Mysterious Skin

All’età di otto anni Brian ha subito un incidente del quale non ricorda nulla. Da quel giorno comincia ad avere incubi frequenti, a fare la pipì a letto e a perdere spesso sangue dal naso.  Negli anni si chiude in se stesso, coltivando soltanto un interesse profondo per gli alieni. Lo ritroveremo a diciotto anni, a caccia della verità su quell’evento traumatico e inafferrabile per la sua coscienza. Anche Neil all’inizio del film ha otto anni. Viene adescato dall’allenatore della squadra di baseball e ha una relazione con lui. Col passare del tempo diverrà uno sbandato e prenderà la via della prostituzione. Anch’egli, senza saperlo, si muove alla ricerca frenetica di qualcosa.
Araki prende per i capelli lo spettatore e lo trattiene davanti a un film potente, esponendo senza risparmio le crepe e i vuoti che si sono formati nella mente di due ragazzi vittime della pedofilia. Il regista non giudica, né sembra commuoversi, semplicemente racconta. Lo interessano le vite e, ancora di più, le coscienze svuotate dei due giovani: è il loro vissuto che assume la ribalta. Allo stesso tempo ad Araki interessa colpire lo spettatore, turbarlo. Così la cifra visiva sono le soggettive e i primi piani, che collocano sempre lo spettatore nelle posizioni più inquietanti della scena e coincidono di frequente con quelle dei due protagonisti. Nella stessa direzione va anche il montaggio. Del resto il conturbante e il morboso sono sempre stati elementi propri del regista. Ma qui Araki si ferma sempre sulla soglia: sesso esplicito non se ne vede. Eppure tutto ciò che lo circonda, i preparativi, i piccoli sconfinamenti sono ben più angoscianti. Il gusto per l’estetica c’è, ma non tracima e anzi assume quasi una funzione morale. Un racconto, senza sconti, di un dramma umano.
Neil e Brian sono due ragazzi profondamente diversi. Lo erano da prima del loro incontro con l’allenatore: quando arrivano nella squadra di baseball Neil si rivela il migliore, Brian il più scarso. Le loro traiettorie seguiranno poi percorsi distanti e diversi. Neil prostituirà il suo corpo in favore di vecchi signori danarosi. Quanto alla sua mente, è stata spenta anni prima dal rapporto con l’allenatore. Così, senza rimorsi, senza affetti, senza un sensibilità, Neil può dedicarsi a coltivare quell’immagine da giovane cinico ed estremo che gli procura un fascino presso gli altri. Ma degli altri e del vero se stesso non è in grado di accorgersi. Brian, invece, prende la strada del ragazzo complessato e ripiegato e su stesso. Senza amici, la sua unica grande passione sono gli ufo e gli alieni, dai quali crede di essere stato rapito una notte di tanti anni fa. Si stabilisce un parallelismo fra due enormità: quella emotiva della violenza subita che non si riesce a interiorizzare, messa a confronto – scambiata, se si vuole – con quella cognitiva dell’esistenza degli alieni. La violenza pedofila ha per la vittima lo stesso mistero e la stessa straordinarietà surreale dello sbarco degli alieni. Ed è a questi che crede di dare la caccia l’impacciato e sessuofobo Brian.
Ma le vite dei due ragazzi, suggerisce Araki, non sono così diverse nel profondo, accomunate come sono dal trauma. E del resto entrambi sono ragazzi soli, anaffettivi e alla ricerca disperata di qualcosa. Il film assume in qualche modo un percorso circolare che bisognerà immaginare disegnato da due semicerchi che procedono insieme dopo essere partiti dallo stesso punto iniziale. Le traiettorie dei due giovani divergono, ma solo per ricongiungersi alla fine del percorso, avendo tracciato il cerchio, ma trovandosi in un punto diverso e più alto di quello di partenza: il momento doloroso e «adulto» della consapevolezza, al quale approdano rincontrandosi fisicamente e spiritualmente.
Un Araki impegnato, dunque. Estetica al servizio (ma non al giogo) dell’etica. Realizzare un film sulla pedofilia è già una scelta rischiosa, infarcirlo di scene crude rischia di diventare una provocazione. Ma il regista ha la mano ferma: rappresenta l’orrore umano senza cavalcarlo. Racconta una tragedia attraverso le vibrazioni dei suoi personaggi, colpendo lo spettatore esattamente nella misura in cui vuole farlo, senza ondeggiamenti. A questo punto lo stile visivamente potente e la sceneggiatura forte divengono dei pregi. E la possibilità di entrare, con buona credibilità, nella mente di chi ha subito qualcosa di tanto sconvolgente, diviene l’opportunità di un’esperienza rara, coinvolgente e persino morale. (stefano plateo)

