto alla vecchia maniera risulta non riuscita, nonostante le buone intenzioni. Si noti fra l’altro che l’attrice che recita Maxie in un film muto autentico è Carol Lombard.

La casa degli spiriti

Epica saga sudamericana che segue la turbolenta vita di una famiglia in vista dagli anni Venti fino ai primi anni Settanta. Con premesse forti (e chiaramente scritta da qualcuno per cui l’inglese non è la prima lingua), questa storia dai mille intrecci cerca di includere il misticismo del best-seller di Isabel Allende, con risultati deludenti. La Streep è del tutto fuori ruolo, e Irons è forzato nei panni di un ispanico. La figlia di 10 anni della Streep interpreta il suo personaggio da bambina. Uscito in Europa in una versione di 145 minuti. 

Le divorce – Americane a Parigi

Un cast di tutto rispetto si trova in difficoltà in questa “comedy of manners” assai esile sulla condizione sessuale e sentimentale di un’inesperta americana a Parigi (Hudson) e della di lei sorella (Watts), incinta e abbandonata. Un sacco di complicazioni nella trama non aggiungono molto, e l’opportunità di sondare le differenze culturali fra americani e francesi va sprecata. La sceneggiatura di Ivory e Ruth Prawer Jhabvala è tratta dall’apprezzato romanzo di Diane Johnson. Panavision.

Nove vite di donna

Nove vite narrate con abile piano sequenza dal regista Rodrigo Garcia, figlio dello scrittore colombiano premio Nobel per
Cent’anni di solitudine.
Nove donne – tutte adulte, tra i 35 e i 45 anni – colte in un momento decisivo della loro esistenza. Sandra
(Elpida Carrillo),
detenuta nel carcere femminile di Los Angeles, vive il rimorso per la forzata separazione dalla figlia piccola; Diana
(Robin Wright Penn),
in attesa del primo figlio, ritrova un vecchio amore proprio quando le era parso di averlo finalmente dimenticato; Holly
(Lisa Gay Hamilton)
è

alle prese con un rapporto conflittuale irrisolto col patrigno. Lorna
(Amy Brenneman)
partecipa alle esequie della moglie del suo ex marito sordomuto, scoprendo di non essere mai stata dimenticata; Ruth
(Sissy Spacek)
ha una figlia teenager
(Amanda Seyfried)
che non sa decidersi a spiccare il volo perché non vuole abbandonare i genitori in rotta, mentre la madre, stanca di assistere il marito semiparalizzato ma ancora innamorata di lui, giunge a un passo dal tradirlo; Sonia
(Holly Hunter)
vive un contrastato rapporto di coppia e soffre quando il suo compagno rivela ad amici del suo aborto; Camille
(Kathy Baker)
scopre di non riuscire a dominare i propri istinti, morsa dalla paura mentre si trova in ospedale per l’asportazione di un seno a causa di un tumore. A nulla vale il tentativo di tranquillizzarla del marito
(Joe Mantegna);
infine Maggie
(Glenn Close)
vive sospesa tra la realtà e il ricordo lancinante della figlia morta ancora bambina.

Il film che si è aggiudicato il
Pardo d’oro
al Festival del film di Locarno 2005 è una mirabile galleria di interpretazioni femminili, colte con mano felice da Rodrigo Garcia, sensibile e abile nel fissare sullo schermo alcuni «momenti decisivi» – per mutuare un concetto caro ad Henri Cartier-Bresson – nella quotidianità al femminile. Tuttavia la quantità di vicende che il regista decide di tenere contemporaneamente in equilibrio, come uno spericolato giocoliere, è decisamente eccessivo. Troppo complicato intersecare in maniera credibile le differenti vicende le une nelle altre, come un puzzle a più livelli. Talvolta l’esercizio riesce, talaltra no. Un drastico ridimensionamento delle storie avrebbe giovato all’intreccio e alla coesione dell’opera, dandoci anche il tempo di appassionarci di più alle singole vicende, tutte comunque ben recitate. Ci si consenta però una licenza finale: che sfiga hanno le donne di Rodrigo! Non abbiamo dubbi circa la durezza della vita al femminile, ma vivaddio esistono anche le gioie. Ma in questo film non ve n’è traccia.
(enzo fragassi)

