Pazzi in Alabama

Racconto picaresco ambientato nel sud degli Stati Uniti attorno alla metà degli anni Sessanta: la Griffith, maltrattata dal marito, lo decapita e abbandona i suoi sette figli per andare a Hollywood a cercare fortuna e successo, portandosi dietro la testa del maritino in una cappelliera. Nel frattempo la sua nipotina si troverà a dover fronteggiare il razzismo. Questo film non riesce a tenere insieme le due storie parallele ma cattura la nostra curiosità. Lodevole debutto alla regia di Banderas, con la moglie perfetta per la sua parte. Super 35.

Extreme Measures – Soluzioni estreme

Un medico del pronto soccorso fiuta qualcosa di losco dopo che un morto scompare misteriosamente dai registri dell’ospedale. Questo thriller su una cospirazione medica inizia piuttosto bene, ma poi scade nell’ovvio e nel superficiale. Grant interpreta qui una delle sue parti migliori nelle vesti di uno zelante dottore; la sua ragazza dell’epoca, Elizabeth Hurley, ha prodotto la pellicola. Il regista David Cronenberg è l’avvocato dell’ospedale. 

Contact

Una donna ha dedicato tutta la sua vita a studiare le stelle, poiché convinta che ci possa essere qualche altra forma di vita; verrà ostacolata dal suo superiore alla National Science Foundation, e isolata finché non riceverà un messaggio dallo spazio. Sceneggiatura decisamente commovente che ci trasporta nell’ossessione della Foster e ci permette di condividere la sua odissea nello spazio sconosciuto. Questo film, appassionato e intelligente, suscita meraviglia e stupore, che compensano così la lunghezza eccessiva e un finale artificiale. La Foster è semplicemente sensazionale. Tratto da un romanzo di Carl Sagan. Panavision.

Ore disperate

Rifacimento, con alcuni variazioni, del classico diretto da William Wyler nel ’55. Mickey Rourke e Anthony Hopkins interpretano i ruoli che furono a suo tempo di Humphrey Bogart e Fredric March. Un evaso e due complici si rifugiano nella casa di uno stimato professionista prendendo in ostaggio l’intera famiglia. Le intuizioni straordinarie di regia non sono poche, anche se il film, complice una sceneggiatura piuttosto prevedibile, non convince fino in fondo. Bravi gli interpreti, compreso un Mickey Rourke insolitamente misurato. (andrea tagliacozzo)

Solo due ore

Il detective di mezz’età Jack Mosley non se la passa bene. Una gamba malandata e una dipendenza dall’alcool lo hanno fiaccato nello spirito e nell’aspetto. Con addosso ancora i postumi di una sbornia, sta per tornare finalmente a casa a fine turno ma, suo malgrado, viene incaricato di scortare un testimone in tribunale, entro e non oltre le 10, a sedici isolati dal Distretto in cui si trova. Sono le 8.02 e in una ventina di minuti dovrebbe cavarsela. Ma Jack ignora che Eddie Bunker, il teste affidato alla sua custodia, deve deporre contro un altro poliziotto, il quale non ha nessuna intenzione di far arrivare l’uomo vivo davanti al Gran Giurì. 

Dancer in the Dark

Nanni Moretti avrebbe voluto realizzare un «musical su un pasticcere trotzkista nell’Italia conformista degli anni Cinquanta». Lars von Trier fa di meglio: un musical su una metalmeccanica dell’est (comunista?) quasi cieca, in un’America artificiale, fasulla e comunque razzista. Con gusto diabolico infila Catherine Deneuve in fabbrica, infagottandola come un’algida befana. Filma ridicole evoluzioni «musical» tra tribunali, rotaie, fabbriche, in una escalation che trova il suo apice lungo i centosette passi che dividono un essere umano dalla forca. Effettivamente gli manca solo la pasticceria.