Tutto quella notte

Una baby sitter riceve la chiamata di soccorso di un amica che si trova dall’altra parte della città. Non potendo abbandonare i bambini che le hanno affidato in custodia, li porta con sé, trascinandoli in una notte che non tarderà a rivelarsi avventurosa. Esordio dietro la macchina da presa del futuro regista di Mamma ho perso l’aereo , Mrs. Doubtfire e Harry Potter e la pietra filosofale con una commedia prevedibile, ma tutto sommato divertente. (andrea tagliacozzo)

Link

Un valente scienziato, aiutato da una giovane studentessa, conduce un esperimento su un gruppo di scimmie. Ma la cosa finisce per sfuggirgli di mano e gli animali diventano aggressivi e pericolosi. Horror scialbo e noioso, con ben poco di orrorifico o spaventevole. Unica nota positiva del film è la graziosa Elisabeth Shue, che in seguito si farà notare in film come
Tutto quella notte, Cocktail
e, soprattutto, in
Via da Las Vegas
. Due anni più tardi, un tema molto simile verrà sviluppato, stavolta con risultati eccellenti, da George Romero nello splendido
Monkey Shines
.
(andrea tagliacozzo)

Ritorno al futuro parte III

Marty McFly si serve della prodigiosa macchina del tempo inventata da Emmet Brown e raggiunge il 1885 allo scopo d’impedire la morte dello scienziato per mano del fuorilegge Budford Mad Dog . Una volta rintracciato Emmet, Marty vorrebbe tornare indietro assieme all’amico, ma un guasto alla macchina costringe i due a rimandare la partenza. Il film conclude felicemente la serie con una ironica e divertentissima rilettura dei film western: giunto nella Hill Valley del passato, infatti, Michael J. Fox adotta il nome di Clint Eastwood. Meno perfetto degli episodi precedenti (la sceneggiatura fa un po’ di confusione con i legami di parentela, facendo interpretare la nonna paterna del protagonista alla stessa attrice che in precedenza dava il volto alla madre di Marty, ovvero Lea Thompson), ma non per questo meno divertente. Girato contemporaneamente al secondo capitolo. (andrea tagliacozzo)

Bolle di sapone

Un produttore televisivo è soggiogato da un’attricetta fatalona che lo vuole convincere a far fuori la vecchia protagonista di una soap-opera.

Tra gelosie, invidie, scemenze e assurdità, un ritratto pungente e tutt’altro che stupido del mondo della finzione televisiva. A un certo punto gli intrecci della vita «reale» (figlie nascoste, vecchie amanti segrete, nodi di passioni) superano quelli immaginari. Ben scritto e ben recitato, dal ritmo sostenuto, è un film che – pur non aggiungendo molto di nuovo rispetto alle vecchie pellicole su Hollywood – possiede una sua gradevolezza che ne fa il degno figlio di una grande tradizione brillante. L’autoironica Sally Field, Kevin Kline o Whoopi Goldberg non hanno nulla da invidiare ai comedians del passato. Anche se, come tutti i film sulla volgarità dei media, anche
Bolle di sapone
finisce per essere un po’ troppo autoreferenziale.
(emiliano morreale)

Harry a pezzi

Uno scrittore usa la sua vita come materia prima per il suo lavoro, facendo infuriare amici, parenti e amanti. Una introspezione insolitamente sincera (e salace) da parte di Allen, che include i suoi vari incontri così come le incarnazioni delle sue fantasie. Gli spettatori neutrali potrebbero ritenerlo decisamente indulgente, ma i fan di Allen lo troveranno intrigante e davvero divertente. Nessuno riesce a scrivere dialoghi più divertenti, o a tenere vivo il senso dell’umorismo ebraico con tanta efficacia. Sulla falsariga di Il posto delle fragole, una commedia programmaticamente spregevole, scritta e girata in forma di diario analitico, in cui Allen si “decostruisce” beffardamente utilizzando tutto ciò che è stato detto di lui ai tempi della separazione con la Farrow.

