Bridget Jones’s Baby

Bridget Jones’s Baby

mame cinema BRIDGET JONES’S BABY - STASERA IN TV trio
Renée Zellweger, Patrick Dempsey e Colin Firth al corso preparto

Uscito nelle sale cinematografiche nel 2016, Bridget Jones’s Baby è il terzo capitolo della saga di Bridget Jones. Il personaggio della zitella più irriverente e sensibile del mondo nasce dal romanzo Il diario di Bridget Jones di Helen Fielding. Il successo dell’omonima trasposizione cinematografica del 2001 spinse il regista Sharon Maguire a proseguire la serie, con un secondo film intitolato Che pasticcio Bridget Jones!.

Il terzo capitolo, di conseguenza, è ambientato dieci anni dopo gli eventi del secondo film. Bridget (Renée Zellweger) è ormai una donna sulla quarantina, ma è ancora single. Infatti, la sua relazione con il suo grande amore Marc Darcy (Colin Firth) è finita da tempo. Tuttavia, un ritorno di fiamma e l’incontro con l’affascinante Jack Qwant (Patrick Dempsey) mettono Bridget in una complicata situazione. Quale dei due uomini, quindi, sarà il padre del bambino di cui lei è incinta? E come finirà il suo rapporto con Marc, se è lui il padre o se non lo è?

Perché guardarlo

mame cinema BRIDGET JONES’S BABY - STASERA IN TV trasporto
Una divertente scena del film

Eccezionalmente, nel cast c’è anche Emma Thompson, nei panni di un’ironica e pungente ginecologa. Il suo personaggio, dunque, non fa che arricchire il contesto del film, basato su una comicità esasperata, sarcastica e irriverente. Nonostante gli anni passati, infatti, Bridget Jones ci fa ancora divertire attraverso le proprie assurde vicende. Cresciuta, maturata, persino invecchiata: eppure, Bridget è sempre la stessa ragazza goffa e imprevedibile. E Patrick Dempsey, famoso per il suo ruolo nella serie tv di successo Grey’s Anatomy, si rivela capace di far sorridere, oltre che di far commuovere. E che dire di Colin Firth, che interpreta l’austero ma romantico avvocato innamorato di Bridget? Come sempre, l’interpretazione dell’attore britannico è impeccabile.

L’importanza di chiamarsi di Ernest

Jack Worthing (Colin Firth) ha un segreto, una doppia vita. In campagna da uomo morigerato, tutore di una giovane donna molto ricca, in città libertino, frequentatore di locali e bische. Per scappare dalla campagna si è inventato un fratello scapestrato che vive a Londra, Ernest. In città ha un amico, Algy Moncrieff (Rupert Everett), sempre in bolletta e amante della bella vita. Algy chiede di incontrare la pupilla di Jack per sposarla, fingendosi poi il famoso fratello Ernest. Jack a sua volta vuole sposare la cugina di Algy. A creare problemi c’è la zia di Algy, Ogasta (Judi Dench), e il particolare che le due promesse spose desiderano esclusivamente uomini che si chiamano Ernest. Tra equivoci e humour inglese una piacevole commedia, brillante, dove la modernità di Oscar Wilde è ben evidente e dove gli attori, soprattutto i due protagonisti maschili, fanno il resto. La «delicata bolla di fantasia», come il grande autore dandy l’aveva definita, riesce, anche per la durata contenuta della pellicola, a mantenere l’attenzione dello spettatore tra una risata e l’altra. Una nota in più per le scene e la fotografia.
(andrea amato)

Un mese in campagna

Nel 1920, un reduce dalla prima guerra mondiale viene ingaggiato dal vicario di un paesino dello Yorkshire per ritrovare, in una casetta di campagna, un antico affresco nascosto sotto l’intonaco. Il giovane, ancora traumatizzato dalla recente esperienza bellica, s’innamora della timida e graziosa moglie del reverendo. Un film a tratti interessante, anche se eccessivamente calligrafico. Ottimo il cast, nel quale spicca il futuro regista Kenneth Branagh.
(andrea tagliacozzo)