Ci chiediamo cosa ci sia di attraente in un film che sembra l’incrocio tra i musicarelli della Caselli e
L’ultima neve di primavera
, anche se (ben inteso) realizzato mille volte meglio. A detrimento di ogni «dogma», l’abilità di von Trier nel manipolare a piacimento le immagini ha dell’incredibile. La sequenza dell’assassinio del poliziotto – interminabile, lacerante, disumana – è lì a dimostrarlo: si tratta di un vero pezzo di bravura. Proprio questo fa problema. L’idea è che Lars von Trier stia giocando sporco. Con il digitale e le cento camere utilizzate nella scena del treno, con l’idea di girare a caso, con la storia del Dogma e del voto di castità, ci sta prendendo in giro. Il più è accorgersene. Nessun film è più controllato di
Dancer in the Dark
. Nei momenti chiave le inquadrature sono precise al millimetro. Spingono sull’emozione fino alla crisi di pianto. È facile immaginare il numero di spettatori che usciranno dalla sala con i fazzoletti in mano, cercando di asciugare le lacrime. E invece bisogna avere il coraggio di restare lucidi, per scoprire il bluff (vedi il ritratto di Lars von Trier di Alberto Pezzotta).

In più – come Spielberg, come Cameron, come Greenaway – Lars von Trier fa parte di quella stirpe di cineasti che Serge Daney considererebbe
promautori
: «Siccome il promautore realizza spesso i suoi film, non gli tocca più il compito di impersonare il ruolo del pubblico e del denaro di fronte all’autore. Conosce perfettamente ciò che vi inserirà» (Serge Daney, «L’exercice à été profitable, Monsieur», Paris, P.O.L., 1993). Come Kubrick, Lars von Trier è una macchina. Ma se Kubrick sapeva di dover restare (come ogni buona macchina) necessariamente distante da ciò che filmava, lasciando allo spettatore lo spazio dialettico per confrontarsi con le immagini, al contrario il danese – con la freddezza di un sadico killer travestito da anima bella – dirige e manipola lo sguardo dello spettatore fin dove gli fa più comodo, spingendo l’acceleratore verso un disgustoso patetismo. Siamo convinti che, al montaggio, egli avesse già ben chiaro il punto esatto in cui lo spettatore avrebbe allungato la mano in tasca, per cercare il fazzoletto.

«E qui parte l’applauso», affermava sicuro di sé Nando Moriconi (alias Santy Bailon) in
Un americano a Roma
, dopo il passo di tip tap. «E qui parte la lacrima», avrà pensato Lars von Trier. Davanti a
Dancer in the Dark
, voi comportatevi come lo spettatore «romanaccio» nella platea del teatro di periferia. Non fatevi fregare, fate partire una pernacchia.
(rinaldo censi)

The rock

Storia d’azione e suspense esagerata, roboante e spesso stupida su un generale dei Marines scontento che occupa Alcatraz, minacciando di cancellare San Francisco dalla faccia della terra con un gas velenoso di ultima generazione. Al che intervengono un biochimico dell’Fbi (Cage) e un agente britannico a lungo incarcerato (Connery) — l’unico uomo che sia mai riuscito a evadere da Alcatraz — per guidare una squadra di salvataggio sull’isola. Un sacco di movimentate scene d’azione e distruzione, e altrettante forzature e buchi nella storia. David Marshall Grant compare non accreditato. Una nomination agli Oscar.

Dreamer – La strada per la Vittoria

Un ex fantino (Russell) datosi all’allevamento di cavalli da corsa, decide di acquistare e tenere con sé uno splendido purosangue che purtroppo si è infortunato gravemente e di cui il proprietario vuole disfarsi. L’uomo desidera segretamente che lo splendido esemplare – una femmina di nome Soñador, detta anche Sonya – possa un giorno tornare a correre e vincere. Perciò, si mette al lavoro aiutato dalla figlia Cale (Fanning) e dal padre Pop (Kristofferson). La storia è ispirata a un fatto realmente

Il miglio verde

Un vecchio ricorda l’avvenimento che cambiò la sua vita, nel 1935, quando era supervisore nel Braccio della Morte in una prigione dello stato del Louisiana e incontrò un gigante buono di colore (interpretato in modo toccante da Duncan) con un dono insolito. Questa ben fatta pellicola ha i suoi bei momenti, ma sono tirati senza motivo nell’arco di più di tre ore… e il concetto di fondo non è facile da prendere per vero. Le ripetute scene di esecuzioni sono dure da digerire. Tratto dal best-seller di Stephen King.

