Hamlet

L’immortale opera del Bardo, nell’interpretazione filologicamente corretta di Branagh, vive di alti e bassi. L’aggiornamento della vicenda alla seconda metà del XIX secolo smorza “a prescindere” eventuali critiche a un cast modaiolo. Jacobi (Claudio), la Christie (Gertrude) e la Winslet (Ofelia) ne escono a testa alta, benché Branagh caratterizzi la messa in scena con lo stesso approccio sopra le righe tipico di tanti suoi film. Molto discontinue anche le comparsate delle “guest star”. Splendidamente fotografato in 70mm da Alex Thomson. Panavision Super 70. Quattro nomination agli Oscar.

Le troiane

La tragedia di Euripide sulla promessa delle donne di Troia dopo la sconfitta dell’esercito della città riceve qui un trattamento sorprendentemente piatto (per quanto fedele), anche se nessun film che metta insieme quattro attrici così grandi può essere totalmente liquidato.

Flash Gordon

L’imperatore del pianeta Mongo devia il corso della Luna per distruggere la Terra. Uno scienziato della NASA, il dottor Zarro, ottenuta la collabarazione del poderoso campione di football Flash Gordon, tenta di far fallire il suo piano. Perfettamente in bilico tra il godibile e il ridicolo, il film, tratto dal personaggio dei fumetti creato da Alex Raymond, può contare su una divertente scenografia kitsch e l’energica colonna sonora composta dai Queen. Sulla recitazione dello statico protagonista e dell’imbambolata Ornella Muti è meglio stendere un velo pietoso.
Flash Gordon
era già portato sullo schermo negli anni Trenta in un serial interpretato da Buster Crabbe e in una delirante versione porno del 1972 intitolata
Flesh Gordon
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(andrea tagliacozzo)

As You Like It

Kenneth Branagh con questo Come vi piace è alla sua quinta regìa shakespeariana, dopo Pene d’amore perdute, Amleto, Enrico V e Molto rumore per nulla. Stavolta il regista ha deciso di ambientare il suo film nel Giappone della fine del secolo XIX, motivando la scelta anche con precise ragioni storiche. A suo dire, nel Giappone fine Ottocento esistevano enclave di stranieri, che, per motivi commerciali e industriali, avevano creato piccoli feudi intorno a dei treaty ports, ovvero porti con moli per il carico di merci come seta, riso e simili. Questi europei, commercianti ma anche avventurieri, avevano finito col riproporre una sorta di vita di corte occidentale, anche se influenzata dalla cultura locale.
Confesso la mia ignoranza storica in materia, ma riferisco anche per cercare di togliere quell’impressione di estraniamento e di pastiche postmodernista che il film mi ha dato. Che, comunque rimane, nonostante questa premessa storicizzante, per nulla convincente dal punto di vista artistico. As You Like It è una delle pièce di Shakespeare più difficili da trasporre in altre ambientazioni storiche, legata com’è a quel genere pastorale-idilliaco, tipico del contesto culturale dell’epoca, in cui rappresentava per altro un genere in esaurimento.
Ora, è vero che il genio di Shakespeare è capace, all’interno di una forma letteraria, di operare qualsiasi stravolgimento, ma quel che riesce al bardo nazionale non sempre si confà all’inventiva un po’ frettolosa e pasticciona di Branagh come regista (vedi anche Molto rumore per nulla). La sua giustificazione storicizzante sa di bizzarra trovata, di elegante formalismo esotico più vicino a Mikado (Gilbert&Sullivan) che non al teatro elisabettiano. As You Like It shakespeariano è un ibrido drammaturgico tra i più complessi da mettere in scena. Nasce come cupo dramma di potere, duplice come è duplice in altre opere di Shakespeare (si pensi al King Lear): due duchi, quello cattivo ha spodestato il buono, che si è rifugiato nella foresta di Arden con i figli e un manipolo di fedeli; due fratelli, il maggiore odia il minore perché ha tutte le qualità che a lui mancano e cerca di ucciderlo; quindi anche costui si rifugia nella foresta; dove infine si ritrovano tutti, comprese le due ragazze, Rosalinda e Celia, cugine, figlie rispettivamente del duca buono e di quello cattivo.
Ben presto però la pièce, abbandona i toni tragico-conflittuali e cede alla convenzionalità pastorale: sono convenzionali come devono essere gli incontri d’amore, meno convenzionali invece la magia della foresta e l’incanto della natura, il suo peso sul dominio degli uomini; incanto sempre ambiguo e sfuggente come sottolineano acutamente in contraltare i fowls rituali, Touchstone (in traduzione: Paragone) e il melanconico Jacques (forse portavoce dell’autore). Questa seconda parte, quella della foresta, con la sua atmosfera, gli equivoci, gli incontri e i canti è indubbiamente la più bella. E anche nel film è quella che più convince, con una fantastica chiusa in chiave di musical: una danza campestre postmatrimoniale che coinvolge tutti gli attori e che la musica felicissima di Patrick Doyle (qui anche in veste attoriale come Amiens) restituisce con grande efficacia.
L’epilogo, poi, di Rosalinda (Bryce Dallas Howard) ci riporta, giustamente (“tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori” afferma Jacques, nel celebre brano delle sette età dell’uomo) nella finzione scoperta, e cioè nel set della lavorazione, tra le roulotte degli attori e i macchinari scenici.
Insomma: se il pasticcio multietnico (i nobili fratelli sono neri) e postmodernista (quei soldati giapponesi ricordano Guerre stellari) rimane un garbuglio poco probabile, la voce di Shakespeare, la bravura degli interpreti (tra cui va ricordato Brian Blessed nel doppio ruolo dei duchi, David Oyelowo come Orlando e uno straordinario Kevin Kline nella figura-perno di Jacques) e l’abilità furba di Branagh salvano lo spettacolo. (piero gelli)

Tarzan

Esuberante ripresa Disney del classico eroe di Edgar Rice Burroughs, con messa in scena brillante, favolose canzoni (di Phil Collins) e personaggi piacevoli (soprattutto Jane, alla quale la Driver presta, nella versione originale, una voce divertente e vivace). La sceneggiatura, che riguarda un cacciatore avido e esaltato, appare troppo convenzionale e prevedibile se confrontata a tutte le innovazioni visive e alle pregevoli creazioni che la circondano. Oscar alla miglior canzone, You’ll Be in My Heart. Ha generato un sequel, uscito direttamente in homevideo, e una serie televisiva.

Enrico V

Spettacolare rilettura della tragedia shakespeariana sul re guerriero, in cui Branagh (al suo incredibile debutto dietro la macchina da presa) infonde al testo originale una passione e un significato completamente nuovi. Rispetto al capolavoro di Olivier, si cambia completamente registro, ma il risultato è ugualmente impressionante: al termine del discorso che precede la battaglia di Agincourt, vien voglia d’arruolarsi all’istante. La superlativa colonna sonora è di Patrick Doyle. Il cast di supporto include la crema della scena teatrale e cinematografica britannica. Il film si è aggiudicato un Oscar per i costumi.