Il principe di Homburg

La critica salutò questo adattamento del capolavoro di Heinrich von Kleist come una rinascita di Bellocchio dopo il periodo psicanalitico segnato dal sodalizio con Massimo Fagioli. Qui il regista non compie affatto una lettura psicanalitica del testo, ma semmai torna indietro, a scoprire nel romanticismo le radici di inquietudini che poi saranno della psicanalisi (e nostre). Dopo aver prosciugato il testo (che è un classico/anticlassico, inconciliato e attratto dall’horror vacui come contraltare della giovinezza), fa pronunciare a un attore protagonista volutamente impacciato battute a velocità vertiginosa, come se fosse sperduto (anzi – letteralmente – sfuocato). I nobili temi del conflitto tra individuo e dovere e della responsabilità individuale non hanno nulla di moralistico; anzi si collocano in un ambito pre-morale, tra luci e ombre, tra potenze oscure come il Leviatano o come il Dio di Isacco. E tutto sfocia nelle agghiaccianti sequenze della guerra, che non si vede mai: basta un polverone in una radura, o alcune gigantesche ombre di cavalieri proiettate su una parete. (emiliano morreale)

Il siero della vanità

Volonteroso. Pure troppo. Un’ispettrice di polizia (Margherita Buy), uscita azzoppata e soprattutto distrutta psicologicamente da un caso conclusosi tragicamente con la morte di un collega, viene incaricata dall’ex marito, suo superiore, di indagare su una misteriosa serie di sparizioni che mette a subbuglio il mondo dorato della televisione e provoca grande rumore nell’opinione pubblica. Aiutata da un collega che aveva già lavorato con lei in passato (Valerio Mastandrea), l’ispettrice scopre che tutti gli scomparsi avevano preso parte a una trasmissione di televisione-spazzatura, Il
Sonia Norton Show,
condotto da una cinica telegiornalista (Francesca Neri), che non esita a sfruttare a proprio vantaggio ogni sorta di «caso umano». Procedendo per esclusione, i sospetti si indirizzano su un personaggio e parte la caccia all’uomo…

Infascelli, forte del soggetto scritto da Niccolò Ammaniti, porta sul grande schermo un thriller psicologico dai toni cupi e claustrofobici che sembra promettere molto ma poi non riesce a mantenere quanto lasciato pregustare dalle prime inquadrature. L’azione si svolge a Roma e l’ambiente preso di mira è quello della televisione-spazzatura, dei casi umani, dei divi del nulla, quelli decotti, pronti per i reality show. Il cast è di tutto rispetto, la Buy e la Neri sono all’altezza della situazione, anche se la seconda (Sonia Norton nel film) è un po’ penalizzata da alcune scelte di dubbio gusto (il caschetto biondo alla Carrà è eccessivo e il riferimento al Maurizio Costanzo Show troppo evidente). Anche la Buy, a dire il vero, pur con tanto tanto talento, riesce convincente solo quando deve tratteggiare i risvolti psicologici del personaggio, mancando invece sul lato “fisico” della rappresentazione. Il film, dove abbondano le riprese “sporche” fatte con la camera a spalla – efficaci – e le ambientazioni cupe, persino un po’ gotiche, pecca gravemente nella mancanza di ritmo e, non riuscendo a decidersi tra satira di costume e thriller psicologico, scorre senza mordere fino allo scontato finale. Le musiche, di Morgan Castoldi – ex Bluvertigo, sono angoscianti quanto basta ma manca il riff di genio (il “suocero” Dario Argento potrebbe venire in soccorso). Insomma, come dicevamo all’inizio, film volonteroso. Pure troppo.

(enzo fragassi)