Uno sconosciuto alla porta

A San Francisco, i giovani conviventi Patty e Drake affittano uno degli appartamenti della loro nuova casa a un individuo dall’aria misteriosa, Carter Hayes. L’uomo, uno psicopatico, si diverte a rendere la vita dei due un vero inferno. Ogni tentativo da parte della coppia di cacciarlo fallisce miseramente. Thriller non originalissimo, ma condotto con grande mestiere dal veterano John Schlesinger. Efficace Michael Keaton nel ruolo del “cattivo”, anche se a volte si ha quasi l’impressione che stia facendo il verso a Jack Nicholson. Tra gli interpreti compare, non accreditata, Beverly D’Angelo.
(andrea tagliacozzo)

Levity

Manual Jordan esce di prigione. Ha scontato diciannove anni per avere ucciso in gioventù un ragazzo, Abner Easley era un giovane studente che lavorava come commesso nel negozio che Manual e altri due suoi compari volevano rapinare. Da allora il commesso è diventato una presenza costante nella sua vita. Ora che è uscito dal carcere, Manual si trova faccia a faccia con il passato. Entra in contatto con la sorella della sua vittima, cerca di instaurare un rapporto con lei senza svelare la sua identità. Intanto lavora come custode presso un centro sociale gestito dal pastore Miles…

Può un uomo che ha commesso il più atroce dei crimini riabilitarsi con la società e con se stesso? Questo l’interrogativo che il film sembra porre. Una storia sulla redenzione dei peccati che si mette dalla parte di Caino, analizzando il suo percorso. Una strada lunga per chi si trascina il peso del rimorso. Il protagonista non può tornare indietro nel tempo ma può aiutare gli altri a non commettere i suoi stessi errori. La pellicola porta a galla anche il problema della rieducazione del criminale: Caino può essere più utile se gli viene permesso di aiutare il suo prossimo. Dal macrocosmo della società, che deve essere protetta e rassicurata, l’obiettivo si sposta sul microcosmo della singola vita umana, che deve essere recuperata, sulla pecorella smarrita che deve essere ritrovata. Dal punto di vista tecnico,
Levity
è un film di istantanee con una bella fotografia. Diciannove anni di prigione sono angoli, muri, soffitti, uno spazio troppo piccolo per un ricordo in movimento. La lentezza è palpabile. Billy Bob Thornton offre il suo viso, le sue espressioni, i suoi capelli lunghi e grigi. E tutto questo basta. Il carcere limita i suoi movimenti e appesantisce i suoi muscoli. La leggerezza diventa un bene inestimabile, l’oro per l’anima e il corpo. In questo senso Thornton ci fornisce un’altra grande prova recitativa. Il regista non riesce però a evitare un finale scontato e il film perde quota in dirittura d’arrivo anche perché vengono un po’ sprecate le potenzialità di personaggi come il pastore Miles (Morgan Freman), lasciando un po’ d’amaro in bocca allo spettatore.
(francesco marchetti)

Due vite in gioco

Terry, un ex giocatore di football americano, viene spedito dal presunto amico Jake nell’America centrale con il compito di ritrovare la giovane Jessie, sua amante, fuggita dopo avergli sottratto cinquantamila dollari. L’uomo riesce a rintracciare la ragazza, ma fa anche il grosso sbaglio d’innamorarsene. Inutile remake de
Le catene della colpa
, splendido noir diretto nel 1947 da Jacques Tourner e interpretato da Robert Mitchum, Kirk Douglas e Jane Greer (che qui è invece la madre della protagonista). Il cast tecnico e artistico è di tutto rispetto, ma il confronto con l’originale è assolutamente improponibile. Celebre la canzone
Against
all Odds di Phil Collins che fa da leitmotiv al film.
(andrea tagliacozzo)