First Man

First Man

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Una scena del film

Diretto da Damien Chazelle, First Man (2018) è un biopic incentrato sulla figura di Neil Armstrong, passato alla storia come il primo uomo ad aver messo piede sulla Luna. A interpretarlo, il noto attore Ryan Gosling, già diretto da Chazelle in La La Land (2016).

Ambientato tra il 1961 e il 1969, il film racconta la storia della celebre missione Apollo 11, progettata per portare l’uomo sulla luna. L’attrice Claire Foy (The Crown, Wolf Hall) interpreta Jane Armstrong, prima moglie dell’astronauta. Nel cast anche Jason Clarke, Kyle Chandler, Lukas Haas, Ciarán Hinds, Corey Stoll, Patrick Fugit e Christopher Abbott.

Il film è stato presentato in anteprima mondiale come film d’apertura della 75ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 29 agosto 2018. Nel settembre 2018, il film approda anche al Toronto International Film Festival. E, a partire dal 31 ottobre 2018, la pellicola viene rilasciata nelle sale cinematografiche italiane.

Genesi del film

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Il cast del film a Venezia

All’inizio del 2003, Clint Eastwood ha comprato i diritti della biografia First Man: The Life of Neil A. Armstrong di James R. Hansen, libro a cui si ispira la trama del film. A metà del 2010, la Universal e la DreamWorks hanno ultimato il progetto e Damien Chazelle, dopo essere stato acclamato per la regia di La La Land, ha assunto la regia anche di First Man. E Gosling, di conseguenza, lo ha seguito.

Il primo teaser trailer di First Man viene diffuso a sorpresa dal regista Chazelle al Las Vegas CinemaCon il 25 aprile 2018. L’8 giugno 2018 viene diffuso il primo poster ufficiale del film, seguito poche ore dopo dal primo trailer esteso.

Negli Stati Uniti il film è stato vietato ai minori di 13 anni non accompagnati da adulti per la presenza di “scene di pericolo e linguaggio non adatto”.

La controversia della bandiera americana

Il 31 agosto 2018 è stato annunciato che nel film non ci sarebbe stata la famosa scena in cui Armstrong pianta la bandiera americana sulla superficie lunare. Il senatore della Florida Marco Rubio ha definito tale decisione come una “totale follia”. In risposta, Chazelle ha dichiarato: “Io mostro la bandiera americana eretta sulla superficie lunare, ma l’infilzamento fisico della bandiera nel suolo è uno dei vari momenti […] su cui ho scelto di non focalizzarmi. Riguardo alla domanda in cui si chiede se si tratta di una decisione politica, la risposta è no. Il mio obiettivo, in questo film, era di condividere con il pubblico gli aspetti non visti e sconosciuti della missione americana sulla Luna.

Anche la famiglia Armstrong si è espressa sulla questione, dicendo: “Non ci sembra affatto che questo film sia antiamericano. Piuttosto, l’opposto. Ma non date retta a noi. Noi incoraggeremmo chiunque ad andare a vedere questo straordinario film e di andare a vederlo per se stessi.”

E il presidente Donald Trump ha commentato: “È spiacevole. Sembra quasi che (i produttori e il regista) siano imbarazzati dal fatto che questo evento sia stato opera dell’America. Quando si pensa a Neil Armstrong e all’approdo sulla Luna, si pensa alla bandiera americana. Per questa ragione, non ho nemmeno voglia di guardare un tale film.”

Oscar e Lucinda

Bizzarra storia d’amore tra due spostati australiani a metà Ottocento: il segnato e tormentato figlio di un sacerdote (Fiennes) e un’indipendente ereditiera vittoriana (Blanchett), entrambi fanatici del gioco d’azzardo. La scommessa della loro vita diventa surreale, quando una chiesa fatta di ferro e vetro viene trasportata via mare e terra in un territorio selvaggio. L’eccentricità prende il sopravvento sull’amore e la passione in questo adattamento del romanzo di Peter Carey. Ci sono reminiscenze del Fitzcarraldo di Herzog. 