False verità

Quello di Atom Egoyan è un film deludente, e dispiace, perché il soggetto e il nome del regista facevano sperare in qualcosa di meglio che non in un elegante noir di ambiguità psicologiche e etiche. È successo a Egoyan l’opposto di quello che succede a Hitchcock, a cui il regista armeno-canadese si è ispirato. Hitchcoch lascia che inquadrature e sequenze permettano allo spettatore di cogliere, o per lo meno intuire, l’altro discorso che emerge dalle intricate sue vicende. Egoyan invece sottolinea pesantemente ambiguità e tormenti esistenziali, perché ha bisogno di darsi una credibilità etica che né i personaggi né la storia sopportano o richiedano.
Il contrasto tra il parere e l’essere, tra il decoro e il luccichio pubblico e il putridume e il cinismo privato avrebbe avuto bisogno di un regista meno sosfisticato, più consanguineamente hollywoodiano. Tratto da un romanzo di Rupert Holmes (appena pubblicato da Fandango) il film racconta un episodio oscuro della carriera di una celebre coppia di comici tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta. Sembra che l’autore del romanzo si sia ispirato a un fatto reale che riguardava una coppia specifica, quella formata da Dean Martin e Jerry Lewis. I quali, nel pieno del loro travolgente successo, decisero di separarsi. La decisione, dovuta a un oscuro episodio cui il film si ispira, destò molti pettegolezzi e assai dovettero lottare i due attori per ricostruirsi una carriera da soli, soprattutto Dean Martin.
Egoyan però cambia le carte, forse anche per evitare conseguenze legali (Jerry Lewis è ancora vivo), e i suoi protagonisti Lanny (Kevin Bacon) e Vince (Colin Firth) ricordano solo alla lontana la coppia citata. Comunque i due sono al culmine del successo, dovunque vadano li accoglie una folla in delirio, soprattutto femminile; locali notturni, cinema e televisione li cercano e, dovunque arrivino, trovano compiacenti donnine pronte nelle loro lussuose suite, grazie anche ai servizi del fedele e discreto segretario-tuttofare di Lanny (David Hayman). Finché il loro legame con un boss della mafia e una bellissima ragazza trovata misteriosamente affogata nella vasca da bagno della suite in cui alloggiano, nell’albergo di proprietà dello stesso mafioso, provocano uno scandalo e con esso la fine del sodalizio e della carriera.
Benché prosciolti da ogni accusa, i sospetti rimangono e i due si separano. Tutto questo è raccontato in flash-back da un’ambiziosa giovane giornalista (Alison Lohman) che quindici anni dopo vuole scoprire il segreto della coppia, che ancora intriga il pubblico, tanto che la ragazza riesce a ottenere da un editore una cifra enorme da offrire a Vince affinché scriva con lei la storia della loro amicizia e la verità di quella misteriosa morte. Naturalmente verremo a sapere tutto, attraverso particolari sempre più eroticamente perversi, che coinvolgono anche la giornalista, che già da bimba li aveva incontrati e che ora finisce nel letto di Lanny, mentre tra partouze e giochi lesbici, rivelazioni di tendenze omosessuali e confusissime false verità, la verità quando arriva, quella vera, non solo non convince ma riduce il film a un dozzinale thriller mal congeniato.
Ma per tutto il tempo il regista vuol dimostrare il contrario: che i due suoi protagonisti sono personaggi in cerca d’autore, e cioè carichi di tutte le valenze etico-psicologiche che si vogliano dare, e per questo hanno facce contrite e lucciconi agli occhi, a indicare pentimenti e rimorsi (tipo: anche le star piangono). Purtroppo, per quanto si sforzi, non riesce a nobilitarli: loro restano due squallidi soggetti senza sostanza nobilitante e la giornalista un’ingenua sventata arrivista. (piero gelli)

Febbre a 90°

Godibile e sagace ritratto di un insegnante malato per il calcio, e della collega che si innamora di lui ma non riesce a capire (o ad accettare) la sua ossessione per la sua squadra del cuore. Nick Hornby (Alta fedeltà) ha adattato il suo romanzo, che offre uno sguardo fresco sulle differenze fra uomini e donne. Rifatto nel 2005.

