Geremia, cane e spia

Il primo film comico della Disney ha una buona premessa fantasiosa (un ragazzo trasformato in un cane pastore per un antico incantesimo) ma una sceneggiatura fiacca. Ci sono alcune buone gag, ma non all’altezza dei successivi standard Disney. Particina per Jack Albertson nel ruolo di un reporter. Sequel: Quello strano cane… di papà e un tv movie del 1987 The Return of The Shaggy Dog. Rifatto nel 2006 e per la tv nel 1994. Esiste anche in versione colorizzata al computer.

La moglie bugiarda

Un giovane, avvocato di grande talento ma di scarso successo, ha una moglie alla quale piace raccontare bugie, inventare fandonie più o meno inverosimili. Coinvolta in modo del tutto casuale in un delitto, la donna se ne addossa la responsabilità per permettere al marito di difenderla brillantemente in tribunale. Briosa commedia, scritta da Claude Binyon e interpretata da un terzetto d’interpreti formidabile. Otto anni dopo, venne realizzato un rifacimento di questa pellicola con il titolo
Bionda fra le sbarre.
(andrea tagliacozzo)

Segretario a mezzanotte

Per sbarcare il lunario, un pittore diventa il segretario personale dell’affascinante dirigente di una agenzia pubblicitaria. L’uomo, costretto nelle occasioni mondane a presentarsi come il fidanzato della principale, finisce per innamorarsi della donna. Lei, dal canto suo, non vuole ammettere di ricambiare il sentimento del suo segretario. Una divertente commedia sofisticata con due protagonisti in grande forma e un ottimo stuolo di caratteristi (tra cui Robert Benchley). Comunque inferiori ai precedenti lavori di Mitchell Leisen sceneggiati da Billy Wilder e Charles Brackett.
(andrea tagliacozzo)

Le piogge di Ranchipur

Remake de
La grande pioggia
di Clarence Brown, da un popolare romanzo di Louis Bromfield: la travolgente storia d’amore tra una dama inglese e un giovane medico indiano. Il cast è ottimo, ma il film, forse anche a causa del soggetto eccessivamente melodrammatico, non convince.
(andrea tagliacozzo)

L’ammutinamento del Caine

Duramente provato da molti anni di guerra, il comandante di un dragamine soffre di un grave esaurimento nervoso che cerca di mascherare tiranneggiando l’equipaggio. Durante un tifone, il suo secondo si ammutina e rileva il comando della nave. Eccellente Bogart nella parte del comandante nevrotico. Buona anche la prova di Van Johnson nei panni del suo giovane secondo. Poco ispirata, invece, la regia di Edward Dmytryk, reduce dalle persecuzioni maccartiste.
(andrea tagliacozzo)

La fiamma del peccato

Una voce si snoda su un magnetofono, per raccontarci sin da subito quello che «è già stato» e che in ogni caso «doveva essere»… È la cronaca della discesa nell’abisso di un agente di assicurazioni (Fred McMurray), convinto da una donna (Barbara Stanwyck) ad uccidere il marito di lei, per riscuotere poi il denaro di un’assicurazione con «doppia indennità». In altri termini il racconto dell’attuarsi di un implacabile destino di fallimento e tradimento, nel momento in cui il piano dei due amanti diabolici viene svelato dall’investigatore della stessa compagnia di assicurazione (Edward G. Robinson), amico fraterno (e neppure tanto velato «super Io») dell’assassino… Da un racconto di James Cain, ma sceneggiato da Raymond Chandler, questa pellicola di Billy Wilder è forse quello che si potrebbe definire il film noir per eccellenza. Lo è non solo per la collaborazione tra il regista e il più grande scrittore del genere in questione, ma per il suo voler raccontare l’ineluttabile attuarsi del fato attraverso la tipica struttura a flashback, narrata da una voce in fondo «già morta» (come poi più esplicitamente nel successivo capolavoro del regista, Viale del tramonto, e in altri grandi film con «morto che parla» del cinema americano anni Quaranta, quali Lettera da una sconosciuta di Ophuls o Monsieur Verdoux di Chaplin). Lo è perché a starci attenti nessun altra ha saputo incarnare la seduzione mortale della dark lady di turno quanto la Barbara Stanwyck del film, con quelle sue labbra turgide e sempre inumidite. E lo è poi per quel disincanto e pessimismo che i film noir dell’epoca sapevano nascondere, proprio all’interno della produzione della Hollywood classica. Ma c’è un valore aggiunto a tutto questo, ed è il cinismo e l’ironia dell’autore, il marchio del grande Billy Wilder. Ne La Fiamma del peccato la seduzione del sesso e del denaro sono un tutt’uno indissolubile, ma la trappola che innesca l’abbaglio del mondo capitalistico, ci insegna sempre Wilder, si assume innanzitutto nella forma della maschera e del travestimento, attraverso la quale ogni facciata nasconde sempre il suo contrario, in un gioco impietoso. Di qui l’inconfondibile stile di Wilder, il regista capace di dirci, con falsa semplicità e magari nel camuffamento di una risata, le cose più terribili. (michele fadda)