Miami Vice

L’uccisione di poliziotti sotto copertura e dei familiari di un informatore porta gli agenti Crockett e Tubbs a indagare su un traffico internazionale di droga gestito apparentemente da un gruppo di neonazisti di una fantomatica fratellanza ariana, ma che rappresenta solo il primo livello di un cartello di narcomafie potentissime e spietate. I metodi di investigazione tradizionali devono essere abbandonati in favore di procedure meno ortodosse e più efficaci. I due fascinosi detective si muovono oltre i limiti della legalità, tormentati da dubbi etici, fra senso della giustizia e sentimenti di vendetta sullo sfondo di una Miami cupa e livida, lontana dal glamour e dallo scintillio di quella Miami
da bere
della popolare serie tv degli anni Ottanta cui il film si ispira.

La recensione

I due detective più celebri della televisione girano ancora a bordo di una Ferrari, ma sono sparite le t-shirt fucsia sotto i completi Armani, i Rolex sono stati sostituiti da meno ordinari Vacheron Co

Calendar Girls

Un tranquillo paese dello Yorkshire, Skipton. Quella fetta di Inghilterra con le pecore, il verde, i muretti a secco e le famigliole con villetta e garage. Qui un gruppo di donne, non giovanissime né bellissime, si riunisce nella locale sezione del Women’s Institute per disquisire ora di broccoli, ora di composta di prugne, ora di lavoro a maglia, ora di fiori secchi… Una di loro, Annie, ha il marito malato. Che muore di leucemia. E mentre le riunioni riprendono, Annie e Chris, la più vivace delle signore e sua amica da una vita, cercano un modo per raccogliere fondi: vogliono comprare un divano per la sala d’attesa dei parenti da regalare all’ospedale. Chris ha un’idea: fare un calendario. Ma non con le foto delle chiese o delle torte, come sempre: con le loro foto. Nude. Comincia l’opera di convincimento delle altre dame ritrose (ma non troppo…), della presidentessa dell’associazione nazionale, dei mariti. Arriva il momento del servizio fotografico. E poi il successo, Hollywood, i giornalisti, i soldi…
Commediola tutta inglese basata su una storia vera (fu il calendario del 2000 che incassò dalle vendite qualcosa come 600 mila sterline) firmata dal regista Nigel Cole (L’erba di Grace). Leggera, divertente solo a tratti, molto scontata. Furbetta quando vuole strappare la lacrimuccia. Il soggetto è tuttavia simpatico: purtroppo, si capisce dove si va a parare dalla prima inquadratura. E lo svolgimento è a volte noioso, soprattutto nella seconda parte, quella hollywoodiana, francamente di troppo. Forse, tra i difetti del film, c’è anche la volontà del regista di mettere troppa carne al fuoco (che c’entra quella scena del figlio che sembra volersi buttare giù dalla roccia?). Presentata come la risposta rosa a Full Monthy, Calendar Girls è comunque molto ben interpretato dalle lady con cellulite, rughe e quant’altro. Che sanno ridere di se stesse, sanno mettere in atto nel loro piccolo una storica rivoluzione, facendosi fotografare nude dietro all’annaffiatoio del giardino o a una tavola imbandita, sedute con il cappello di Babbo Natale intonando Merry Christmas. Ad ogni modo si esce dal cinema di buon umore. È tutto. (d.c.i.)

