Sicko

Un ritratto del sistema sanitario statunitense, con le sue atroci contraddizioni e 45 milioni di cittadini privi di qualunque assistenza. A raccontarlo è il premio Oscar Michael Moore, il quale fa ricorso al suo ormai inconfondibile stile, che accosta satira di matrice televisiva a spezzoni di vita vissuta. Storie ora strazianti, ora persino umoristiche nel loro sviluppo kafkiano, si affastellano le une alle altre, fino alla “burla” finale: condurre in un ospedale di Cuba un gruppo di volontari dell’11 settembre 2001, ammalatisi in seguito all’esposizione alle macerie ma non curati in patria perché privi di assicurazione.

Fahrenheit 9/11

Un po’
Blob,
un po’
Report,
un po’
Paperissima e Striscia la notizia,
con sentori della prima
Samarcanda, Fahrenheit 9/11
ti incolla alla poltrona per due ore belle tirate, rielaborando con abilità materiali presi per lo più dalla televisione (la assai conservatrice Fox su tutte), alternati a interviste e provocazioni da Gabibbo. Non appaia blasfemo l’accostamento tra l’opera che ha vinto la Palma d’oro a Cannes e che, a tutt’oggi, rappresenta il più serio e documentato attacco alla Presidenza Usa in vista del decisivo confronto elettorale di novembre. La materia con la quale è imbastito
Fahrenheit
è quella stessa che tante volte abbiamo avuto il privilegio (raro?) di (ri)gustare nelle lunghe nottate sul terzo canale, o anche in certe azzeccate inchieste della Banda Ricci.

La tesi che Moore sposa è ormai ampiamente nota: George W. Bush riesce a farsi eleggere Presidente dell’iperpotenza Usa, a danno del candidato democratico Al Gore, per un pugno di voti contestatissimi (ottenuti forse con gli «aiutini» della potente famiglia). George è il classico «figlio di papà», indolente e non troppo sveglio, che fa carriera grazie alle amicizie altolocate dell’augusto padre. Una in particolare: quella con la dinastia saudita dei Bin Laden. Sì, proprio il clan di Osama, il mandante della strage delle Torri Gemelle. Da ciò deriverebbero una serie di colpevoli lassismi e ritardi e inciuci che hanno consentito finora all’ascetico sceicco di farla franca. E si arriva così alle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. Quest’ultima vissuta attraverso il toccante racconto di una mamma americana, una «democratica conservatrice», che dopo aver perso il figlio
marine,
si rende conto fino in fondo dell’insensatezza del conflitto e sfoga con toccante compostezza il proprio dolore di fronte alla Casa Bianca.

Non renderemmo giustizia al documento se ci attardassimo – come tuttavia hanno fatto un po’ tutti i media italiani – nella disanima dell’autorevolezza delle fonti o, all’opposto, del tasso di faziosità mostrato da Moore. Non vengono del resto svelati fatti rimasti sinora segreti, né citate fonti alle quali mai microfono umano abbia potuto attingere. La peculiarità del lavoro del
filmaker
americano sta nella perizia con la quale i diversi linguaggi sono mescolati, mantenendo una mirabile coesione che imprime forza e credibilità all’insieme. La tesi del complotto ordito per scopi personali dal clan presidenziale ai danni dell’intera umanità è percorsa senza l’ansia di convincere a tutti i costi. Moore è ben consapevole che più dell’inchiesta – svolta con perfetto stile giornalistico – sarà lo sguardo ebete e vagamente luciferino del Presidente a imprimersi nella memoria del pubblico, insieme con le scene dei corpi straziati e mutilati dei civili iracheni e dei soldati americani.

A parte la totale assenza di citazioni della presenza militare italiana in Iraq (voluta per esprimere l’inappellabile sdegno dell’autore o semplicemente omessa per carità cristiana? Si elzevireggi pure
ad libitum…),
la visione di
Fahrenheit 9/11
da parte dello spettatore europeo risulta notevolmente depotenziata. Vuoi per l’ambito marcatamente statunitense di alcuni passi della vicenda, vuoi per una scelta – forse quella che più abbiamo apprezzato – di provare a leggere la guerra e tutto il suo corollario, attraverso lo sguardo smagato e dolente degli abitanti di Flint (i
flintesi?),
il piccolo centro del Michigan dove Moore è nato e dove costantemente ritorna per verificare «sul campo» la validità delle proprie tesi generali. Così si scopre quel pezzo d’America al quale il cineasta ci sembra appartenere. Un’America
blue collar,
operaista e ferita, battuta forte della crisi industriale e dalla conseguente disoccupazione, che trova nell’adesione quasi fideistica ai valori della patria e nella pratica militare le risposte che la società civile non può e non vuole darle. Si scopre così il lato fieramente patriottico del pingue cineasta, che non esita a farsi burla di Stati come il Marocco o la Costa Rica, e che non dedica una sola parola al contesto internazionale nel quale la guerra irachena si pone. Contesto certo non esaltante ma pur sempre degno di qualche pensiero. Invece nulla.

Documentario di lotta politica ma anche di governo dell’opinione pubblica,
Fahrenheit 9/11
non ci parso per nulla il ruggito anti-globalizzazione che tanti qui in Europa hanno voluto intendere. Certo un manifesto di nuova cinematografia radical-popolare di cui alle nostre latitudini ci sarebbe tanto bisogno. Non che manchino i materiali…

(enzo fragassi)