Il mio sogno più grande

Gracie, una ragazzina di 15 anni che vive nel New Jersey, è l’unica femmina in una famiglia di tre figli maschi. La passione collettiva che anima la casa è il calcio, che i tre ragazzi e il padre, ex calciatore, praticano assiduamente. In particolare Johnny, il fratello maggiore e nume tutelare di Gracie, è attaccante nella squadra locale.

Quando quest’ultimo muore in seguito a un incidente automobilistico Gracie, contro tutto e tutti, vuole prendere il suo posto nella squadra per realizzarne il grande sogno: segnare il goal decisivo.

Dreamer – La strada per la Vittoria

Un ex fantino (Russell) datosi all’allevamento di cavalli da corsa, decide di acquistare e tenere con sé uno splendido purosangue che purtroppo si è infortunato gravemente e di cui il proprietario vuole disfarsi. L’uomo desidera segretamente che lo splendido esemplare – una femmina di nome Soñador, detta anche Sonya – possa un giorno tornare a correre e vincere. Perciò, si mette al lavoro aiutato dalla figlia Cale (Fanning) e dal padre Pop (Kristofferson). La storia è ispirata a un fatto realmente

L’uomo senza ombra

Dopo John Carpenter, anche Paul Verhoeven si cimenta con un remake libero del classico di James Whale, L’uomo invisibile . Stavolta il regista olandese ha buon gioco nel far slittare sul piano erotico l’intero plot del film originale, finendo nuovamente dalle parti di Basic Instinct : non a caso il brillante scienziato Sebastian Caine (Kevin Bacon), appena sperimentato su se stesso il siero dell’invisibilità, sembra interessato a sfruttarlo esclusivamente in chiave sessuale, riuscendo così a palpeggiare, spiare o violentare tutti i personaggi femminili che lo circondano (dall’ex compagna Elisabeth Shue a un’avvenente vicina di casa).
Anche se non vengono taciute le componenti filosofiche della vicenda (l’Uomo Invisibile, incarnazione aggiornata e yuppie del «dottore pazzo», si sente investito da un’onnipotenza divina e traduce l’invisibilità in liberazione dai vincoli della morale comune), il film è in realtà un chiaro esempio di rilettura postmoderna di un modello collaudato: molto debitore, in questo, nei confronti de La mosca , il rifacimento cronenberghiano de L’esperimento del dottor K . Le cose migliori vengono dagli effetti speciali che, soprattutto nella prima parte, offrono una lezione aperta di anatomia. Poi L’uomo senza ombra si trasforma in un vero e proprio psycho-thriller alla Venerdì 13, con tanto di maniaco omicida mascherato, consentendo a Verhoeven di dare libero sfogo a quella passione per la violenza esplicita che costituisce uno dei tratti maggiormente riconoscibili del suo cinema. (anton giulio mancino)

Karate Kid: per vincere domani

Un adolescente, orfano di padre, si trasferisce in California, dove all’inizio non trova vita facile. Durante una rissa con una banda di giovani, interviene in suo favore un anziano maestro di arti marziali che, uno dopo l’altro, sgomina gli aggressori a colpi di karatè. Dal regista di
Rocky
, John G. Avildsen, un film che segue fedelmente la formula della pellicola che ha portato al successo Sylvester Stallone, mixata per l’occasione con la struttura portante dei film di arti marziali di Hong Kong (all’epoca poco visti in Occidente) incentrati sul rapporto tra maestro e allievo (uno per tutti,
Drunken Master
con Jackie Chan). Il risultato è prevedibile, ma tutto sommato piacevole. Inutile dire che il film ha fatto furore al botteghino.
(andrea tagliacozzo)

Per vincere domani

Un teenager è attaccato dai alcuni bulletti fino a quando un improbabile mentore, il maestro Han. dal regista del primo Rocky, un’altra storia dello stesso tenore ma permeata di saggezza orientale, con due protagonisti decisamente simpatici. Negli Usa ebbe un successo travolgente che spinse alla realizzazione di tre seguiti.