A Single Man

Ambientato a Los Angeles nel 1962 durante la crisi dei missili successiva all’invasione USA a Cuba, A Single Man è la storia di George Falconer, un professore inglese di 52 anni che cerca di dare un senso alla propria vita dopo la morte del suo compagno Jim.

George indulgia nel passato e non riesce a immaginarsi un futuro, ma una serie di eventi e di incontri lo porteranno a decidere se ci sia o no un significato nel vivere senza Jim. George viene confortato da una cara amica, Charley, una bella donna di 48 anni a sua volta assalita da dubbi sul futuro. Kenny, un giovane studente di George alla ricerca di una ragione che giustifichi la sua natura omosessuale, perseguita il professore identificandolo come anima gemella.

Tom Ford al suo debutto da regista.

Il diario di Bridget Jones

A Londra, la trentenne Bridget Jones, da troppo tempo single, decide di dare una radicale svolta alla sua esistenza: dovrà al più presto dimagrire, affermarsi professionalmente e, soprattutto, riuscire a trovare l’uomo della sua vita. Bridget si ritrova a dover scegliere tra le attenzioni dell’affascinante ma inaffidabile Daniel Cleaver, suo boss alla casa editrice dove lavora, e quelle dell’amico di famiglia Mark Darcy, avvocato di grande fama, belloccio ma apparentemente impettito e scostante. Tratto dal best-seller di Helen Fielding (che ha scritto anche la sceneggiatura con la collaborazione di Andrew Davies e Richard Curtis), il film di Sharon Maguire (al suo esordio registico) è piacevole, ben confezionato, ma quasi sempre prevedibile. Prevedibilmente divertente, verrebbe da dire: visto il tono della pellicola, infatti, gag e situazioni sono ampiamente anticipabili, senza per questo togliere nulla alla gradevolezza dell’insieme. Per merito, bisogna precisarlo, non tanto della regia della Maguire – priva di grandi invenzioni – quanto della solida produzione (dell’inglese Working Title, specializzata in successi commerciali come
Quattro matrimoni e un funerale
e
Notting Hill
) e dell’ottimo cast: Renée Zellweger, con notevole sprezzo del ridicolo, non esita a mostrarsi in situazioni assurde e abiti succinti, nonostante i chili in più acquisiti per esigenze di copione, e attraversa il film come un autentico ciclone; Hugh Grant, solitamente antipatico nel suo tipico aplomb britannico, è stavolta perfettamente a suo agio nei panni del dongiovanni mascalzone e, paradossalmente, ci acquista in simpatia, a dispetto delle credenziali opposte del suo personaggio; infine Colin Firth, attore affidabile ma fino ad ora piuttosto anonimo (alzi la mano chi si ricorda che faccia ha), è la vera sorpresa del film, completamente disarmante e vulnerabile nel ruolo di Mark Darcy (cognome preso in prestito da un personaggio di
Orgoglio e pregiudizio
di Jane Austen, interpretato in Tv dallo stesso Firth). Peccato, quindi, che gli autori non siano riusciti ad aggirare l’insidiosa trappola del già visto. Con qualche sforzo in più in sede di sceneggiatura e regia si potevano raggiungere gli ottimi risultati di
Alta Fedeltà
(altra produzione Working Title), film al quale, in un modo o nell’altro,
Il diario di Bridget Jones
può essere in parte accostato.
(andrea tagliacozzo)

