Danni collaterali

Gordon Brewer è il capo dei pompieri di Los Angeles. Un brutto giorno il narcoterrorista Claudio «il lupo» Perrini piazza una bomba nel centro della città nella speranza di far saltare in aria Peter Brandt, il responsabile Cia per gli affari colombiani. Ovviamente Brandt si salva e a morire sono la moglie e il figlio di Brewer. L’uomo, superato lo shock iniziale, decide che non ha alcuna voglia di attendere che la giustizia faccia il suo corso e si reca in Colombia alla ricerca del… lupo. Se non fosse così mortalmente stupido, Danni collaterali potrebbe essere persino un film divertente. In un’epoca in cui le obiezioni ideologiche ai film sembrano essere un triste residuato di un’epoca contenutistica ormai tramontata, il film di Andrew Davis fa la figura dell’ultimo della classe che nonostante tutto s’impegna a morte pur di fare bella figura con i compagni di scuola. Davis, che non ne azzecca una dai tempi de Il fuggitivo e Schwarzy il cui poter d’acquisto al botteghino è calato drammaticamente, confezionano uno squadrato filmaccio reazionario in perfetto stile Golan&Globus . Cosa curiosa se si pensa che Davis è il regista di Nico , film estremamente critico nei confronti della politica estera americana (ma probabilmente il tutto era farina del sacco del solo Steven Seagal). In questo modo Schwarzy, in versione avventure nel mondo, s’imbarca per il suo Colombia tour, una specie di anticamera dell’inferno alle porte degli Usa, e bastona severamente narcoguerriglieri che loro uffici ostentano foto di Lenin e Che Guevara. Vabbeh che l’undici settembre è l’undici settembre, ma la licenza d’idiozia, proprio perché l’undici settembre è l’undici settembre, non dovrebbe essere concessa a nessuno. Non commetteremo l’ingenuità di ricordare a chi legge che la Cia ha trasformato il Sud America in un’immensa fossa comune e che il narcotraffico è servito soprattutto come valuta per combattere il comunismo nel mondo. Né ci permettiamo di indulgere sul razzismo con il quale sono tratteggiati tutti i non americani: sanguinari, velleitari, fanatici, violenti… (ma poi basti pensare che per interpretare un latinoamericano hanno chiamato Cliff Curtis, grandissimo caratterista, per carità, che però è neozelandese…). Anche perché tutti coloro che si permettono di ricordarle queste cose nel corso del film finiscono proprio male (l’idea di fondo è che il mondo è il terreno di gioco sul quale gli Usa garantiscono l’ordine mondiale: gli unici danni collaterali tollerabili sono quelli degli altri…). Con questo suo orribile charme desueto da film reaganiano anni Ottanta, con l’immancabile scena di tortura che fa tanto Rombo di tuono, Danni collaterali aspira anche a essere un film pedagogico (le mazzate che Schwarzy dispensa a quanti non si allineano al pensiero unico…). Tant’è vero che persino il massacro di civili del finale da parte della Cia finisce per assumere, dopo l’ultimo colpo di scena, una sua evidente legittimità. Insomma Danni collaterali potrebbe aspirare a essere un terrificante film guerrafondaio filobushiano se solo non fosse così… stupido. (giona a. nazzaro)