Non stuzzicate la zanzara

L’irrequieta Rita scappa dal collegio assieme a Paolo, un giovane professore che insegna nello stesso istituto, per partecipare a una competizione canora. Ma il padre della ragazza è decisamente contrario. Sequel di Rita la zanzara, altrettanto sciocco e mediocre. Nel ’72, dopo un intervallo di cinque anni, la Wertmüller tornò dietro la macchina da presa per dirigere Giannini nel suo primo, grande successo: Mimì metallurgico. (andrea tagliacozzo)

Giulietta degli spiriti

Non molti, all’epoca, colsero la assoluta centralità che in
Otto e mezzo
aveva il personaggio della moglie del protagonista, interpretata da Anouk Aimée. Un personaggio sfumato e non superficiale, una versione autoironica delle eroine dell’incomunicabilità di Antonioni. Da questo punto di vista, il successivo
Giulietta degli spiriti
può quasi sembrare quello che gli americani chiamano spin-off, un film che prende un personaggio secondario del film precedente e lo espande a protagonista. La scelta del punto di vista femminile già allora non parve convincente fino in fondo, eppure
Giulietta
è un film che migliora col tempo. Sarà perché è la prima volta che Fellini fa esplodere l’immaginario cattolico in direzione quasi horror (ci tornerà più volte, da
Toby Dammit
a
Roma
), tanto che in quegli anni il regista riminese ci pare più parente di Bava che di Antonioni; sarà perché il suo cinema non era mai stato così lussureggiante (
Giulietta
è uno dei suoi lavori più arditi sul colore). Rimane un film non risolto, sgradevolissimo, sincero e ossessivo.
(emiliano morreale)

Otto e mezzo

Un regista in crisi, diviso tra la moglie e l’amante, va alle terme, ma anziché l’ispirazione arrivano angosce e incubi. Eppure il film deve partire. Prototipo del moderno «cinema sul cinema», che in consonanza con la francese «politica degli autori» mette al centro il regista (mentre fino ad allora le angosce del cinema erano state soprattutto quelle dei divi, tipo
È nata una stella
). Copiato e ricopiato mille volte, è invecchiato benissimo: un capolavoro di libertà di costruzione, un’abbagliante visione da incubo sottolineata dal bianco e nero di Gianni Di Venanzo. Gli spazi, i terrains vagues del sottofinale circense sono «fratelli nel dolore» delle spianate di Pasolini (quanti cantieri, nel cinema italiano di quegli anni!). Alla distanza, Fellini ha surclassato Antonioni: con i suoi clown e le sue Barbara Steele, era molto più vicino all’anima stessa del cinema, e lo stupendo personaggio della moglie Anouk Aimée contiene tutte le donne dell’incomunicabilità antonioniana, con in più l’autoironia.
(emiliano morreale)

Io, io, io… e gli altri

Uno scrittore decide di svolgere un’inchiesta che ha come tema l’egoismo umano, ma l’atto di accusa che si era preparato contro gli altri, nel corso del lavoro, si muta in una vera e propria confessione. Blasetti, al suo terzultimo lungometraggio, non è più incisivo come una volta, anche se il film contiene numerosi spunti interessanti e può contare su un cast a dir poco imponente. Alla sceneggiatura del film hanno collaborato ben undici autori, tra i quali spiccano i nomi di Ennio Flajano, Age, Scarpelli, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi. (andrea tagliacozzo)