The Mexican – Amore senza la sicura

Il giovane Jerry Welbach, diventato accidentalmente il tirapiedi di una cricca di criminali, riceve l’ordine categorico di recarsi in Messico per recuperare un’antica e preziosa pistola chiamata «The Mexican». La sua ragazza Samantha, costretta a rivedere i suoi programmi, va su tutte le furie e, mentre Jerry parte per il Messico, si mette in viaggio per Las Vegas, da sola. Ma anche l’impresa di Jerry si rivela più difficile del previsto: sulla sua strada lo attendono molti loschi individui e addirittura una maledizione. Il film di Gore Verbinski – regista dell’esilarante ma esile Un topolino sotto sfratto – è piuttosto interessante, anche se riuscito solo in parte. Il tono è quasi sempre ironico, da commedia on the road, con un sottofondo malinconico che pervade poco a poco i segmenti interpretati dalla Roberts e dall’ottimo James Gandolfini. Eppure la sceneggiatura – al contempo semplice (nelle premesse) e arzigogolata (nella risoluzione delle stesse e nell’intersecarsi dei set e dei vari personaggi) – non convince del tutto: a partire dalla natura gay del personaggio di Gandolfini, troppo all’insegna del politicamente corretto, che finisce per sfociare nel dolciastro e, paradossalmente, nei soliti luoghi comuni. La scelta di Brad Pitt – macho in Fight Club e nel recente Snatch – nei panni di un perfetto imbranato all’inizio disorienta, ma poi si rivela vincente e il divo riesce perfino a farsi perdonare i suoi ultimi passi falsi (ovvero i film summenzionati). Sui soliti livelli standard la Roberts, a suo agio nel passare repentinamente dalla commedia al dramma, anche se a rubare la scena ai due protagonisti – nonostante i difetti dello script – è inevitabilmente James Gandolfini, in una simpatica anche se non proprio originale variazione sul tema del killer. In definitiva, un ben confezionato e piacevole raccontino, cadenzato da un’ottima colonna sonora in puro stile chicano. (andrea tagliacozzo)

Liberty Heights

Superata la diffidenza per la frase di lancio («Si è giovani una volta sola ma si ricorda per sempre») si rimane sorpresi, in sala, di fronte a un così affettuoso e discreto omaggio ai «Fifties».
Liberty Heights
è un quartiere di Baltimora abitato quasi solo da ebrei. È il 1954, maccartismo e razzismo impazzano, e i due fratelli Kurtzman si innamorano di due ragazze impossibili (una di colore, l’altra upper class). Levinson prova la difficile sintesi tra la nostalgia per la musica e l’oggettistica di quegli anni, il quadro dei rapporti interrazziali, il sopravvento della tv sul cinema e sul burlesque. Il dato più evidente del film è il dichiarato e insopprimibile autobiografismo, sorretto da una regia sobria e virtuosa e da un accurato lavoro scenografico; noto ai più per i suoi blockbuster (
Rain Man
), il regista infila talvolta storie più intime, di cui
Liberty Heights
sembra l’esempio migliore, ben lontano dalla sindrome
Happy Days
(c’è persino un inatteso Tom Waits nella colonna sonora).
(raffaella giancristofaro)