Il patto dei lupi

Sud della Francia, 1764. Decine di persone vengono ferocemente uccise da un animale, forse un lupo. La popolazione è terrorizzata e il re Luigi XV vuole vederci chiaro. Il sovrano invia nella regione di Gévaudan, teatro delle uccisioni, due uomini incaricati di far luce sulla vicenda. Uno è il cavaliere Grégoire de Fronsac, l’altro è il suo amico Mani, un indiano incontrato durante un viaggio in America. Alloggiati presso un nobile, i due scopriranno che gli aristocratici della regione hanno deciso di sfruttare la paura della gente nei confronti dell’animale.

Costata 60 miliardi, l’opera seconda di Christophe Gans ne ha già incassati 52 in Francia, grazie a un mix di sangue, avventura, mistero e kung-fu. Il regista di
Crying Freeman
(1995) ha messo insieme un cast di big del cinema francese (Samuel Le Bihan, Vincent Cassel, Emilie Dequenne e Jérémie Rénier), cui ha accostato la «nostra» Monica Bellucci, moglie di Cassel e il campione di kung-fu Mark Dacascos, già protagonista di
Crying Freeman
. La storia raccontata da
Il patto dei lupi
è realmente accaduta e in Francia è molto popolare, ma il regista, a partire dalle scene di kung-fu, ha voluto evitare la strada del film storico, puntando alla realizzazione di una favola, sono parole dello stesso Gans, «per i ragazzi che leggono i manga e potranno amare un personaggio come Mani, uno che parla con i lupi ed è ancora in contatto con lo spirito della terra». È raro vedere un film d’azione ambientato nel 1764, con tanto di effetti speciali e ritmo serratissimo (il montatore è David Wu, già collaboratore di John Woo e Tsui Hark) eppure il linguaggio usato da Gans risulta convincente. Temi come il rapporto fra razionalità e superstizione avrebbero però meritato un maggiore approfondimento e a tratti i dialoghi sembrano essere stati sacrificati in favore dell’impatto spettacolare di alcune trovate. Un film godibilissimo comunque, esempio di cinema europeo senza complessi di inferiorità nei confronti delle megaproduzioni di Hollywood.

Rosetta

Rosetta vive in una roulotte con la madre alcolizzata che si prostituisce. Viene licenziata, ha degli inspiegabili dolori al ventre e anche l’amicizia disinteressata di un coetaneo le diventa insopportabile. Palma d’oro a Cannes, fortemente voluta dal presidente della giuria David Cronenberg, un’opera che a sorpresa rischia di diventare una delle opzioni fondamentali del cinema contemporaneo (oramai si dice «alla Rosetta», e il film è una pietra di paragone per molto cinema di tutto il mondo). La coppia di documentaristi belgi, già autori del bellissimo La promesse, spinge ancor più il naturalismo in direzione di sensibilità bressoniane. Rosetta ha una lucidità estetica e una potenza che ne fanno un manifesto di purezza, la pellicola ideale per chi non si è bevuto la truffa del «Dogma». Dagli sfuggenti movimenti di Rosetta sgorga il sentimento delle cose che non si vedono. Indimenticabili i luoghi, agghiacciante e sublime il non-finale; e inseparabile dal testo del film il corpo dell’attrice Emilie Dequenne. (emiliano morreale)