Love Actually

Mancano quattro settimane al Natale… E succedono tante cose, si intrecciano tante storie, nella Londra di oggi. C’è David, il Primo Ministro (scapolo) che, appena insediato a Downing Street, allunga gli occhi sulla sua responsabile del catering, Natalie, una ragazza grassottella che infila una gaffe dopo l’altra. C’è Daniel, il vedovo fascinoso, che sogna Claudia Schiffer ed educa sentimentalmente il figliastro Sam, dieci anni, senza mamma ma distrutto per amore di una coetanea. C’è Jamie, lo scrittore, che sorprende a letto la fidanzata con il suo (di lui) fratello, va a vivere in uno chalet in riva al lago e perde la testa per la cameriera portoghese Aurelia. C’è Karen, la sorella del Primo Ministro, non più giovanissima, che trova nella tasca del marito, Harry, una collana d’oro, crede che sia il suo regalo di Natale ma quando apre il suo pacchetto sotto l’albero trova un disco di Joni Mitchell. Capisce (ma no?) che la collana era per Mia, la giovane collega belloccia del marito… C’è la pop star Billy Mack sul viale del tramonto che azzecca il rifacimento di una canzone, scala le classifiche, ne fa di tutti i colori e scopre di amare Joe, il suo manager grassoccio… E poi c’è il ragazzino con il mito degli Usa (meglio, delle donne Usa), la ragazza che da due anni e passa muore dietro al collega, il ragazzo innamorato della neosposa del suo miglior amico… Poi arriva Natale… E tutti i desideri, tutti i sogni diventano realtà.
Ecco la stucchevole, scontata e banalotta commedia di Natale all’insegna dell’«amore che trionfa» e del buonismo più mieloso. Firmata da Richard Curti, lo sceneggiatore del ben più godibile Quattro matrimoni e un funerale (ma anche de Il diario di Bridget Jones, Notting Hill e di molti Mr. Bean). Già l’inizio, per la verità, non promette nulla di buono con tutta una serie di frasi amorose da far impallidire i baciperugina. Poi tutte le storie – dieci, se ne perde il conto – che si intrecciano e che, dalla prima inquadratura, fanno capire senza il minimo dubbio come andrà a finire. All’insegna del già visto. Il tutto scandito dalle settimane che passano e che ci avvicinano fatalmente al Natale con la prevedibile cascata finale di melassa. Che, tra l’altro, non arriva mai, perché – massimo del sadismo – il film dura due ore e un quarto. Beh, comunque c’è anche qualcosa di buono: il cast, ovviamente. Una parata di stelle e di bellezze. Da Hugh Grant a Colin Firth, da Liam Neeson a Billy Bob Thornton (odioso presidente Usa), da Rowan Atkinson ad Alan Rickman, per quel che riguarda gli uomini. Ed Emma Thompson, Keira Knightley, Claudia Schiffer, Laura Linney, tra le attrici. Grazie a loro, qualche battuta (poche) fa finalmente ridere e grazie a loro almeno ci si rifà gli occhi. Ci si domanda perché tanto dispiego di forze per questo filmetto. Che piace agli (alle) adolescenti sognatori e alle persone romantiche (ma molto, molto romantiche…). Gli altri possono risparmiarselo. (d.c.i.)

Il discorso del re

Dopo la morte di suo padre Re Giorgio V (Michael Gambon) e la scandalosa abdicazione di Re Eduardo VIII (Guy Pearce), Bertie (Colin Firth), che soffre da tutta la vita di una forma debilitante di balbuzie, viene improvvisamente incoronato Re Giorgio VI d’Inghilterra. Con il suo paese sull’orlo della guerra e disperatamente bisognoso di un leader, sua moglie, Elisabetta (Helena Bonham Carter), la futura Regina Madre, organizza al marito un incontro con l’eccentrico logopedista Lionel Logue (Geoffrey Rush). Dopo un inizio burrascoso, i due si mettono alla ricerca di un tipo di trattamento non ortodosso, finendo col creare un legame indissolubile. Con l’aiuto di Logue, della sua famiglia, del suo governo e di Winston Churchill (Timothy Spall), il Re riuscirà a superare la sua balbuzie e farà un discorso alla radio che ispirerà il suo popolo e lo unirà in battaglia.

Genova

La città di Genova rappresenta l’inizio di una nuova vita per Joe, professore universitario, e le sue giovani figlie; una famiglia statunitense che cerca di ricominciare dopo la tragica morte della madre. Mentre Kelly esplora con curiosità i misteri di questo nuovo mondo, Mary, la più piccola, “rivede” la madre aggirarsi per i vicoli.