Tarzan

Esuberante ripresa Disney del classico eroe di Edgar Rice Burroughs, con messa in scena brillante, favolose canzoni (di Phil Collins) e personaggi piacevoli (soprattutto Jane, alla quale la Driver presta, nella versione originale, una voce divertente e vivace). La sceneggiatura, che riguarda un cacciatore avido e esaltato, appare troppo convenzionale e prevedibile se confrontata a tutte le innovazioni visive e alle pregevoli creazioni che la circondano. Oscar alla miglior canzone, You’ll Be in My Heart. Ha generato un sequel, uscito direttamente in homevideo, e una serie televisiva.

Le relazioni pericolose

La perfida marchesa di Montreuil usa l’ex amante, il non meno diabolico Visconte di Valmont, abile seduttore, per compiere vendette personali. La giovanissima Cecile e la sensibile Madame de Tourvel vengono irretite dal fascino del gentiluomo. Elegante versione dell’omonimo romanzo di Chordelos de Laclos (tratta dal lavoro teatrale di Christopher Hampton), sufficientemente raffinata e frizzante per accontentare sia la grande platea che i palati più difficili. Cast d’interpreti quasi perfetto in cui spiccano, in ruoli di contorno, due future star: Keanu Reeves e Uma Thurman. Il film uscì contemporaneamente a un’altra pellicola basata sullo stesso soggetto,
Valmont
di Milos Forman. Tre Oscar: a Glenn Close, migliore attrice, alle scene e ai costumi.
(andrea tagliacozzo)

Anything Else

Jerry Falk, un aspirante scrittore che tira avanti stendendo copioni per cabarettisti notturni, attraversa un grave momento di crisi. L’incapacità di imporsi è alla base dei suoi problemi e dei suoi fallimenti professionali, questi ultimi dovuti in parte al comportamento da cialtrone del suo agente, Harvey. Anche il rapporto con una nuova compagna, Amanda, inizia all’insegna della vigliacchieria e risente delle sue frustrazioni. La ragazza inoltre scarica sul neo fidanzato tutti i suoi problemi e le sue insicurezze, costringendolo a vivere con la madre Paula, alcolista e cocainomane. Un giorno Jerry incontra casualmente David Dobel, uno scrittore sessantenne che sembra aver superato le sue nevrosi. I due diventano amici e, attraverso l’aiuto e i consigli del collega più anziano, Jerry riuscirà a capire la vera causa dei suoi problemi e a prendere la vita così com’è.
Ancora una volta Woody Allen ha portato un suo film a un grande festival europeo. Dopo Hollywood Ending a Cannes, Anything Else a Venezia. Presentato fuori concorso all’apertura della Mostra, ha conquistato pubblico e critica a riprova dell’ineusaribile creatività del regista. La pellicola costituisce una svolta nelle tematiche affrontate dell’autore newyorkese. Si assiste, infatti, al chiaro tentativo di passare simbolicamente il testimone a una non ben definita prole artistica rappresentata qui da Jason Biggs (già protagonista di American Pie) e Christina Ricci. I temi tipici del regista ci sono tutti: il jazz, Manhattan, l’amore per il cinema, la paura della morte, gli analisti incapaci e le nevrosi sessuali. Questa volta però non è Allen a portarli sulla scena ma un attore di quarant’anni più giovane che rappresenta in qualche modo il suo alter ego. Il regista diventa così spettatore delle sue ansie tipiche, incarnando una figura paterna e una guida spirituale per l’inesperto ragazzo. Battute al vetriolo e citazioni colte fanno del personaggio di David una figura irresistibile intepretata da un Allen in forma smagliante. Insomma, un cambio di prospettiva che vorrebbe concentrare l’attenzione sulle dinamiche della coppia Biggs/Ricci, ma che invece accentua ancora di più le abilità e la simpatia del vecchio personaggio alleniano. Di qui, la constatazione che il tentativo di rinnovamento sia in parte fallito. Ma nulla di tutto ciò pregiudica il risultato finale. La pellicola è un evidente saggio di bravura e di stile (sequenze multiple e ammiccamenti allo spettatore compresi) soprattutto per coloro che hanno amato il filone delle commedie serie/romantiche (da Io e Annie a Manhattan). Unica nota stonata nel coro, una Christina Ricci meno energica del solito, quasi ridimensionata. La battuta più memorabile del film? «Ti masturbi? Io preferisco fare sesso. Ieri sera mi sono messo su una cosetta a tre: io, Marilyn Monroe e Sophia Loren. Credo, tra l’altro, che fosse la prima volta che le due grandi attrici apparissero insieme». (emilia de bartolomeis)

