Snatch-Lo strappo

Franky «Quattrodita» e i suoi uomini eseguono una rapina da manuale ad Anversa. Il cospicuo bottino è una partita di diamanti, tra cui una pietra di inestimabile valore destinata al boss Avi. Prima di raggiungere quest’ultimo a New York, Franky si ferma a Londra per smerciare parte dei preziosi, ma il soggiorno si rivela più pericoloso del previsto. Con il precedente
Lock & Stock-Pazzi scatenati
– un ironico crime movie sulla scia di Tarantino – l’inglese Guy Ritchie era riuscito a suscitare entusiasmi in patria e negli Stati Uniti. Entusiasmi probabilmente non giustificati, anche a giudicare da questa sua seconda fatica: una discutibile rimasticatura del primo film, realizzata con i soldi degli americani e la benedizione della sua celebre consorte, la cantante Madonna. Non sembra nemmeno privo di talento il giovanotto, ma è tanto terribilmente presuntuoso che finisce per prendersi troppo sul serio, nonostante il tono della pellicola consigli il contrario. Come se un onesto calciatore di serie A – mettiamo un Pancaro o un Tacchinardi – si credesse improvvisamente d’essere diventato Maradona. Un dribbling ogni tanto l’azzecca pure, ma poi finisce per marcarsi da solo o segnare nella propria porta.

È il caso di Guy Ritchie, che si crede Tarantino – perché scrive dialoghi arguti e mette in scena macchiette divertenti – ma, al contrario del collega d’Oltreoceano, è incapace di dare una struttura decente al suo raccontino. E non serve aggiungere di tanto in tanto inserti da videoclip per vincere la noia. Per non parlare degli stereotipi razzisti – ebrei, zingari, russi, neri e chi più ne ha più ne metta – all’insegna del politically incorrect: ma le intenzioni sono ironiche, per carità, e più che offensivo o fastidioso il nostro amico finisce solo per risultare stupido. Quasi quanto il suo film.
(andrea tagliacozzo)

Alien vs. Predator

Tentativo di attrarre i fan delle saghe di Alien e Predator con una trama che comprende una spedizione archeologica ai confini dell’universo conosciuto — un bizzarro mondo sotterraneo — e ovviamente i terribili mostri di Alien e Predator. Uno spreco di tempo. La versione “extended”, uscita solo in Dvd, è più lunga di ben un minuto! Titolo alternativo: AvP: Alien vs. Predator. 

Trainspotting

Trainspotting

Gli avveduti che hanno letto il romanzo Porno già lo sapevano: i ragazzi traviati di Trainspotting un futuro l’hanno avuto. Almeno nella fantasia di Irvine Welsh. Mettendo da parte le droghe e cercando di affiliarsi all’ipertrofica industria della pornografia, la risanatrice. Bolsi, falliti ma sempre pronti ad atti sregolati e, forse in qualche modo, geniali, sempre che si intenda geniale, e così avvicinabile alle coordinate prestate dal Perozzi in Amici miei, il gesto di follia compiuto in un pub dal più anziano del gruppo base, Begbie, nel film del 1996. Cosa è stato Trainspotting per il cinema e la società degli anni ’90? Qualcosa che ha liberato l’estetica e l’immaginario popolare, come Gioventù Bruciata negli anni ’50, Arancia Meccanica nei primi ’70 e Matrix trent’anni dopo. Una scossa di violenza e visionarietà ad agitare il torpore dei tempi.

La storia dei quattro di Trainspotting non è un elogio alla follia nichilista, ma alla dipendenza, della più forte tra le droghe comuni, l’eroina. “Provate a immaginare l’orgasmo più bello della vostra vita, moltiplicatelo per mille, e capirete cosa vuol dire farsi di eroina”. L’autodistruzione in questo film è frutto di quest’unica causa, che porta nelle vite dei personaggi che ne abusano eccessi travolgenti, rappresentati dal regista con humour feroce e un ribellismo da contestualizzare in quella tundra d’apatia che sono stati gli anni ’90 della techno, del dopo Tatcher e delle ultime avanguardie giovanili, prima dell’avvento livellatore di sua maestà Internet.

Il meglio

Ma forse i momenti migliori del film di Boyle sono i meno appariscenti. I dialoghi sulla scozzesità, i volti allucinati dei personaggi, la strabordante vitalità da loro espressa, anche se nel suo risvolto negativo. Forse l’unico alter ego made in England di Trainspotting è Naked di Mike Leigh (1993), da cui Boyle deve aver tratto qualche ispirazione. Tanto il de profundis dello scozzese è corale, quanto quello dell’inglese è macabramente individuale e capace anche per questo di lasciare lo spettatore ancora più solo con i suoi dubbi: ma questa è già un’altra storia.