Tomb Raider II – La culla della vita

Nell’isola di Santorini, in Grecia, Lara Croft scopre un tempio risalente all’epoca di Alessandro il Grande, completamente sommerso dal mare. All’interno delle rovine trova un codice per raggiungere il vaso di Pandora, che contiene il potere per il controllo del destino del mondo. Del vaso vuole impossessarsi anche Chen Lo, un malvagio cinese che lavora per il vecchio scienziato milionario Jonathan Reiss. Quando torna in Inghilterra, a Lara viene chiesto di recuperare il vaso di Pandora e di salvare il mondo dalla rovina. Affiancata nell’impresa dall’ex fidanzato Terry Sheridan, l’affascinante archeologa tenta di recuperare il prezioso oggetto, nascosto alle pendici del monte Kilimanjaro.
Sono trascorsi due anni dall’uscita nelle sale di Lara Croft: Tomb Raider, primo episodio della saga mutuata dall’omonimo videogame. La culla della vita, il secondo episodio, non porta con sé nulla di nuovo. La regia è stata affidata a Jan De Bont, che ha deciso di strafare. Molti, e a tratti superflui, gli effetti speciali presenti nel film, nel corso del quale un sonoro invadente stordisce lo spettatore, proiettato dalla vecchia Inghilterra ai paesaggi esotici dell’estremo Oriente in un’avventura che in ben pochi momenti riesce a coinvolgere fino in fondo. I personaggi, nel primo episodio ben caratterizzati dall’allora regista Simon West, non sembrano presentare la stessa carica ironica, rendendo i poco scorrevoli. L’atletica e superdotata Angelina Jolie si muove tra percorsi obbligati che sembrano studiati a tavolino ma non convince del tutto, riuscendo a far sorridere solo quando si barcamena tra terribili creature dalle dentature affilate e nemici invincibili, nei lunghi e spettacolari combattimenti che costellano la pellicola. Ma Lara Croft non ha davvero nulla a che vedere con lo spielberghiano Indiana Jones: il sentimento e il proverbiale sarcasmo dell’archeologo più famoso del grande schermo sono assenti. Quando le luci si riaccendono una domanda sorge spontanea: vale davvero la pena portare la Playstation al cinema? (emilia de bartolomeis)

Il mistero dell’acqua

Prima vicenda. Nel 1873, sull’isola di Smuttynose, New Hampshire, si consuma una strage: due donne vengono trovate massacrate a colpi di accetta, una terza sopravvive, mentre un pescatore viene accusato del crimine e impiccato.
Seconda vicenda. Ai giorni nostri, due giovani coppie si aggirano in quegli stessi luoghi: si tratta di Jean, fotoreporter incaricata di un servizio sull’antico crimine, e di suo marito Thomas, scrittore in crisi, più il fratello di Thomas e la sua ragazza. Fra i quattro non tardano a scatenarsi le tensioni.
Che la Bigelow abbia palesato o meno nei suoi film uno sguardo «femminile» è questione dibattuta e in fondo oziosa. Ciò che conta e sconcerta nella sua ultima prova, comunque, è l’esplicita tematizzazione del femminile in termini perfino un po’ programmatici, con tanto di genealogie «alte». Il mistero dell’acqua (ma il titolo italiano, così come il trailer, è fuorviante: in originale è Il peso dell’acqua) da thriller si trasforma in «film d’autore», da Ore 10: calma piatta vira subito verso Cime tempestose . E come per Jane Campion, le sorelle Brontë appaiono il referente immediato più chiaro di questo racconto che Leslie Fiedler avrebbe definito senza dubbio un northern.
Ma, diciamolo subito, la ricerca di padri nobili non è un’operazione particolarmente interessante, perché al contrario il film affascina proprio per la sua incompiutezza e inconcludenza: le due storie non si incontrano mai, ogni suspense muore dopo dieci minuti e la soluzione è quella che tutti si aspettano. Accostabile a Picnic ad Hanging Rock, Il mistero dell’acqua raggiunge tuttavia l’ambiguità e l’enigma non per sottrazione, bensì per accumulo, per furia barocca. Dopo essersi negato come thriller, si distrugge come film psicologico. Sfiora l’erotico, il gotico, il catastrofico, ma è in realtà un viaggio alle radici dell’America, un canto puritano sul Male e l’Innocenza che si arresta alle soglie di un orrore che non riesce a cogliere, confermando in tal modo l’opinione di quel geniale viaggiatore secondo il quale non sono i Paesi dalla Storia più antica i più ossessionati dal passato, bensì quelli più giovani, come l’America. I personaggi del film, uomini e donne, saranno tutti puniti e nessuno di loro – scrittori o fotografi che siano – giungerà a una conoscenza che possa salvare se stesso e gli altri. L’isteria dello stile della Bigelow getta una luce strana sulle sue pellicole precedenti; ma per gli stessi motivi per cui ci incuriosisce sul percorso dell’autrice, Il mistero dell’acqua appare un’opera inesorabilmente di passaggio. (emiliano morreale)