Attrazione fatale

Un procuratore di New York, felicemente sposato, ha una breve relazione con un’affascinante dirigente di una casa editrice. Quando vorrebbe troncare ogni cosa, però, la donna lo perseguita in un crescendo ossessivo, fino a minacciarne direttamente i familiari. Un thriller efficace, diretto discretamente, anche se poco originale: il grande Clint Eastwood aveva affrontato lo stesso tema sedici anni prima in
Brivido nella notte
. Sei nomination agli Oscar, ma nessuna statuetta. Finale cambiato per il mercato giapponese.
(andrea tagliacozzo)

La donna perfetta

Johanna Eberhart (Nicole Kidman) è una manager di successo. Quando la tv per la quale lavora la licenzia in seguito a un incidente, decide insieme al marito (Matthew Broderick) di lasciare la città per trasferirsi a Stepford, esclusiva località del Connecticut. La vita scorre tranquilla ma la cittadina ha qualcosa di strano, che non sfugge all’occhio attento di Johanna: le donne, tutte casalinghe, ordinate, precise ed eleganti, sembrano il prodotto dell’immaginario maschile più retrogrado. Johanna decide di indagare e, con il marito e l’amica scrittrice (Bette Midler) scopre il segreto di Stepford. Remake del film del 1975 di
Bryan Forbes
La fabbrica delle mogli.

Doppio taglio

Jack Forrester, editore di successo con ambizioni politiche, viene accusato dell’omicidio della moglie, orrendamente seviziata. A difenderlo è chiamata una brillante avvocatessa, Teddy Barnes, che dapprima sembra riluttante, ma poi, dopo aver conosciuto l’editore, accetta l’incarico. Giallo ben costruito e ricco di suspense, con un Jeff Bridges ambiguo al punto giusto. Straordinario Robert Loggia nei panni dello sboccato mentore di Glenn Close.
(andrea tagliacozzo)

La carica dei 102

Scontati tre anni di carcere a causa delle malefatte commesse nel primo episodio, Crudelia DeMon sembra essere un’altra persona. Ricondizionata dal dottor Pavlov, non odia più i cani: anzi, si è trasformata nel più strenue difensore della causa cinofila. Il problema, non previsto dall’insigne Pavlov, è che il Big Ben ha il potere di decondizionare coloro che sono stati curati con la sua terapia. Il che, considerato che i fatti si svolgono a Londra, non è proprio una cosuccia da niente… Stephen Herek, regista del capostipite, aveva suo malgrado già detto tutto a proposito dell’adattamento live action dei classici cartoon Disney: meglio lasciar perdere se non si desidera rischiare la classica «brutta figura». Kevin Lima, regista del buon
In vacanze con Pippo
e del non disprezzabile
Tarzan
, almeno sulla carta sembrava garantire qualcosa di più del pessimo Herek. Errore: anche
La carica dei 102
è una «brutta figura». Nonostante i suoi precedenti lavori si concentrassero con grande acume (e divertimento) sull’antropomorfizzazione del cartoon, non gli riesce il giochino inverso: cartoonizzare la carne (d’altronde già Bugs Bunny – in
The Bugs Bunny Movie
– citava Charlie Chaplin, il quale a proposito dei Looney Tunes affermava: «Come possiamo competere con loro? Questi non hanno bisogno di tirare il fiato!»). Probabilmente è questo il motivo per cui tutto il film è attraversato da una malsana vena grottesca, che denuncia implacabilmente il disagio del regista con la materia narrativa. La stilizzazione dei personaggi è talmente esasperata che, lungi dal favorire una deriva iperrealistica, finisce per accontentarsi della più vieta stereotipizzazione. I buoni sono irritantemente buoni, i cattivi sono banalmente sopra le righe. Il banchetto canino potrebbe benissimo essere frutto di un’indigestione di Ken Russell, ma certo non permette al film di elevarsi al di sopra delle proprie carenze.