Another Country – La scelta

Un inglese anziano e malato, ex-spia del Kgb che vive da anni a Mosca, concede un’intervista a una giornalista, nella quale rievoca gli anni della sua giovinezza in un college britannico degli anni ’30. Presentato con successo al festival di Cannes dell’84, dove vinse il premio per il miglior contributo artistico (per la fotografia), il film è indubbiamente ben confezionato, ma – come capita spesso a molte produzioni inglesi – risulta freddo e poco coinvolgente. Ottima l’interpretazione di Rupert Everett.
(andrea tagliacozzo)

A Christmas Carol

Anche quest’anno Scrooge non ha intenzione di godersi il Natale. Durante il ritorno verso casa però, incontrerà il fantasma del suo vecchio socio in affari, Joseph Marley, che cercherà di aiutarlo a riparare gli errori del passato. Rivisitazione del famoso romanzo di Charles Dickens in una moderna animazione 3D.

La ragazza con l’orecchino di perla

Deft, 1665. Griet, una ragazzina sedicenne, viene mandata dalla sua famiglia, in difficoltà economiche, a servizio nella casa del pittore Johannes Vermeer. Una padrona spendacciona e capricciosa, una suocera più avveduta, un’infinità di bambini e un bilancio da far quadrare. Perché il maestro fa fatica a trovare soggetti da ritrarre. Anche se c’è un committente, il lascivo ma ricco van Ruijven. Griet si avvicina allo studio di Vermeer per pulire. Ma dimostra ben presto la capacità di saper miscelare i colori, di capire il maestro, di assecondarlo… Scatenando gelosie e invidie in casa. Ma sarà il pittore a volerla come modella per uno dei suoi capolavori…
Peter Webber, al suo primo lungometraggio (si era cimentato solo in documentari e nel montaggio), è il regista dell’incantevole film tratto dal romanzo del 1998 di Tracy Chevalier, la giovane autrice americana che ha trovato il successo con storie passate, tra arte e passione. E qui siamo a Deft, il paese olandese di Vermeer, nel Seicento. Siamo nella sua casa. Dove si svolge una vicenda fatta di ombre e silenzi, sguardi rubati e sospiri (troppi…), porte socchiuse e scricchiolii, passi lenti e atmosfere nebbiose. Tra servette con la cuffietta (era una vergogna mostrare i capelli per i protestanti) e ragazzine cattivelle, padrone vanesie e uomini bruti. Tranne il Maestro, Vermeer. Uno splendido Colin Firth, con i capelli lunghi, il tono di voce sommesso, le mani delicate sporche di colori, l’animo inquieto, anche e l’espressione è un po’ monocorde… Ma perfetta è la protagonista, Scarlet Johansson, la ragazzina traumatizzata de L’uomo che sussurrava ai cavalli, ma soprattutto l’acclamata Charlotte in Lost in Translation di Sofia Coppola. Perfetta, perché il suo volto (forse non proprio da sedicenne…) sembra proprio quello dipinto dal pittore. Sensuale (se non erotico) il rapporto dei due, fatto solo di dita sfiorate, di volti vicini, di sguardi… Addirittura Tracy Chevalier, prima di vendere i diritti cinematografici alla produzione, si assicurò che nessuno intendesse far finire a letto i due protagonisti. In un film di ambiente e di atmosfere, quasi tutto girato in interni, la scenografia e i costumi hanno una parte fondamentale. Tanto che ogni inquadratura, ogni scorcio sembra a sua volta un quadro. Con ogni particolare, da un’acconciatura a un piatto da portata, dalla tappezzeria alla tovaglia, ai famosi orecchini, ricostruito alla perfezione. Il quadro che ha ispirato Tracy Chevalier (che da ragazzina ne teneva in camera sua il poster) fa parte della raccolta permanente nella Mauritshuis a L’Aia. Si crede sia stato dipinto fra il 1665 e il 1666, ma si ignora quasi tutto quello che riguarda questo dipinto che rimase nascosto fino al 1882 quando fu venduto al prezzo di una copia. E nulla si sa della enigmatica, sensuale e inaccessibile modella, che fece di questo quadro la Monna Lisa olandese. (d.c.i.)

Mamma mia!

