Un uomo innocente

Due corrotti agenti della sezione narcotici di Los Angeles provocano l’ingiusta condanna di Jimmy Rainwood per un traffico di stupefacenti. Sopravvissuto alla durezza del carcere solo grazie alla protezione di un detenuto influente, l’uomo riesce ad ottenere la libertà dopo tre anni di reclusione ed è ben deciso a smascherare coloro che l’hanno incastrato. Film prevedibile, Tom Selleck, comunque, se la cava egregiamente. (andrea tagliacozzo)

Peperoni ripieni e pesci in faccia

Una coppia di mezz’età, Maria e Jeffrey, festeggiano l’onomastico di lei invitando i figli con le rispettive famiglie. Sarà un momento di confronto ma anche di forti tensioni a causa della presenza di un ex-spasimante di Maria.

Scoprendo Forrester

Jamal è un vero genius americano: campioncino di basket (e per questo ricercato da una prestigiosa high school) e promettente letterato in erba. Ma se per il pallone basta il playground sotto casa, il suo talento più autentico e segreto ha bisogno di qualcuno che lo coltivi. L’incontro fatale avviene con una personificazione del mito letterario statunitense: l’appartato e misterioso William Forrester, un po’ Salinger e un po’ Pynchon, che si incarica di impartire le indispensabili lezioni di arte-vita-arte al ragazzo traendone contemporaneamente preziosa energia vitale. C’è proprio tutto: dalla spettacolarizzazione di una professione che, come tante altre, è 95 per cento traspirazione agli stereotipi romantici del letterato, fino alle più viete sciocchezze sulla scrittura. Cos’è allora che ci impedisce di liquidare a cuor leggero questo Scoprendo Forrester ? Non la statura del suo autore, da sempre stretto fra opere d’avanguardia e film alimentari (e che comunque anche in quest’ultimo campo ha fatto decisamente di meglio: Da morire, per esempio), ma piuttosto l’importanza della domanda fondamentale del film: come impedire la devastazione del talento? Si tratta di uno degli imperativi fondamentali per gli educatori che si vogliano sottrarre all’implacabile meccanismo omologatore della scuola. Il film ha il coraggio di porlo al centro della scena con la dovuta franchezza, anche se poi tradisce le aspettative svuotando il rapporto educativo della sua più autentica componente: la passione. Probabilmente limitato nelle sue scelte da imperativi di correttezza politica e dallo statuto machista del divo Connery (anche produttore), Van Sant espunge ogni ambiguità omoerotica dal rapporto fra Jamal e Forrester, finendo per fare afflosciare il film in un mare di parole. E pensare che certi sensualissimi piani del ragazzo facevano decisamente ben sperare… Un’occasione mancata. (luca mosso)

Mimic

L’entomologa Sorvino crea un insetto incapace di riprodursi per sconfiggere un’epidemia causata dagli scarafaggi. L’invenzione funziona, ma tre anni più tardi se ne perde il controllo. Gli ibridi da lei creati riescono a riprodursi, diventano giganti e riescono addirittura ad assumere le sembianze della loro preda favorita: l’uomo. Thriller fantascientifico vivace e pauroso, diventa banale nell’ultima parte, ma fino a quel punto offre vero godimento. Tratto da un racconto di Donald A. Wollheim. Seguito da due sequel per il mercato video.

I 13 spettri

Remake solo nominale del thriller con trucco di William Castle, che vede un padre vedovo, i suoi due figli e la loro governante in una casa progettata diabolicamente, labirinto di un gigante: la quale, come se non bastasse, ospita dodici fantasmi inquieti e violenti. Né pauroso né intelligente: una scusa misera per roba da Halloween.

