In barca a vela contromano

Massimo ha i legamenti crociati da risistemare. Si fa ricoverare nel reparto di ortopedia di un ospedale romano. L’impatto è duro: Carlo l’infermiere fa il ducetto, Gigi, il vicino di letto da quattro anni in ospedale lo angoscia con racconti del terrore su medici, malati e infermieri, Wanda, la caposala, non disdegna né un medico, né un paziente… Massimo, in realtà, è un laureato in Medicina disoccupato. Il suo amico Cupreo, l’ortopedico che ha fatto carriera sposando la figlia del primario, vuole che smascheri per conto della direzione sanitaria una truffa. Carlo, Gigi e Wanda, nel giro di sei mesi, hanno «venduto» 22 letti ad altrettanti malati in lista d’attesa. Spaventando con i loro racconti i malati in procinto di essere operati, li inducevano a dimettersi e a lasciare il posto a qualcun altro. Ma non sono gli unici personaggi disonesti del reparto. Anzi…

Stefano Reali, al suo secondo film, ha tratto l’idea per questa denuncia di malasanità e meschinerie da un episodio che gli accade qualche anno fa. Ne aveva già tratto una piéce teatrale, Operazione. Gradevolissima commedia, che in realtà commedia non è. Perché si ride, è vero, grazie a dialoghi serrati e divertenti, ma di fondo spiccano amarezza e dolore. E poi i rapporti umani. Il paziente e l’infermiere. Il paziente e la caposala. La caposala e il medico. Il giovane medico e il primario… Ritratto dolceamaro (molto veritiero) della vita in corsia, un po’ come metafora di quello che sta fuori dall’ospedale. Proprio bravo, oltre che simpatico, Valerio Mastandrea ingenuo (ma non del tutto perché anche lui fa il doppio gioco) ma fondamentalmente onesto. Che deve vedersela con un altrettanto bravo Antonio Catania, nei panni di un malato «allettato» da anni, presunto capo della gang, che vive in carrozzella senza lacrimosità né caricature scontate. Buono il cast con bravi caratteristi, ottime le battute, forse qualche giravolta di troppo nella sceneggiatura cui ha messo la penna anche Diego Abatantuono.

Storia di ragazzi e di ragazze

Nel 1936, a Porretta Terme, si festeggia il fidanzamento della figlia di piccoli proprietari terrieri con un giovane borghese di Bologna. In un’atmosfera festosa i numerosi invitati manifestano i reciproci sentimenti e le loro vicende personali. Tipico prodotto del periodo intimista di Pupi Avati: indubbiamente ben confezionato e con un cast di tutto rispetto, ma quasi stucchevole nel suo calligrafismo minimale. Nastro d’argento 1990 ad Avati per la miglior regia. (andrea tagliacozzo)