Mamma mia!

mame cinema MAMMA MIA! - STASERA IN TV IL MUSICAL CULT sophie
Amanda Seyfried nel ruolo di Sophie

Diretto da Phyllida Lloyd e scritto da Catherine Johnson, Mamma mia! (2008) ha come protagoniste due donne, la giovane Sophie (Amanda Seyfried) e sua madre Donna (Meryl Streep). Le due vivono sulla piccola isola di Kalokairi, in Grecia, dove gestiscono un hotel chiamato Villa Donna. Sophie sta per sposare il suo fidanzato, Sky (Dominic Cooper), ma sente la mancanza della presenza di suo padre in un giorno così importante per lei. Ma c’è un problema: lei non sa chi sia suo padre.

Un giorno, però, trova un vecchio diario di sua madre, nel quale legge che Donna ha frequentato tre uomini diversi prima della nascita della figlia. Sophie decide quindi di spedire gli inviti per il suo matrimonio ai tre uomini menzionati nel diario, nella speranza di scoprire l’identità del padre. L’arrivo dei tre sull’isola genererà non poco scompiglio e Donna dovrà fare i conti con emozioni e sentimenti che credeva perduti.

Curiosità

  • Mamma mia! è l’adattamento cinematografico dell’omonimo musical, basato sulle musiche del gruppo svedese ABBA. E, in Gran Bretagna, è diventato il DVD più venduto di tutti i tempi, con più di 5 milioni di copie al suo attivo.
  • Inoltre, è il musical che ha incassato di più nella storia del cinema, guadagnando $144 130 063 negli USA e $465 711 574 nel resto del mondo.
  • Il film si è aggiudicato gli Empire Awards nella categoria Miglior colonna sonora, ottenendo anche nomination ai Golden Globe, ai BAFTA e agli MTV Movie Awards.
  • Per il ruolo di Sam, Pierce Brosnan ha vinto i Razzie Awards nella categoria Peggior attore non protagonista.
  • Sulla scia del successo della pellicola, uscirà tra il 2018 e il 2019 Mamma mia: Here we go again!, il prequel incentrato sulla gioventù di Donna. La protagonista sarà Lily James (Cenerentola, Guerra e Pace).

L’ultima legione

L’imperatore Romolo Augusto, un bambino di appena dodici anni, viene deposto dal trono del glorioso Impero Romano d’Occidente e fatto prigioniero dai Goti. Riuscito a scappare dalla fortezza di Capri grazie all’aiuto del comandante Aurelio, si unirà alla nona legione in Britannia per difendere il trono di Roma.

Un matrimonio all’inglese

I ruggenti anni ’20 sono passati… gli anni ’30 sono solo all’inizio. Il giovane inglese John Whittaker s’innamora perdutamente di Larita, una ragazza americana sexy ed affascinante, e i due si sposano immediatamente. Quando la coppia torna a casa, la madre di John, Mrs Whittaker, ha un’immediata reazione allergica nei confronti della neomoglie del figlio. Larita cerca di fare del suo meglio per tentare di adattarsi, ma sfuggire ai tranelli architettati dalla suocera non è una facile impresa. Presto, Larita comincia a capire la tattica messa in atto da Mrs Whittaker e realizza di dover reagire se non vuole rischiare di perdere John. Scoppia una guerra fatta di piccole astuzie e volano le prime scintille. Mrs Whittaker è decisa a sconfiggere la propria rivale e così cerca di manipolare ogni situazione, mentre Larita, con una calma disarmante, architetta sfacciate controffensive. Presto, la tattica manipolatrice di Mrs Whittaker inizia a dare i suoi frutti e John e Larita percepiscono che il loro amore rischia di svanire. In un grandioso finale, in cui i segreti del passato di Larita vengono rivelati, la ragazza riesce finalmente a fuggire dalla soffocante casa…..

