L’umanità

Le cose al cinema hanno un proprio peso. Ben maggiore che in letteratura, dove l’astrazione della parola dissolve la gravità nel pulviscolo: per questo Flaubert è celeberrimo per le proprie descrizioni, da grande maestro della lingua. Bruno Dumont non ha interesse al pulviscolo, né all’astrazione. La prima sequenza di L’umanità fa affondare il proprio protagonista in una terra grassa e densa, dove le sue mani tornano a immergersi più volte durante il racconto. È una pesantezza materiale, la rivelazione della sua metafisica insensatezza ciò che mostra Dumont, come già il cinema di Bresson – o dei suoi possibili epigoni (Kahn ne La noia , per esempio) – ha fatto. Un protagonista di nome Pharaon, imbalsamato ispettore di polizia nelle Fiandre, è alle prese con lo stupro e l’omicidio di una bambina. Il detective può avere due funzioni: ricostruire a posteriori una storia e farsi narratore, oppure guardare e cercare le cose. Pharaon appartiene a questa seconda specie: osserva inebetito le cose del mondo, incurante di chi sia l’omicida. Ci penseranno i colleghi di città a risolvere il caso. L’idiozia di questo amorevole personaggio è l’unica risposta ai volti sgraziati e alla volgarità innocente delle persone. Pharaon non capisce, ma prova amore per i propri simili, come il protagonista del Diario di un curato di campagna di Bresson. Questo ispettore, in passato, ha perduto la moglie e la figlia; ora ama Domino, ignorato. E si limita a guardare. C’è una brutalità non assimilabile nella successione delle inquadrature e in quello che mostrano, nel rifiuto reciso di dare spazio a spiegazioni, anziché offrire un senso rassicurante alla concatenazione degli eventi. Una frontalità tutta contenuta in due piani: la vagina lacerata e violata della bambina uccisa, di cui non sapremo assolutamente altro; il sesso di Domino, fremente e piangente, nella seconda metà del film. Possiamo rintracciare la citazione pittorica dall’«Origine del mondo» di Courbet, o da «Dati» di Duchamp. Ma il punto è un altro: è l’immediata e soffocante forza di qualcosa – la Natura o la Realtà – dinanzi a cui lo sguardo ci pone. È questo che interessa a Bruno Dumont, che l’aveva già cercato con veemenza in La vie de Jesus  E, d’altro canto, già nell’Ottocento Courbet si era appunto posto il problema: «Ci vedo troppo: mi dovrò cavare un occhio». (francesco pitassio)

Twentynine Palms

Sorta di “road-movie” irritante e ultrapretenzioso, con dialoghi che sembrano essere stati registrati al cellulare, una specie di Zabriskie (senza) Point per le nuove generazioni: un fotografo e la sua annoiata ragazza, apparentemente alla ricerca di location per un servizio fotografico, guidano senza fine per il deserto californiano, fermandosi di frequente per prestazioni sessuali sopra rocce pittoresche o in indescrivibili camere di motel, finché i loro idillici interludi non si trasformano in qualcosa di tremendamente violento perché… be’, questa è arte. Il passaggio televisivo potrebbe realmente migliorare il film dato che non succede niente per lunghi periodi di tempo, il che lo rende la visione ideale se state pagando conti, smistando il bucato, parlando con gli amici o scrivendo le vostre memorie. Widescreen.