Scarface

Il cubano Tony Montana, sbarcato negli Stati Uniti assieme ad altri profughi, si fa rapidamente strada nell’ambiente criminale americano: prima come guardiaspalle di un boss della droga e poi, eliminato quest’ultimo, in proprio. La sua personalità psicotica finisce per provocarne il declino. Maestoso, debordante e violentissimo rifacimento del classico di Howard Hawks, diretto da un De Palma più barocco e delirante che mai. Il regista dilata i tempi della narrazione e accentua il rapporto incestuoso tra il protagonista e la sorella (interpretata da Mary Elizabeth Mastrantonio), già presente nell’originale ma ovviamente mitigato da Hawks per esigenze di censura. Straordinario Al Pacino, che sembra a tratti completamente in simbiosi con il suo personaggio. Sceneggiato da Oliver Stone (che aveva vinto l’Oscar con il copione di Fuga di mezzanotte). (andrea tagliacozzo)

Il nome della rosa

Un film quantomeno insolito, basato sul best-seller di Umberto Eco, che pone un monaco stile Sherlock Holmes (Connery) nel bel mezzo di una misteriosa abbazia italiana durante l’Inquisizione del XIII secolo. Troppo provocatorio per poterlo liquidare, troppo baracconesco per poterlo godere interamente, tenuto a galla in buona misura dalla carismatica performance di Connery.

Il mercante di pietre

Ludovico Vicedomini (Harvey Keitel) è un mercante di pietre preziose italiano, vissuto per alcuni anni in Medio Oriente e convertitosi all’Islam, fino all’ingresso in una cellula terroristica italiana di Al-Qaeda. Il suo scopo è realizzare un attentato di proporzioni devastanti nel cuore dell’Europa, sfruttando per i suoi piani una bella manager (Jane March), sposata con Alceo, un professore di storia del terrorismo che ha subito l’amputazione delle gambe in seguito all’attentato terroristico di Nairobi del 1998. Questa volta, però, il mercante di pietre si innamora della sua vittima.

I cavalieri che fecero l’impresa

Anno di grazia 1271. Luigi IX il Santo è perito durante la settima crociata e le sue spoglie, lungo la strada di ritorno per la Francia, vengono bloccate in Italia. Cinque cavalieri, scoperta l’ubicazione della presunta Sacra Sindone (a Tebe, in Grecia), decidono di recarvisi, attraversando l’intera Italia per strapparla ai traditori del Regno di Francia che la custodiscono impropriamente. E sarà per loro un’avventura fuori dal comune.
Il Medioevo di Pupi Avati è un luogo spirituale, una sorta di «posto delle fragole» tosco-emiliano, una dimensione fantastica priva di autentico spirito storiografico. E ciò nonostante I cavalieri che fecero l’impresa ostenti la consulenza storica di Franco Cardini, esattamente come per Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud veniva vantata quella di Jacques Le Goff. Gli storiografi, dietro operazioni nemmeno tanto divulgative come questa, fungono da specchietti per le allodole, mentre gli Eco (in letteratura) e gli Avati (nel cinema) non fanno che ingrossare le fila di chi coltiva e accredita un’immagine fiabesca e fantastica del Medioevo.
Fin qui nulla di male, s’intende. Ma la sensazione è che Avati, dopo aver già esplorato i sentieri medievali nell’anomalo Magnificat , non abbia trovato nemmeno ne I cavalieri che fecero l’impresa la cifra più autentica del suo universo macabro, languido e visionario, oramai appannaggio esclusivo delle sue notevoli incursioni nel fantastico orrorifico puro (quello, per intenderci, de La casa dalle finestre che ridono , di Zeder e persino de L’arcano incantatore ). Nel film convivono troppe cose: dal tocco barbaro e sanguinolento all’afflato epico ed eroico delle gesta dei protagonisti, che si vorrebbero somiglianti ai personaggi di Peckinpah. E l’ambizione autoriale non facilita certo l’amalgama. Certo, c’è un cast internazionale (e un budget all’altezza del cast), ma anche una volontà di non affrancarsi troppo da caratteri, ambienti e umori tipici della filmografia avatiana (Carlo delle Piane continua a essere la mascotte dell’autore di Una gita scolastica ). In sostanza il film manca di un disegno unitario, oscillando tra suggestioni gotiche, disinganni estremi e impeti salvifici. Di stampo, naturalmente, cattolicissimo. (anton giulio mancino)