Valmont

La marchesa Marteuil, per vendicarsi dell’ex amante Gercourt che l’ha abbandonata per sposare la quindicenne Cécile, convince il visconte di Valmont a sedurre la giovane prima del matrimonio. Tratto da
Le realazioni pericolose
di Chordelos de Laclos, il film ebbe il torto di uscire contemporaneamente a un’altra pellicola di Stephen Frears – ben più fortunata – basata sullo stesso romanzo. Pur essendo pregevole nella confezione, questa versione comunque regge a fatica il confronto con quella più vitale e virtuosistica di Frears. Anche il cast è infinitamente meno interessante.
(andrea tagliacozzo)

Dorian Gray

Il bellissimo Dorian Gray (Ben Barnes) arriva nella Londra Vittoriana dove, ancora giovane e ingenuo, si lascia trascinare nel vortice della vita sociale dal carismatico Henry Wotton (Colin Firth), che introduce Dorian ai piaceri edonistici della città. L’amico di Henry, l’artista Basil Hallward (Ben Chaplin), dipinge un ritratto di Dorian che cattura appieno tutta la sua bellezza giovanile. Nel momento esatto in cui tolgono il velo che ricopre il ritratto, Doriancompie un futile giuramento: è pronto a sacrificare qualsiasi cosa pur di rimanere così come appare nel ritratto… perfino la sua anima.

Incoraggiato da Henry, Dorian si lascia trascinare nelle avventure più sfrenate. Ma mentre Doriancontinua ad apparire innocente e bellissimo come sempre, il suo ritratto, che ora è chiuso a chiave in soffitta, ad ogni atto malvagio da lui commesso, diventa via via più orripilante e mostruoso. Sembra quasi che Dorian possa concedersi qualsiasi desiderio proibito senza dover subire alcuna conseguenza. Quando Basil insiste nel voler vedere il ritratto, Dorianè costretto ad ucciderlo e conseguentemente a fuggire dal paese.

Venticinque anni dopo Dorian torna e, lasciando sgomenti i suoi vecchi amici, non appare invecchiato di un solo giorno. Ciò nonostante, è un uomo tormentato, con una vita priva di amore e significato. E’ perseguitato dal suo passato e viene costantemente deriso dall’abominevole mostruosità rinchiusa nella sua soffitta. Un giorno, incontra Emily(Rebecca Hall), una ragazza intelligente e straordinaria che prova un grande fascino nei suoi confronti. Emily, però, è la figlia di Henry, e questi è pronto a tutto pur di tenere lontano i due giovani amanti. Mentre a Londra girano voci sulla possibilità che Dorian abbia stretto un patto con il Diavolo, Henrydecide di smascherare l’amante di sua figlia. Riuscirà Dorianad avere un’ultima possibilità per redimersi e per essere amato? Ma soprattutto riuscirà ad uscirne vivo?

Che pasticcio Bridget Jones!

Seconda puntata delle avventure sentimentali di Bridget Jones. Fidanzata più o meno felicemente con l’avvocato Mark Darcy ma gelosissima di una sua affascinante collaboratrice, riprende a frequentare per motivi professionali l’intrigante Daniel Cleaver, che l’aveva sedotta nell’episodio precedente. Dopo essersi cacciata in pasticci di ogni genere, tornerà tra le braccia del suo Mark. Riuscirà a sposarlo?

Squadra che vince non si cambia. La regola aurea degli allenatori di calcio è stata applicata quasi alla lettera anche per il sequel de

Il diario di Bridget Jones,
tratto dal secondo romanzo di Helen Fielding dedicato all’eroina di tutte le single desiderose di mutare il loro status. È cambiata solo la regista: Beeban Kidron ha sostituito Sharon Maguire. Chissà, forse è stata questa non secondaria variazione a rendere assai poco interessante la seconda puntata di una commedia il cui primo episodio, pur senza essere un capolavoro, poteva tranquillamente essere classificato alla voce «riuscito film d’evasione». Prevedibile, ripetitivo e sostanzialmente inutile, questo sequel si salva dal totale naufragio soltanto grazie alle buone interpretazioni di Renée Zellweger, quasi irriconoscibile grazie a una dieta ipercalorica che le ha permesso di ingrassare per riempire di nuovo i panni del suo personaggio più noto, e di uno Hugh Grant come sempre a suo agio nel ruolo del simpatico mascalzone. Colin Firth, dal canto suo, continua a recitare con diligenza la parte del bravo ragazzo impettito e noiosetto. Assolutamente da evitare per chi non ha gradito il primo episodio, gli altri acquistino il biglietto a proprio rischio e pericolo.
(maurizio zoja)