Il finale (la classica reazione a catena ambientata in una fabbrica, tipica dei cartoon), replica di quello del film di Herek, vede Glenn Close sottoporsi a un altro terrificante tour de force di umiliazioni fisiche (con tanto di sputo canino), ma non possiede nemmeno un’oncia dell’inventiva grafica di un film sbagliato – ma se non altro energico – come
Un topolino sotto sfratto
. Senza contare che è veramente deprimente vedere Depardieu rendersi così ridicolo. Irritante poi il sopravvalutato Paolantoni che – figurarsi! – doppiando in napoletano il pappagallo Garibaldi riesce a strappare gli unici sorrisi del film (ma è pochissima roba). Chissà perché i cosiddetti produttori di «film per bambini» continuano a pensare che i bambini siano mediamente più idioti di un idiota adulto medio.
(giona a. nazzaro)

Legami di famiglia

La diciassettenne Lucy rimane incinta dell’immaturo e sprovveduto Sam. Consapevole di non poter assicurare un futuro decente al bambino che sta per nascere, la ragazza cerca una coppia disposta ad adottarlo. Film gradevole e ben confezionato che però non discosta poi molto da decine di pellicole dello stesso genere, spesso realizzate per la televisione. L’emergente Mary Stuart Masterson si metterà in luce l’anno successivo con
Pomodori verdi fritti
.
(andrea tagliacozzo)

La sicurezza degli oggetti

Jim, che ha vissuto finora solo per il suo lavoro, sgattaiola fuori di casa, quando la moglie è ancora a letto e i bambini litigano in cucina. Esther va a fare la spesa prima di prendersi cura del figlio, in coma dopo un incidente. Annette, lasciata dal marito con due figlie, litiga con la primogenita perché non può mandarla al campeggio. Ed Helen prepara la colazione a figli e marito, anche se quella vita le va stretta. Quattro famiglie, nella tipica provincia americana. La villetta con garage, il giardino (e il giardiniere), il tagliaerba, la piscina, la lavastoviglieultimomodello, i litigi con i figli, la Barbie (una trovata mirabile l’innamoramento del ragazzino per la bambola), le crisi matrimoniali, il centro commerciale, il dramma di un ragazzo sfortunato… La solita vita. Una vita normale. Quattro famiglie, attaccate alle loro cose, alla loro casetta, al lavoro, alla routine, alla sicurezza della quotidianità. Una sicurezza mandata in frantumi quando quell’incidente distrugge la vita di Paul e della sua famiglia. Ma non solo la loro…

Un bel film questo
La sicurezza degli oggetti.
Nel filone iniziato da Altman con le piccole storie incrociate di
America oggi.
E poi rivisto un po’ in
American Beauty
un po’ in
Magnolia.
Protagonista, qui, la normalità di medie famiglie americane nella media provincia statunitense. Dove la vita è scandita però da una routine che trasmette più angoscia che sicurezza, più oppressione che tranquillità, nonostante l’ironia e il sarcasmo che non mancano. Qui si intersecano le più o meno tranquille esistenze di quattro nuclei familiari uniti non solo dal fatto di essere vicini di casa ma anche da quell’incidente. Efficace l’intrecciarsi delle quattro storie solo apparentemente slegate. E bravissimi gli attori, primi fra tutti Glenn Close e Dermot Mulroney. Ma, se uscendo dal cinema avete un grosso peso sullo stomaco, non siete i soli.
(d.c.)