Rapimento e riscatto

Peter Bowman è un ingegnere americano che lavora per una potente compagnia petrolifera sull’orlo del baratro a Tecala, un piccolo Paese del Sudamerica sconvolto dalla guerriglia. Incaricato di costruire una diga che in realtà serve da apripista per i progetti della compagnia, non si rende conto di essere una pedina nelle mani dei suoi padroni. Quando Bowman scopre la verità tenta in tutti i modi di far cambiare idea ai suoi superiori, ma viene sequestrato dagli uomini dell’E.L.T. Per liberarlo viene ingaggiato Terry Thorne, negoziatore specializzato in rapimenti e riscatti… Non si può certo affermare che Taylor Hackford sia un’aquila. Ha sì qualche buon film al suo attivo (
Ufficiale e gentiluomo, L’avvocato del diavolo
), ma non ha mai suscitato soverchi entusiasmi e lo si può considerare senz’altro più interessante come produttore che come regista (basti pensare a
La bamba
e
When We Were Kings
). Funestato dai pettegolezzi riguardanti la love story tra Russell Crowe e Meg Ryan, era lecito non attendersi nulla da
Rapimento e riscatto
. E invece il film si rivela come il lavoro più interessante che Hackford abbia mai realizzato: calato con grande attenzione in una realtà drammatica e violenta, riesce a mettere in scena con notevole acume un dramma della mancanza e dell’assenza. Per certi versi,
Rapimento e riscatto
affronta con minor ambizione ma maggior concretezza i medesimi temi del sofferto
Cast Away
: un uomo viene sottratto alla sua vita e costretto a scoprire un altro mondo. L’assenza della donna amata diventa l’unico alimento vitale e immaginario, mentre dall’altro lato dello specchio (ossia al di là della perdita, della mancanza) altre persone tentano di convivere con il vuoto. Dietro la sua apparenza di thriller,
Rapimento e riscatto
– proprio come
Le verità nascoste
e
Cast Away
– è un oscuro mélo coniugale. Bowman, convinto di aver scelto il compromesso giusto (lavorare per una multinazionale pur di avere la sua diga), scopre la realtà di un Paese che presuntuosamente pensava di conoscere senza doverlo vivere e, parallelamente, riscopre anche sua moglie (ossia apre gli occhi, inizia a vedere). Perdere se stessi come unica condizione per conoscere l’altro. Come in
Cast Away
, un uomo viene sottratto al suo tempo e costretto a fermarsi (situazione speculare a quella di Thorne, il cui compito consiste essenzialmente nel prolungare, dilatare il tempo dei sequestratori). Ed è inquietante osservare come sia Zemeckis che Hackford mettano in scena lo spettro della fine del consumo (con tanto di executive petroliferi licenziati). In tutto ciò si profila l’attrazione tra Thorne e Alice, che – alla stregua dell’esempio dei classici – resta quasi sempre non detta (tranne che in un’unica occasione, quando un bacio disperato e pudico lacera i silenzi dei protagonisti). Come un eroe hawksiano, Thorne, in nome dell’etica imposta dalla sua professione, recupera Bowman nella giungla, allontanando per sempre la possibilità di avere Alice. E il confronto tra i due nel finale, risolto con una serie di piani puliti, non invasivi, sembra rievocare persino (ribaltandone la premessa iniziale)
Comanche Station
di Budd Boetticher. Straordinaria infine la scelta dell’operatore Slawomir Idziak, noto per aver lavorato con Kieslowski, che dinamizza il quadro con accurati movimenti di macchina e manipola con attenzione i cromatismi che scandiscono le diverse fasi della vicenda. E poi si rivede l’immenso David Caruso.
(giona a. nazzaro)

Disturbia

Kale è un ragazzo aggressivo ed esuberante afflitto dal senso di colpa per la morte del padre in un incidente.
Quando colpisce un insegnante per rispondere ad una sua provocazione è condannato a tre mesi di arresti domiciliari.
Per passare il tempo si mette a spiare i vicini dalla sua camera fino a scoprire che uno di loro potrebbe essere un assassino.